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Pierluigi Gerbino

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 21.01.2019

DICEMBRE TERRORIZZATO, GENNAIO EUFORICO

 
Con prestazioni settimanali degli indici principali comprese tra i 2 ed i 3 punti percentuali di rialzo, i mercati azionari mondiali hanno proseguito per la quarta settimana consecutiva il formidabile recupero dai minimi prenatalizi. Il mese di gennaio comincia ad assumere connotazioni di euforia, dopo il panico che i mercati hanno vissuto a dicembre.
Il mese di gennaio, con ancora quasi due settimane da giocare, ha già recuperato quasi tutta la perdita di dicembre. Corale è stato il crollo, come ora corale appare il recupero. Brillano poi ancor più degli altri, i mercati indiano, brasiliano e russo, che si sono già portati ben al di sopra dei valori di inizio dicembre.
Puntando l’attenzione sul principale indice del mondo, quello che in qualche modo detta il percorso di tutti gli altri, cioè l’americano SP500, osserviamo che con l’allungo della scorsa settimana (+2,87% a quota 2.671, con 4 sedute positive dopo la minicorrezione di lunedì scorso) ha già recuperato più di metà del forte ribasso che lo ha schiacciato da settembre a dicembre dello scorso anno. Ha già fornito un paio di bei segnali inversione: la riemersione dal tuffo ribassista subito quando sfondò il supporto di 2.630 e il ritorno al di sopra della media mobile a 50 sedute, che ora sta anche svoltando al rialzo. Gli ostacoli da superare, per togliere ogni dubbio sul ripristino del trend rialzista di lungo periodo e sulla fine della correzione sono ancora 3: la media mobile a 200 periodi; la trendline ribassista che unisce i massimi discendenti di ottobre e dicembre; il massimo di dicembre. I primi due ostacoli passano entrambi, nei prossimi giorni, in area 2.700. L’ultimo e definitivo ostacolo è a quota 2.800.
Data la vicinanza di area 2.700, è possibile che nei prossimi giorni l’indice provi l’attacco ai primi due ostacoli rimasti. Oggi non è possibile perché in USA ricorre la Festa di Martin Luther King ed i mercati sono chiusi.
Se dovesse riuscire, i mercati dimostrerebbero di essersi clamorosamente sbagliati a Dicembre, e lancerebbero un messaggio di ottimismo generalizzato, in grado di riportare le quotazioni sui massimi assoluti.
Ma anche se non riuscisse a superare gli ostacoli, l’azionario americano avrebbe dato una dimostrazione di vitalità del tutto inattesa, solo pochi giorni fa.
Per spiegarla dobbiamo far ricorso ad un paio di elementi chiave. Da un lato la estrema volubilità politica del Presidente USA Trump, che ha dimostrato di cambiare spesso radicalmente opinione nello spazio di pochi tweet. Quel che ha innescato la guerra commerciale, da lui intrapresa da un anno, cioè l’indebolimento del ciclo economico in Cina e l’inevitabile effetto boomerang sulla crescita americana, che si sta facendo sempre più consistente, lo ha indotto a sospendere l’ultimo incremento dei dazi e cercare un accordo con i cinesi, che da parte loro stanno mostrando parecchia disponibilità. L’ipotesi di un accordo complessivo, che interrompa il circolo vizioso dei dazi e ponga fine al deterioramento della crescita, si sta facendo sempre più possibile, se non probabile. I rumor su imminenti accordi globali si fanno insistenti ed i mercati ne prendono atto, cominciando a credere ad un lieto fine che, solo un mese fa, non erano minimamente disposti a prendere in considerazione.
Il secondo motivo, forse ancora più importante del primo, è la decisa svolta da parte delle due principali banche centrali del mondo: FED e BCE. La prima ha ormai accettato il volere di Trump ed ha tolto il pilota automatico al processo di normalizzazione dei tassi, spaventata dalle conseguenze di una politica troppo rigida sulle sorti di Wall Street. Powell ha fermato i rialzi e per qualche mese starà ad osservare. Si è poi dichiarato pronto anche a cambiare politica, rendendola magari nuovamente accomodante, se i dati economici presentassero un rallentamento significativo e non episodico della crescita USA. La stessa BCE, che ha appena interrotto il suo Quantitative Easing, ma ha ancora i tassi ufficiali a zero, per bocca di Draghi si è mostrata preoccupata delle minacce di recessione che riguardano la Germania e l’Italia e del rallentamento produttivo che interessa tutti i principali paesi dell’Eurozona. Al punto da accennare a nuove misure accomodanti per l’economia europea. Si parla di una nuova tornata, la terza, di operazioni TLTRO (Targeted Lon Term Refinancing Operation), a cui le banche si stanno preparando facendo incetta di titoli di stato da consegnare in garanzia di prestiti BCE a tassi particolarmente bassi, della durata di 4 anni.
Queste prese di posizione hanno rassicurato mercati che a dicembre temevano il prosciugamento della liquidità a causa dei tassi FED in crescita e del Quantitative Tapering (riduzione dei titoli in portafoglio, il contrario del QE), che la FED al ritmo di 50 mld$ al mese, a cui si unisce la fine degli acquisti di titoli da parte della BCE.
La prontezza delle banche centrali a venire in soccorso dei mercati al primo stormire di fronda ribassista sembra aver tranquillizzato l’ansia degli investitori e favorito il riaffacciarsi dei compratori.
Il ritorno dell’euforia di breve termine Venerdì è riuscita finalmente a contagiare anche l’Europa. L’indice Eurostoxx50, con un rally da +2,14%, ha violato al rialzo in un sol colpo la trendline ribassista che lo ingabbiava da settembre, la media mobile a 50 sedute e l’area di resistenza intorno a 3.130. Ora l’obiettivo diventa dapprima 3.180 (50% del calo da settembre a Natale) e successivamente 3.245.
Anche il nostro Ftse-Mib è salito ed ah violato la trendline ribassista che unisce i massimi di maggio e settembre, oltre alla resistenza di 19.675. Ora ambisce ad arrivare a 20.250.
Non resta ora che attendere l’arrivo di un numero un po’ consistente di trimestrali USA, che ci farà capire se gli utili societari stanno tenendo, oppure se anche la crescita dei profitti ha svoltato.
Nel secondo caso sarà molto difficile per gli indici proseguire nel rimbalzo.

 

05.12.2018

LA CURVA DEI RENDIMENTI USA SEMINA IL PANICO

Ieri ho concluso il commento mattutino indicando che l’arrivo sull’area di resistenza da parte degli indici azionari, che hanno mostrato un deciso rimbalzo dai minimi di novembre, poteva necessitare di “una pausa per raccogliere le forze necessarie ad attaccare l’ostacolo”. Ma, francamente, non mi aspettavo il dietrofront a cui abbiamo assistito ieri.
Dow Jones -3,1%, SP500 -3,25% e Nasdaq100 -3,8%, in una seduta passata tutta in retromarcia e senza rimbalzi apprezzabili di alleggerimento della pressione, come se gli operatori fossero costretti a liquidare posizioni in fretta e furia.
Certo, il livello che SP500 ha avvicinato lunedì (2.815) si presentava piuttosto ostico da superare, poiché già due volte (il 17 ottobre ed il 7 novembre) ha respinto le velleità di inversione rialzista del trend di breve periodo, scatenando le vendite che hanno poi segnato i minimi del 29.10 e del 23.11. Inoltre l’area 2.815 rappresentava il ritracciamento rialzista di Fibonacci pari al 61,8% dell’intero impulso ribassista di ottobre. Per finire vi passa anche la banda di Bollinger superiore. SP500 vi è arrivato al galoppo, mostrando qualche segnale di eccesso di ottimismo. Per completezza anche il VIX, l’indice della paura, si era ridimensionato fino al supporto di quota 16, che gli aveva impedito di scendere oltre a ottobre e novembre.
La situazione appariva delicata. Che i venditori pronti a realizzare i guadagni del rimbalzo di fine novembre non mancassero, lo si poteva perciò facilmente supporre. Ma era difficile ipotizzare una fuga così massiccia come quella che si è vista.
Che cosa ha spaventato gli operatori? Dato che ieri non si sono visti dati macroeconomici di rilievo, una parte importante deve averla avuta il ripensamento sul miracolo negoziale di Trump al G20 con i cinesi. La percezione che sembra imporsi, dopo l’illusione a caldo, e che la soddisfazione di Trump sia un tantino esagerata dalla sua vanagloria. Infatti dalla Cina non stanno arrivando conferme ottimistiche sulle trattative da svolgere nei prossimi mesi, paragonabili a quelle che Trump ha ripetutamente twittato. La Cina pare piuttosto cauta, e restia ad associarsi all’ottimismo trumpiano, al punto che lo stesso Donald ha già cominciato a premere con minacce sulle devastanti conseguenze che avrebbe il mancato raggiungimento di un accordo entro la scadenza prevista per le trattative.
Ieri poi si è rilevato sul mercato dei Treasury Bond un dato piuttosto eclatante. Per la prima volta un tratto della curva dei rendimenti si è invertito. Il differenziale di rendimento tra il titolo di stato USA a 2 anni e quello a 5 anni è passato in negativo, mentre si è assottigliato parecchio il differenziale positivo ancora esistente tra il 2 anni ed il 10 anni, che ormai ammonta a meno di 12 punti base e se il 19 dicembre prossimo la FED alzerà i tassi, diventerà molto probabile che inverta anche questo tratto più ampio di curva. L’inversione della curva dei tassi è uno dei segnali più efficaci per anticipare un corposo rallentamento dell’economia in arrivo o addirittura la caduta in recessione.
La bordata di vendite è riuscita a produrre su SP500 un ribasso giornaliero paragonabile alla peggior perdita subita in ottobre, quella del 10.10, ed in una sola seduta ha annullato quasi completamente i cospicui rialzi della 4 sedute precedenti, mentre sull’indice tecnologico ha devastato, con ribassi superiori al -4%, quasi tutti i big del club FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Google, Netflix).
Ora l’indice SP500 si trova sempre più vicino all’incrocio ribassista tra le due medie mobili esponenziali a 50 e 200 sedute, che a questo punto potrà essere difficilmente evitato. I trader chiamano questa situazione grafica “Death Cross”, (l’incrocio della morte), poiché certifica l’inversione di tendenza di lungo periodo.
L’Europa ha avuto tempo soltanto di recepire la fase iniziale del crollo USA. E’ bastato per portare il segno negativo per Dax e Ftse-Mib oltre il punto percentuale, mentre Eurostoxx50 si è fermato a -0,80%.
Oggi è perciò presumibile che l’apertura sia negativa, anche se i nervi sostanzialmente saldi in Asia, dove i mercati azionari hanno contenuto le perdite, potrebbe limitare un po’ i danni. Comunque, se l’America confermerà la sua negatività, non ci sarà scampo per l’Europa.
Il nostro Ftse-Mib, oltre agli impulsi derivanti dal contesto internazionale, deve pure subire le convulsioni della trattativa sotterranea tra Conte e Bruxelles per evitare la procedura di infrazione. I due leaderini non se la passano benissimo nella parte degli studenti disciplinati e silenziosi. Salvini, frastornato dai numeri dell’economia che non salgono come i like del suo profilo Facebook, ha provato maldestramente ad intestarsi successi polizieschi non ancora attuati, annunciando sul web agli amici ed ai delinquenti, che era in corso un blitz contro la mafia nigeriana, facendolo così in parte fallire.
Di Maio, finito nel tritacarne mediatico in cui in passato spingeva i suoi nemici, balbetta che si raggiungerà un compromesso con la UE senza rinunciare a nulla. Il Ministro Tria è imbambolato ad attendere che altri gli dicano quel che deve e può fare per rattoppare una manovra che sta perdendo pezzi da tutte le parti, dato che l’arte del rinvio sta spostando al Senato, in seconda lettura, la presentazione degli emendamenti più importanti. Quelli che dovranno depotenziare l’impatto di quota 100 pensionistica e reddito di cittadinanza. Povero Tria: sembra un cane bastonato, senza padrone. O forse con troppi padroni a cui dover scodinzolare.




03.12.2018

LA TREGUA SUI DAZI ALIMENTA IL RALLY DI FINE ANNO

Quella che ha concluso il mese di novembre è stata una settimana che possiamo definire trionfale per i listini americani. Dopo il secondo test da parte dell’indice principale USA SP500 di area 2.630 punti, avvenuta venerdì 23 novembre, l’azionario USA ha preso il volo ed ha chiuso a 2.760 la seduta di venerdì scorso, in recupero settimanale di ben 129 punti (+4,84%). Anche meglio hanno fatto i fratelli Dow Jones (+5,16%) e soprattutto Nasdaq100 (+6,45%). Per SP500 e Nasdaq100 si è trattato della miglior performance settimanale dal 2011.
Il risultato grafico è stato di tutto rispetto e obbliga a pensare che sia partito il rally di fine anno.
Infatti SP500 non solo è riuscito a riagganciare prorio in chiusura di venerdì la media mobile a 200 giorni, compiendo un’impresa che una settimana fa sembrava impossibile, ma in ottobre e novembre ha disegnato un doppio minimo ascendente e, qualora riuscisse a riportarsi al di sopra di 2.815, area di forte resistenza, poiché già in ottobre e novembre ha respinto al ribasso le velleità di recupero dell’indice USA, completerebbe un ampio modello di inversione rialzista che potrebbe fornire come regalo di Natale addirittura il raggiungimento di quota 3.000.
A convincere gli investitori a lanciarsi nello shopping azionario è stata una coppia di colpi di scena, in gran parte inattesi.
Ha cominciato Powell, Presidente FED, che, con una dichiarazione da colomba, ha sostanzialmente annunciato il cambiamento della politica monetaria della Banca Centrale USA. Il pilota automatico, programmato per varare un rialzo dei tassi in dicembre e tre ulteriori nel 2019, è stato sostituito da una navigazione a vista e dipendente dai dati economici che arriveranno. Il motivo del cambiamento di rotta è l’apparizione di qualche squilibrio nella crescita USA e nell’intensificazione dei rischi esterni (Brexit e indisciplina italiana), che consigliano di non dare troppo per scontata la solidità della crescita USA. Perciò si farà l’aumento di dicembre, ma nel 2019 potrebbe essercene uno solo invece che tre, e non si sa bene quando.
Se Powell si è trasformato in colomba con i mercati, lo stesso ha fatto Trump nei confronti della Cina. Preparata con un rush finale che ha rivelato una certa fretta di portare a casa un risultato purchessia, la “cena di Buenos Aires” tra Trump e Xi, con i relativi cortigiani, ha sancito la tregua nella guerra commerciale. In cambio di qualche concessione neanche troppo significativa da parte dei cinesi, Trump ha accettato di sospendere per 90 giorni l’aumento dei dazi sulle importazioni dalla Cina, che tra un mese avrebbero dovuto passare dal 10 al 25%. Nel frattempo è stata concordata una serie di fitte trattative per arrivare entro fine marzo ad un accordo complessivo sui cambiamenti strutturali da apportare all’interscambio USA-Cina, che metta fine alla guerra commerciale.
Troppa grazia, per essere credibile. Infatti personalmente non credo che sarà tanto facile arrivare a questo risultato, a meno che Trump riduca ulteriormente le sue pretese e diventi sempre più un cane che abbaia, ma incapace di mordere. Però non ho dubbi che intanto l’accordo di massima e di facciata raggiunto, per il breve periodo necessario a scavalcare Capodanno, potrebbe bastare a rinfocolare l’ottimismo degli investitori USA.
Perché Trump ha affrettato la tregua con la Cina? I maligni sostengono che gli serve un diversivo su cui dirigere le attenzioni mediatiche, dopo il passo avanti delle indagini sul Russiagate, in seguito alla condanna del suo ex avvocato di fiducia per aver mentito sugli affari di Trump con la Russia.
Se non vogliamo pensare troppo male ci basta ipotizzare che forse Trump si è reso conto che inasprire la guerra dei dazi provoca svantaggi alla crescita USA assai superiori ai modesti vantaggi in termini di riequilibrio della bilancia commerciale, che peraltro non si vedono ancora. Le recenti titubanze di Powell lo hanno forse convinto ad abbassare la voce per non danneggiare ulteriormente un ciclo economico che mostra già qualche acciacco. Forse ha valutato che per la sua immagine è più importante raggiungere il risultato di un nuovo massimo storico di Wall Street entro fine anno, anche grazie a Powell, che sembra essersi piegato ai suoi voleri, che continuare le risse autolesioniste.
Ancora una volta l’Europa non è riuscita ad approfittare a dovere dell’entusiasmo americano. Eurosotxx50, l’indice delle blue chips dell’Eurozona, ha avuto una settimana positiva, ma solo grazie al balzo iniziale di lunedì scorso, perché i giorni restanti ha mostrato parecchie incertezze che hanno impedito l’estensione del rimbalzo. Brexit e Italia rendono difficile scegliere l’Europa come terreno idoneo all’investimento. Il rabbioso rimbalzo americano, confrontato con l’incerto saltino degli indici europei, accentua così ulteriormente quella situazione di inferiorità europea che osserviamo da molti mesi. Se in USA il rally di fine anno potrà ripristinare in extremis rendimenti a due cifre sui principali indici, l’Europa può augurarsi solo che l’abbondante negatività mostrata da inizio anno (-9,4% per Eurostoxx50, quasi -13% per Dax tedesco e il nostro Ftse-Mib) venga in parte riassorbita. L’anno sembra ormai segnato dalla robustezza americana e dalla debolezza europea.
Non solo europea, per la verità, poiché anche in Asia (Cina e Korea) e su qualche importante paese emergente (Turchia, HongKong e Taiwan) si vedono performance da inizio anno piuttosto negative, come in Europa.
La settimana che apre dicembre dovrebbe pertanto partire di slancio, con ampi recuperi da parte degli indici cinesi, che avevano affrontato con una certa incredulità l’approssimarsi della cena della tregua. Dovrebbe balzare anche l’Europa, che di strada da recuperare ne ha molta, ma abbonda anche di incertezze. Potrebbero aiutare sia le borse europee che il nostro Ftse-Mib i segnali di avvicinamento tra governo italiano e Commissione UE per moderare di qualche decimale il deficit previsto dalla manovra, in cambio del rinvio di qualche mese dell’apertura della procedura di infrazione, dopo aver verificato i primi effetti della manovra nei primi mesi del 2019.
Del resto sul nostro paese incombe il pessimo destino che i dati Istat sulla (de)crescita del PIL del 3° trimestre ci hanno spiattellato. Il -0,1% ottenuto nel trimestre rende arduo raggiungere a fine anno l’1% e fotografa una inversione molto evidente nella curva della crescita, che rende non inverosimile un ulteriore rallentamento anche nel corso del 2019. Altro che crescita del +1,5% pianificato dal governo! Per questo la Commissione UE potrebbe non sentirsela di infierire con richieste di austerità insostenibili.
E’ presumibile che questa settimana (magari anche oggi, se l’entusiasmo crescerà) SP500 arrivi a testare quel 2.815 che fa da spartiacque tra il rimbalzone e l’inversione rialzista.
Stiamo a vedere se Eurostoxx50 riuscirà ad avvicinare il suo analogo livello (3.264), che però è decisamente più distante.
Se i due leaderini del governo Conte decideranno di non sventolare più in modo aggressivo le loro bandiere (quota 100 e reddito di cittadinanza) davanti a Bruxelles, pare fattibile l’inversione anche per il nostro Ftse-Mib, che per sancirla dovrà superare con convinzione l’area 19.620. E’ a soli due punti percentuali. Si può fare.

 


26.11.2018

IL TORO HA LE OSSA ROTTE

Anche la terza settimana di novembre si è conclusa amaramente per i mercati azionari americani, che hanno collezionato una pesante perdita in grado di riportare i principali indici sui livelli più bassi di ottobre, quando non addirittura sotto.
E pensare che la settimana corta della Festa del Ringraziamento ha l’abitudine di infondere un influsso positivo ai mercati, facendo prevalere un’intonazione rialzista quasi tutti gli anni. Invece quest’anno la negatività l’ha fatta da padrona ed ha trascinato pesantemente giù i tre indici più seguiti: SP500 con -3,79%, Dow Jones con -4,44% e Nasdaq100 addirittura con -4,95%.
Il risultato è che tutti e tre gli indici, sono tornati nuovamente sott’acqua nella performance da inizio anno, dopo che soltanto a fine settembre registravano guadagni a doppia cifra percentuale e spiccavano in piena salute al cospetto delle borse europee, che invece non riuscivano a raggiungere performance annuali positive. Ora la situazione si è deteriorata per tutti gli indici in modo consistente e, con le borse USA sott’acqua, quelle europee accusano perdite assai peggiori, intorno al -10,5% dell’indice globale dell’Eurozona Eurostoxx50. Chi più (Germania con -13,3% ed Italia con -14,4%), chi meno (Francia con -6,9% e Olanda con -5,6%). La settimana ha comunque portato una maggior resistenza alle vendite da parte degli indici europei rispetto a quelli americani, dato che le perdite europee sono state in genere solo intorno al punto percentuale, cioè un quarto di quelle americane. E’ presto per ricavare un attestato di guarigione per gli indici europei, che è difficile ottenere persistendo la malattia ribassista di quelli americani. Ma non è azzardato ipotizzare che una stabilizzazione americana vedrebbe probabilmente i mercati europei pronti ad un recupero degno di nota, specialmente se gli attriti tra la Commissione Europea e il governo italiano trovassero un momento di ridimensionamento, grazie alle trattative sotterranee che Conte e Tria porteranno avanti con Bruxelles per attutire un po’ le modifiche che la procedura di infrazione ci chiederà di fare al bilancio 2019 per rientrare nei ranghi del rispetto delle regole europee, infrante dal governo del popolo.
E’ vero che sul clima europeo si fa sentire anche l’atmosfera cupa e quasi rivoluzionaria che si è respirata a Parigi nel Week-end, quando i casseur vestiti di giallo hanno dato l’assalto agli Champs Elisees, seminando distruzione al grido di “vattene Macron”.
Per l’establishment europeista, che i mercati appoggiano, si preannunciano mesi duri con possibili ulteriori perdite di consenso alle elezioni per il Parlamento europeo. E questo non aiuta la stabilità, che i mercati vogliono e che se manca li manda nel panico.
Ma è la incapacità americana di risollevarsi dalla correzione che preoccupa gli investitori. Il pesante calo subito in ottobre, che la scorsa settimana sembrava in via di riassorbimento, è stato invece ribadito nella settimana del Black Friday e getta ombre scure sul futuro dell’azionario americano e della sua avanguardia tecnologica misurata dal Nasdaq100. Su questo indice i minimi di ottobre sono stati violati e la chiusura settimanale è stata al di sotto di quei livelli, confermando l’inversione ribassista del trend di medio-lungo periodo. Ma non è solo la tecnologia a subire le conseguenze della sbornia dei prezzi. Anche il petrolio ha subito in settimana un calo di oltre il -10% ed è in discesa da ben 7 settimane consecutive, durante le quali ha perso circa 24 $ dai 74 raggiunti a fine settembre. E non è stato da meno il crollo del mitico Bitcoin, che ha fatto sognare ai giovani smanettoni della rete un paradiso monetario senza banche centrali, ma in questi giorni li ha riportati nell’inferno delle perdite. La moneta elettronica ha perso la scorsa settimana 1.200 $, dopo averne già persi oltre 900 quella precedente. Questa settimana il conio virtuale lotterà per non infrangere il muro dei 4.000 $, dopo che, meno di un anno fa, raggiunse la quotazione stratosferica dei 20.650 $.
La settimana entrante si prepara a verificare la reazione dell’indice più importate, SP500, ancora tecnicamente al di sopra dei minimi di ottobre. Se anche SP500 rompesse gli argini di ottobre, fornirebbe un segnale inequivocabile che certificherebbe la morte del toro decennale e l’arrivo sulla scena dell’orso, che intratterrebbe gli investitori per molti mesi nel 2019 ed avrebbe molta strada ribassista da percorrere, mentre il panico si impadronirà delle certezze dei tanti che ostinatamente hanno ignorato gli eccessi degli ultimi anni. La speranza dei rialzisti è che SP500, come ha fatto altre volte, riesca con un guizzo a rimbalzare in extremis, e riaggiusti le ossa del toro, fiaccate da due mesi di bastonate ribassiste. La settimana che ci apprestiamo ad osservare dovrebbe essere decisiva.
Pertanto apriamo gli occhi e crediamo a quel che i grafici ci faranno vedere. Anche se non sarà piacevole.



22.11.2018


SELL THE RUMORS BUY THE NEWS

Come ipotizzato nel commento di ieri, le “mani sante” sono entrate in azione, ed hanno tentato per tutta la giornata di riportare l’indice tecnologico Nasdaq100 al di sopra del supporto di 6.575, che martedì è stato pericolosamente sfondato, generando un primo segnale di inversione ribassista del trend di lungo periodo, che ieri attendeva di essere confermato oppure smentito.
L’impresa dei “pompieri” è faticosamente riuscita, dato che l’indice dei 100 big tecnologici, dopo un forte gap rialzista iniziale, si è mantenuto per quasi tutta la seduta abbondantemente al di sopra del livello chiave, anche se un progressivo indebolimento nella parte finale della seduta ha fatto chiudere il mercato proprio a 6.575, regalandoci così un supplemento di suspense, che durerà fino a venerdì sera, dato che oggi tutti i mercati USA rimarranno chiusi per la Festa del Ringraziamento, e gli americani si riuniranno in famiglia a mangiare il tradizionale tacchino al forno.
Il rimbalzo si è diffuso anche agli altri indici e SP500 ha potuto allontanarsi un po’ dal ciglio di 2.603. Anche l’indice generalista ha subito in chiusura un deciso ridimensionamento dai valori raggiunti nelle prime due ore di contrattazione, ed ha chiuso sui minimi, ma comunque con un piccolo aumento (+0,30%) rispetto alla chiusura precedente.
Il rimbalzo è stato anche favorito dal forte ipervenduto raggiunto sugli oscillatori dei grafici infra-giornalieri e dalle evidenti divergenze rialziste che si accumulano su quello daily. Qualche operatore si è perciò buttato a comprare i titoli che più avevano perso nei giorni scorsi, per approfittare del rimbalzo con un veloce mordi e fuggi, magari solo intraday.
L’Europa, andando a chiudere quando Wall Street era sui massimi di seduta, ha approfittato ancor più dei cacciatori di saldi, magari invogliati dall’atmosfera da Black Friday che si respira dappertutto.
Eurostoxx50 (+1,21%) e Dax (+1,61%) hanno collezionato un significativo rimbalzo, ma anche il nostro Ftse-Mib ha fatto bene (+1,41%), nonostante l’ufficializzazione della bocciatura della manovra del governo da parte della Commissione UE. Del resto l’evento era certo da tempo, e il mercato l’ha scontato nelle settimane scorse. Come spesso succede, i prezzi si muovono sulle aspettative e correggono sulla notizia, ed anche stavolta quest’abitudine si è materializzata, anche sullo spread, che dopo l’ impennata a 335 di martedì, ieri è addirittura sceso a quota 312.
Hanno forse anche colpito i toni sostanzialmente cauti della Commissione, che si è dichiarata disponibile ad attendere la resipiscenza italiana fino al 19 dicembre, prima di fare il successivo passo previsto dalla procedura di infrazione, lanciando un messaggio sostanzialmente raccolto dall’eminenza grigia del governo, il Prof. Savona, insolitamente conciliante con l’Europa, che ha dichiarato la sua preoccupazione e la convinzione che ora la manovra sia da riscrivere.
Ovviamente non è questa l’opinione di chi conta nel governo, cioè i due leader penta-leghisti, che ultimamente stanno faticando non poco a tenere insieme una maggioranza sempre più litigiosa. Il terreno su cui si trovano d’accordo è ormai solo più quello della resistenza ad oltranza contro Bruxelles, in difesa dei rispettivi totem (reddito di cittadinanza e quota 100).
Però comincia ad esserci qualcuno disposto a scommettere sulla mediazione con Bruxelles, anche perché uno spread sopra 300 per molto tempo si brucerebbe le risorse stanziate in manovra ed allontanerebbe ulteriormente la realizzazione delle misure simbolo. Del resto una resa dei conti elettorale, che piacerebbe molto a Salvini, non è detto che verrebbe concessa da Mattarella. Pertanto i due si trovano costretti ad andare d’accordo fino alle elezioni europee di maggio 2019.
La situazione pertanto si sta stabilizzando e nelle due sedute finali della settimana, orfane in gran parte del faro americano, potremmo vedere in Europa un po’ di continuazione del rimbalzo. Del resto pensiamo che Eurostoxx50, prima della seduta di ieri, era sceso in 8 sedute su 9. Ci sarebbe spazio per un recupero ulteriore anche di un centinaio di punti (circa il 3%) prima di incontrare importanti resistenze grafiche. La resistenza del Dax si trova a 11.650 (poco meno del 4% sopra l’attuale livello), mentre per il nostro Ftse-Mib la resistenza è in area 19.600 (anche qui distante circa il 4% dall’attuale 18.732.
Un movimento simile di rimbalzo è difficile da relaizzare senza il contributo americano. Perciò è possibile che i mercati europei oggi cerchino soprattutto di difendere il rimbalzo di ieri, attendendo che da Wall Street venerdì, ma più probabilmente la prossima settimana, vengano indicazioni direzionali.
Intanto la diplomazia cercherà di calmare gli animi dei rivoluzionari italiani.




20.11.2018

CIMITERO TECNOLOGICO

Anche questa settimana è partita col piede sbagliato, soprattutto sull’azionario USA, che con l’indice SP500 ieri ha quasi del tutto annullato il rimbalzo delle due sedute finali della scorsa settimana. Chiudendo nuovamente sotto il livello tondo di 2.700 punti (2.690,73 per la precisione, -1,66%), si appresta oggi a testare quota 2.671, il minimo di giovedì scorso, da cui era partito l’illusorio rimbalzino finale della scorsa settimana. Se verrà sfondata anche questa barriera di supporto, l’indice principale andrà a giocarsi l’ultima carta per salvarsi dall’inversione ribassista del trend principale. Questa si trova sul supporto di 2.603, l’ultimo minimo ascendente del trend di lungo periodo, segnato lo scorso 29 ottobre. Quel livello dobbiamo fissarlo molto bene nella nostra mente. Deve essere difeso a tutti i costi, poiché uno sfondamento decreterebbe la fine definitiva della festa rialzista partita il 9 marzo 2009 e durata quasi 10 anni. Tuttavia, siccome Wall Street è governata da mani sante che sicuramente interverranno per tentare il salvataggio a tempo scaduto, per decretare la morte del toro è bene attendere che lo sfondamento sia confermato anche al termine della settimana in cui avverrà.
Nell’attesa notiamo che l’indice tecnologico Nasdaq100 si è portato già più avanti del cugino generalista ed ha già avvicinato di molto il suo livello da ultima spiaggia. Con la chiusura di ieri (-3,26% a quota 6.643) è arrivato a soli 68 punti, poco più di un punto percentuale, dal supporto di 6.575, minimo del 29 ottobre. E’ assai probabile che l’indice tecnologico anticipi l’inversione ribassista rispetto a SP500 e faccia in qualche modo da apripista nell’esplorazione dell’abisso, dopo esserlo stato per anni nella visitazione delle galassie rialziste. Il Nasdaq100 sarà il classico uccellino nella miniera e ci anticiperà l’esito che prenderà il trend dell’azionario globale.
Nel dramma del Nasdaq100 si staglia il dramma dell’impero FAANG, acronimo che comprende le 5 regine della tecnologia: Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google, che sul listino si chiama Alphabet. Questa elite di predestinati dalla magia del web, per anni, ha fatto godere gli investitori che hanno scommesso su di loro, raddoppiando spesso di valore da un anno all’altro e ripetendo a circa 20 anni di distanza il miracolo della new economy che abbiamo vissuto negli anni ’90.
Avendo abituato troppo bene gli investitori, con continue accelerazioni dei loro tassi di crescita di ricavi ed utili, subiscono ora la delusione che pervade il mercato, che si sente tradito da segnali sempre più evidenti di rallentamento. Per un mondo abituato a correre, e molto generoso con chi tira il gruppo, basta un abbassamento della velocità per far emergere la sopravvalutazione esistente nei prezzi. L’indice Nyse FANG, che rappresenta l’Olimpo tencologico, dai massimi del 20 giugno scorso ha già perso -22% e ieri ha registrato un nuovo minimo relativo, in un percorso che ha già completato l’inversione ribassista di lungo periodo e sta trascinando a fare altrettanto anche l’indice Nasdaq100, che nel frattempo ha già restituito dai suoi massimi il -13,7%.
Ha fatto una certa impressione ieri osservare tutte e 5 le regine FAANG perdere più dell’indice Nasdaq100, al punto che diventa un semplice dettaglio il fatto che il crollo di ieri sia partito da un articolo del Wall Street Journal che ha riferito di un taglio, da parte di Apple, nella produzione dei nuovi iPhone lanciati a settembre, prevedendo vendite natalizie non troppo entusiasmanti.
La debacle USA ha fatto passare in secondo piano le vicende europee, che pure sarebbero di un certo interesse, se non venissero sovrastate da quel che succede in USA.
Ieri l’Eurogruppo ha discusso, ma senza ancora arrivare ad un accordo, dato che la maggioranza favorevole è ampia ma non ancora unanime, la revisione delle regole di bilancio e la riforma del Fondo Salvastati ESM. Qui le cose non si mettono molto bene per il nostro paese, dato che sembra prevalere la proposta franco-tedesca di attivare un fondo per i paesi dell’Eurozona, che dovrebbe servire ad omogeneizzare le economie dell’area Euro. Sarebbe una cosa utile anche al nostro paese, se non fosse che, per aumentare la pressione contro il nostro governo indisciplinato, si propone che al Fondo possano attingere solo i paesi che rispettano le regole di bilancio. Ma è in vista una seconda botta per il nostro paese. Si vuole semplificare l’adozione delle clausole di azione collettiva in caso di ristrutturazione del debito da parte di uno stato europeo impossibilitato a rimborsarlo regolarmente. In particolare, mentre ora si prevede che la ristrutturazione del debito possa avvenire solo con il consenso della maggioranza dei creditori, con le regole nuove questa verrebbe adottata dallo Stato insolvente senza alcun bisogno di approvazione. E’ evidente che questa novità renderebbe immediatamente più rischioso prestare soldi al nostro paese, che viene percepito significativamente a rischio default, con aumento del premio al rischio e dello spread, oltre che del costo del debito.
Intanto incombe ormai il giudizio della Commissione UE sulla nostra manovra. Domani verranno presentate le previsioni economiche e i giudizi della Commissione su tutti i bilanci dei paesi dell’Eurozona. Per il nostro paese sarà negativo e verrà presentato anche il rapporto sul debito pubblico italiano, prima tappa della procedura di infrazione.
Non stupisce perciò che ieri lo spread abbia ripreso a salire con decisione, portandosi a quota 322, in rialzo di una decina di punti base. L’azionario ha vissuto una giornata di calma relativa, con il Ftse-Mib che ha chiuso in moderato calo (-0,29%), ma ha perso la metà di quel che ha perso Eurostoxx50 e un terzo della perdita del Dax tedesco.
Per concludere la cronaca di una giornata da dimenticare, segnalo lo sfondamento di quota 5.000 $ da parte della quotazione del Future sul Bitcoin, che ha perso altri 800 $ in una sola seduta e sembra ora avviato ad un ridimensionamento epocale che lo spingerà forse sul viale del tramonto, con buona pace dei fanatici della tecnologia. Per ironia della sorte la BlockChain, la tecnologia alla base di questa moneta virtuale, si sta imponendo alla grande come strumento di certificazione ed è usato in modo sempre più universale. Il suo primo esperimento applicativo si sta invece schiantando al suolo.
Morale della favola: la tecnologia non riesce ancora a sconfiggere il potere degli stati e delle banche centrali. Del Bitcoin resterà il cuore tecnologico, mentre la buccia monetaria, che ha osato insidiare il potere delle valute nazionali, come succede ai soldi del Monopoli, finirà in discarica. Pardon, nel termovalorizzatore.



16.11.2018

L’AMERICA RIMBALZA, OGGI TOCCA ALL’EUROPA?

Le Borse europee hanno vissuto ieri l’ennesima seduta moderatamente negativa. Per l’indice globale Eurostoxx50, che rappresenta le blue chip dell’Eurozona, è stata la quinta delle ultime 6.
Il lento scivolamento è proseguito questa volta non solo per colpa delle incertezze provenienti dal braccio di ferro tra Italia e UE sul nostro bilancio 2019, che infrange le regole europee e farà scattare la procedura di infrazione. Ieri anche la fibrillazione del Governo inglese della signora May ha dato il suo contributo alla turbolenza. Dopo l’accordo raggiunto in extremis tra i negoziatori per disegnare una “soft Brexit” e l’approvazione ottenuta mercoledì da parte del governo, dopo una drammatica seduta fiume di oltre 5 ore, ieri sono cominciate le manovre degli oppositori per scardinare i piani di May.
Sono arrivate due importanti dimissioni di ministri, mentre tra i conservatori più accaniti nel voler tagliare ogni cordone ombelicale con l’Europa è iniziata la raccolta delle 48 firme necessarie per presentare una mozione di sfiducia nei confronti della May, che a quel punto si dimetterebbe. La leader conservatrice (pro-tempore) è accusata di aver svenduto la sovranità britannica alla UE pur di trovare un accordo. Se verranno trovate le firme, le dimissioni della May potrebbero portare ad esiti ancora non ben chiari, ma comunque caotici, dato che in questo caso l’accordo appena raggiunto con la UE verrebbe stracciato e la caduta del governo potrebbe portare a Downing Street un duro sostenitore della “hard Brexit” (magari Boris Johnson), oppure condurre ad elezioni anticipate, da cui potrebbe addirittura emergere una maggioranza laburista, che magari farebbe ripetere il referendum. Insomma: tutto può succedere.
L’intrigo politico inglese ha provocato anche un’apertura piuttosto drammatica in USA, dove nei primi minuti di contrattazione l’indice SP500 è sceso fino a 2.671 punti ed ha segnato il sesto minimo discendente consecutivo.
Ma, dopo aver sfogato in poco più di un’ora il pessimismo iniziale e chiuso completamente il gap rialzista che risultava aperto dallo scorso 31 ottobre, ecco che si sono ripresentati in forze i compratori, che hanno provocato un deciso rimbalzo di oltre 60 punti (cioè più di 2 punti percentuali di recupero dai minimi) e permesso all’indice di chiudere la seduta a quota 2.730 (+1,06%). La svolta si è materializzata anche sul Nasdaq100, che ha fatto un movimento simile ed ha chiuso a +1,78%, riportandosi nei pressi dell’area di resistenza di 6.900 punti.
Preciso che, tecnicamente, non abbiamo ancora su questi indici un segnale di inversione rialzista, ma un mero rimbalzo tecnico. Però la reazione imperiosa manifestata ieri induce ad ipotizzare che il minimo di ieri potrebbe rappresentare un “bottom”, cioè un punto di svolta che nel breve periodo dovrebbe tenere e consentire la formazione di un movimento rialzista di breve periodo, in grado di arrivare su SP500 ad un nuovo test di quota 2.816, che già due volte (il 17.10 ed il 7.11) ha respinto le velleità di ritorno ai massimi da parte del mercato azionario USA.
Ne avremo una prima prova fin da oggi, se il rimbalzo continuerà e riuscirà a superare 2.747, cioè il massimo di mercoledì scorso. In questo caso la candela settimanale magari non riuscirà a recuperare il colore positivo. Per ottenerlo SP500 oggi dovrebbe riuscire a portarsi addirittura oltre 2.774, che non è impresa semplice. Ma una prosecuzione anche minore del recupero iniziato ieri farebbe assumere alla candela di questa settimana l’aspetto di un “hammer”, figura grafica che spesso denota l’esaurimento della negatività e la fine di una correzione ribassista.
Stiamo a vedere senza dare nulla per scontato, dato che le convulsioni inglesi possono continuare a far danni e trasformare in illusioni quei segnali di rimbalzo che ieri ci ha fornito Wall Street.
Il recupero americano si è espresso quasi tutto a borse europee chiuse. Pertanto non ha fatto in tempo a trascinarle in positivo. Il suo inizio è servito solo ad lenire le perdite, che il nostro Ftse-Mib ha fissato in chiusura a -0,9%. Per una volta non sono state le banche a guidare il ribasso, anche se il settore non ha comunque brillato. Hanno pesato di più le brutte performance di alcuni titoli industriali (Prysmian, Moncler, Buzzi, Leonardo, Luxottica), che risentono delle prospettive di crescita europea sempre meno esaltanti.
La logica vorrebbe che almeno in apertura anche il nostro indice oggi provasse a rimbalzare un po’, anche perché l’indice, con il calo di ieri, è arrivato a rimangiarsi i due terzi del recupero attuato dal 25 ottobre al 7 novembre. Ulteriori scivolate andrebbero a testare l’area del minimo di ottobre di 18.411 e sarebbe piuttosto pericoloso.
Ma la logica deve fare i conti con l’umore dei mercati, che hanno dimostrato di non essere troppo disposti a credere ai nostri giovani leader.




15.11.2018

DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO

La seduta centrale della settimana non è riuscita a risollevare le sorti dei mercati azionari, né in Europa, né in USA. La parte iniziale della seduta europea, molto negativa, ha recepito il brutto segnale di ripresa del ribasso, che Wall Street ha consegnato con la seduta di martedì scorso. Poi a metà mattinata, complici le voci di accordo nel governo May per recepire la bozza di soluzione del piano Brexit concordata tra i mediatori di UE e Gran Bretagna è iniziato un progressivo recupero che ha addirittura riportato gli indici europei in positivo, con la complicità di future americani che ipotizzavano un’apertura in rimbalzo per Wall Street. Ma il sereno è durato poco. Wall Street, ha subito ripreso la via del ribasso e con l’indice SP500 ha oltrepassato il minimo del giorno precedente imponendo il dietrofront ribassista anche ai mercati europei, che hanno così chiuso la seduta con ribassi di poco meno di un punto percentuale, lontani dai minimi, ma anche dai massimi di seduta. La serata è poi proseguita in USA con molto nervosismo, alternando rimbalzi e scivolate ed è terminata con SP500 adagiato sul supporto psicologico dei 2.700 punti, più o meno a metà strada tra i massimi del 7 novembre (2.815) ed i minimi del 29 ottobre (2.604). L’indice USA principale con il -0,76% di ieri ha collezionato così la quinta seduta consecutiva di ribasso. Vedremo oggi se la scivolata di questa settimana verrà almeno in parte recuperata. Non favorisce il buonumore il pesante calo del prezzo del petrolio WTI Crude Oil, che ha subito un’accelerazione martedì scorso e che dal prezzo massimo del 3 ottobre scorso (76,90 $) in meno di un mese e mezzo è sceso fino a 54,75 $ di martedì (-28,8%).
Il rimbalzino di ieri è stato irrilevante e non ha tolto le perplessità agli investitori, che ora guardano al prossimo black friday come ad un’ancora di salvezza per evitare il rallentamento congiunturale anche in USA.
Gli operatori italiani sono invece rimasti appesi ai monitor dello spread per valutare la reazione dei mercati all’ostinato braccio di ferro che il governo vuole combattere contro gli altri paesi dell’Unione Europea e la Commissione UE.
Le reazioni ufficiali delle istituzioni sono state quelle previste. Moscovici ha definito “irrilevanti” e “poco credibili” le lievi modifiche introdotte dal governo (dismissioni di immobili pubblici e garanzia anti-sfondamento del 2,4% di deficit), mentre un paio di “sovranisti”, tra cui l’Austria di Kurz, l’amico di Salvini, che e pure presidente semestrale del Consiglio Europeo e parla a nome di tutti, hanno immediatamente chiesto l’apertura della procedura di infrazione contro il nostro paese.
Salvini avrà ieri meditato sul celebre motto: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.
I mercati hanno immediatamente reagito alzando lo spread BTP-Bund per la quarta seduta consecutiva e portandolo a 306 punti, anche se al mattino è stato segnato un massimo a 316. Il rendimento del BTP decennale è arrivato fino al 3,55%, per poi chiudere a quota 3,50%.
Una reazione tutto sommata controllata, che ha consentito anche alle nostre banche di non sfigurare all’interno del paniere Ftse-Mib, che ha realizzato -0,78%, non troppo peggio della media europea, rappresentata dall’Eurostoxx50 (-0,60%).
La giornata odierna dovrebbe essere condizionata dal seguito delle vicende legate alla Brexit. Il via libera del governo britannico deve ora essere ratificato dal Parlamento e qui la maggioranza dei conservatori è messa in grave pericolo da molte voci critiche di dissidenti. Soprattutto quelli guidati da Boris Johnson che accusano May di aver annacquato la Brexit. Ma non mancano coloro che vorrebbero la ripetizione del referendum per tornare indietro da questa avventura che comunque dovrebbe causare danni alla Gran Bretagna. La ratifica perciò è tutt’altro che scontata. Ovviamente la bocciatura del piano causerebbe le dimissioni di Theresa May e il caos politico.
Segnalo infine, se interessa ancora a qualcuno, che ieri si è visto il crollo del Future sul Bitcoin, che dai 6.250$ di martedì, è riuscito a perdere in qualche momento anche più di 1.000$ in una sola seduta, rompendo i precedenti minimi del 2018 e terminando la seduta a quota 5.545$.
E’ iniziato il crepuscolo della criptovaluta?





14.11.2018

L’AVVENTURA DELL’ULTIMO VAGONE

La giornata di ieri era piuttosto importante per i mercati finanziari e per le decisioni politiche che il nostro governo doveva prendere.
Sui mercati abbiamo assistito ad un tentativo di rimbalzo che è partito dalle borse cinesi e si è esteso all’Europa, anche grazie all’ipotesi di accordo raggiunto tra i negoziatori della Brexit, che sul filo di lana hanno concordato una bozza di accordo che Theresa May oggi dovrà far digerire al suo governo, molto diviso sull’argomento. Rispetto alla possibilità di naufragio che si ipotizzava fino a ieri, anche un accordo incerto è meglio di niente.
Le borse USA hanno anch’esse provato il rimbalzo, anche per merito delle voci di avvicinamento tra Cina e USA sui dazi, in vista dell’incontro tra i premier Trump e Xi a margine del G20 che si terrà in Argentina tra pochi giorni. Ma, a mercati europei chiusi, il crollo dei prezzi del petrolio, provocato dai tweet aggressivi di Trump contro l’Arabia Saudita, che ha deciso di tagliare la produzione di mezzo milione di barili al giorno, hanno spaventato gli investitori e trascinato SP500 nuovamente sui minimi del giorno precedente, annullando le intenzioni di attaccare la media mobile a 200 sedute.
L’aborto del rimbalzo americano oggi è destinato a condizionare negativamente l’apertura europea, così come potrebbe fare anche la risposta italiana alla Commissione UE alla scadenza del tempo utile concessoci dalla Commissione UE per uniformare la politica di bilancio alle norme europee.
Il governo ha presentato a Bruxelles una lettera che conferma tutte le stime ed i saldi contestati sia dalla Commissione UE che da molte altre agenzie di valutazione. Ieri, detto per inciso, è arrivata anche la lettera al Governo da parte del FMI al termine della periodica missione di valutazione del nostro paese. Ha ricalcato tutte le critiche che già la UE ci contesta.
Il governo comunque tira dritto e concede, come sforzo di buona volontà, solo la novità di prevedere qualche miliardo di entrata aggiuntiva con la dismissione di immobili pubblici inutilizzati e una clausola di salvaguardia che garantisce che il tetto del deficit del 2,4% del PIL non verrà sfondato, poiché alla bisogna scatteranno tagli alle spese più o meno automatici.
E’ troppo poco e la UE non si accontenterà, procedendo con la procedura di infrazione che dovrebbe concludersi il 22 gennaio con l’ordine formale votato dagli altri stati membri che imporrà all’Italia di adeguarsi, pena pesanti sanzioni monetarie.
Come prenderanno le agenzie di rating questo braccio di ferro dell’Italia contro tutta l’Europa, lo scopriremo probabilmente nel 2019, ma come lo prenderanno i mercati dovremmo vederlo prima.
Non nutro molta fiducia che la credibilità del nostro paese, già deterioratasi da tempo, possa evitare ulteriori scivolate, che significheranno aumenti di spread. A questo punto quota 400 diventa il naturale obiettivo che i mercati potrebbero presto andare a testare.
Se il contesto internazionale non migliorerà, e le borse americane dovessero cedere, è molto facile prevedere che il nostro paese finirebbe di fare la parte del vaso di coccio schiacciato dalla caduta dei vasi di ferro americano, cinese e tedesco.
I giovani leader resistono, contro tutti gli appelli alla moderazione e contro il buon senso e la realtà dei numeri. Anzi, Salvini fa pure facile ironia e pensa di estendere il suo consenso con la guerra agli immigrati e alle istituzioni sovranazionali, come Trump. Ma la differenza è che Trump guida la più grande potenza economica e militare del globo, lui comanda l’ultimo vagone del già lento treno europeo. E questo treno da domani comincerà a prepararsi a lenire gli effetti dell’eventuale distacco del vagone italiano. Gli effetti per il treno, non per il vagone italiano. Quelli ce li subiremo tutti noi. E lui darà la colpa alla Germania.


 

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