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Pierluigi Gerbino

www.borsaprof.it

 

16.07.2019

LE SMALL CAP HANNO GIA’ ABBANDONATO LA FESTA?

La settimana per le borse globali è iniziata in sordina. La cautela ha prevalso dappertutto e la
giornata è passata a ridurre i distacchi accumulati nella scorsa settimana tra la performance dei
mercati azionari USA e quelli Europei.
Infatti Wall Street, pur aggiornando i massimi storici anche ieri, ha poi chiuso in sostanziale parità
sui principali indici, confermando comunque il movimento rialzista in atto.
L’indice europeo Eurostox50 è invece riuscito a segnare un piccolo rimbalzo (+0,13%) che gli ha
consentito di interrompere la serie di sedute negative evidenziata dopo il 4 luglio, sebbene la ripresa
debole delle quotazioni non basti a ritenere finita la fase correttiva.
In mezzo a tanta prudenza direzionale, se vogliamo proprio trovare un argomento che valga la pena
di commentare, dobbiamo osservare il comparto delle small cap americane, rappresentato dall’indice
Russell 2000, che da qualche tempo ha smesso di partecipare alla festa degli altri indici principali. Si
trova infatti ancora sotto il suo massimo annuale, del 6 maggio scorso, per circa 4 punti percentuali,
ed è molto lontano (quasi il 12%) dal massimo storico realizzato a fine agosto dello scorso anno.
Questo strano ritardo significa che la fotografia dello stato di salute delle small cap è decisamente
meno brillante di quella delle blue chips, che riempiono i titoli dei giornali.
Il disallineamento direzionale si è particolarmente accentuato in questa prima metà del mese di
luglio, in cui l’indice Russell 2000 è costretto ad un andamento laterale ed ha una performance per
ora negativa (-0,3%) mentre i tre indici di blue chips che seguiamo maggiormente, hanno tutti
segnato risultati molto brillanti (+2,47% SP500, +2,85% il Dow Jones e +3,86% Nasdaq100) e
confermato il trend rialzista di giugno.
Può essere un primo campanello d’allarme sulla salute del mercato azionario USA, che brilla con le
sue punte di diamante, ma fatica con le retrovie delle piccole e medie imprese?
In effetti le small cap non hanno gli strumenti per manipolare i multipli e spingere il rialzo delle
quotazioni con operazioni di buyback, non sono quelle su cui in genere le mani forti vanno a
speculare sulle aspettative, ma sono maggiormente legate al valore espresso dai fondamentali.
Normalmente questo comparto, più volatile e rischioso, dà il meglio di sé nelle fasi centrali dei cicli
borsistici, quando magari la performance delle blue chips ha raggiunto livelli euforici ed il popolo dei
risparmiatori, a caccia di occasioni, si butta su questi titolini, che arrivano così, con un certo ritardo,
a cogliere copiosi frutti del ciclo economico. Quando poi si comincia a sentire puzza di bruciato
nell’economia reale, questi titoli sono i primi ad essere scaricati, proprio perché nelle fasi di mercato
orso, a causa della loro minore liquidità, possono subire cali peggiori di quelli delle blue chips.
La loro debolezza relativa, che si percepisce da un po’ di tempo, potrebbe segnalare che forse i loro
bilanci stanno già cominciando a soffrire il rallentamento economico che sta arrivando anche in USA,
e che qualcuno sta cominciando ad alleggerire i portafogli scappando da questi titoli.
Ovviamente queste sono congetture, che debbono trovare conferme o smentite dalle trimestrali che
arriveranno nelle prossime settimane.
Ieri abbiamo avuto la prima trimestrale di un certo peso, Citigroup, che ha battuto le stime degli
analisti, ma non è stato premiato dal mercato. E’ comunque troppo presto per anticipare deduzioni
su un mercato più severo che in passato nel giudicare i numeri di bilancio.
Oggi attendiamo una nutrita serie di altri bancari (Goldman Sachs, JPMorgan e Wells Fargo) e
domani arriveranno i primi tecnologici (IBM e Netflix).
Le attese degli analisti per questa stagione delle trimestrali non è positiva. Le attese sono per circa
un -3% sugli utili rispetto all’analogo trimestre dello scorso anno. Se così fosse avremmo due
trimestri consecutivi di calo degli utili, dato che il primo del 2019 è terminato con -0,3%.
Stiamo a vedere se anche stavolta i risultati battono le attese, come avviene solitamente nelle fasi di
ciclo economico in espansione.
Pierluigi Gerbino www.borsaprof.it

 

15.04.2019


LE BANCHE SALVANO UNA SETTIMANA INCERTA

Il ritorno ai massimi assoluti nel corso del 2019 è la missione da compiere per i mercati azionari americani, mentre quelli europei si debbono accontentare di superare i massimi dello scorso anno, dato che quelli assoluti sono ancora distanti. Gli indici cinesi, invece, con il potente rally attuato da inizio anno, hanno lo scopo di recuperare il pesante calo del -25% subito lo scorso anno da Shanghai. Per farlo ci vuole un rialzo del 33%
Tutti questi mercati hanno cercato la scorsa settimana avanzare di un altro passo nella direzione voluta. Ma la seconda settimana di aprile ha mostrato che più il recupero avanza, più si riduce la distanza ancora da compiere, più aumentano le difficoltà da superare. Esattamente come per un maratoneta, gli ultimi chilometri sono decisamente i più duri, quelli in cui a volte la sofferenza si fa lancinante e conduce al ritiro.
Comunque, sebbene in extremis e senza un ritmo paragonabile a quello delle due esaltanti settimane precedenti, i principali indici USA (SP500 e Nasdaq100) nonché quello che rappresenta le blue chip dell’Eurozona (Eurostoxx50), sono riusciti a salvare la settimana e chiuderla al di sopra dei livelli raggiunti il venerdì precedente. A dire il vero un po’ meglio hanno fatto i listini USA, con un rialzo settimanale intorno al mezzo punto percentuale, mentre quello europeo ha migliorato il suo massimo da inizio anno solo in misura infinitesimale (+0,01%).
Gli indici cinesi, invece, si sono presi una pausa correttiva, arretrando di circa due punti percentuali rispetto al precedente venerdì. La performance da inizio anno si è comunque ridimensionata solo di poco e rimane veramente eclatante: quasi il 30% di rialzo per l’indice di Shanghai e quasi il 40% per quello di Shenzhen.
Il film della settimana, sui mercati americani, ha visto un lunedì positivo, che ha sfruttato l’inerzia rialzista della settimana precedente, seguito da una mini-correzione il giorno seguente, e dalla faticosa ripresa di convinzione nella parte finale, conclusasi con il botto di venerdì, che è bastato a ritoccare i massimi del 2019 ed a portare l’indice principale SP500 (+0,66%) a chiudere una seduta per la prima volta al di sopra dei 2.900 punti in questo 2019.
A far tornare il buonumore su Wall Street è stato l’inizio col botto della stagione delle trimestrali. Venerdì hanno infatti rendicontato il primo trimestre del 2019 le prime tre banche, JPMorgan, PNC Financial e Wells Fargo. Tutte hanno battuto le previsioni degli analisti e le prime due sono state premiate in modo vistoso dagli investitori, che hanno esteso gli acquisti speculativi su un po’ tutto il settore bancario in USA ed in Europa.
La performance dei bancari ha permesso così anche al nostro indice Ftse-Mib (+0,80% venerdì e +0,46% settimanale), dove le banche hanno una rappresentanza dominante, di raddrizzare il bilancio settimanale e riavvicinare il livello dei 22.000 punti, già sfiorato martedì scorso.
La settimana che inizia oggi, che sarà di sole 4 sedute, poiché il Venerdì Santo in tutto l’occidente i mercati chiudono i battenti, pare perciò destinata ad essere fortemente influenzata dai risultati delle trimestrali che verranno presentate.
Se i mercati hanno ignorato i tanti segnali di rallentamento della crescita provenienti un po’ da tutto il mondo, e si sono diretti nuovamente verso i massimi, non è solo per le attese fiduciose che si concluda la guerra commerciale USA-Cina, e il tormentone Brexit. A queste aspettative occorre aggiungere la confidenza che la FED, dopo aver comunicato la fine della normalizzazione dei rendimenti, possa tornare ad una politica accomodante, anche per accontentare la smania di crescita economica di Trump, che continua a fare la voce grossa affinché la FED tagli i tassi di mezzo punto. Ho l’impressione che questi 3 driver rialzisti abbiano dato al mercato quel che potevano, ed ora siano già pienamente scontati. Ben poco può ancora arrivare da questi tre fronti. Anzi. Eventuali sorprese negative, che i mercati non prendono minimamente in considerazione, sarebbero foriere di correzione.
Ma c’è una ulteriore riserva di ottimismo, che abbiamo visto spuntare venerdì, e potrebbe continuare anche nei prossimi giorni: l’aspettativa che anche nei rendiconti del primo trimestre del 2019 le imprese USA riescano a battere le previsioni degli analisti, come sono solite fare negli ultimi due anni.
C’è da dire che questa volta gli analisti sono piuttosto pessimisti. Secondo Factset, l’agenzia specializzata nello studio dei risultati aziendali, che riporta ed aggiorna continuamente il consenso degli analisti, per le società del paniere SP500 i rendiconti del primo trimestre 2019 dovrebbero mostrare un calo stimato in -4,3% rispetto all’analogo periodo dello scorso anno. In calo, per ora, sono anche le stime dei risultati del secondo trimestre, anche se molto provvisorie.
Se gli analisti avessero visto giusto sarebbe la prima volta che gli utili scendono da quasi tre anni. L’ultimo calo registrato risale al secondo trimestre del 2016, quando Trump era ancora soltanto uno stravagante ed egocentrico miliardario all’assalto della Casa Bianca, che eccitava i suoi potenziali elettori al grido “Make America Great Again” e attaccava Obama per i magri risultati economici.
Per mercati azionari abituati alla sbornia di utili, buyback e dividendi, piovuti lo scorso anno sugli investitori grazie ai regali fiscali di Trump, scoprire che “la pacchia è finita” (copyright Salvini) causerebbe qualche problema esistenziale e forse renderebbe difficile l’ulteriore frequentazione dei massimi storici. Ma i mercati non credono a questa ipotesi, ed hanno aspettative ben più positive. Scommettono che anche stavolta utili e ricavi batteranno le stime, come nel passato, e magari riescano a portare il saldo in positivo. Per questo motivo venerdì, scoprendo che per i bancari la stagione delle trimestrali è cominciata piuttosto bene, hanno stappato lo spumante.
Da oggi in avanti verificheremo se l’ottimismo permarrà anche dopo l’arrivo delle prime trimestrali flop.
Oggi la parte del leone la faranno ancora le banche (Citigroup e Goldman Sachs), perciò la festa potrebbe continuare. Ma nei giorni successivi avremo le trimestrali di società anche di altri settori. La partita tra rialzisti e ribassisti tornerà assai più equilibrata.
 

 

 

5/4/2019

PAUSA DI RIFLESSIONE


Le borse europee, che mercoledì hanno scavalcato con un bel balzo i massimi dello scorso mese, ieri hanno tentato di estendere ancora il rialzo e, dal punto di vista puramente statistico, ci sono anche riuscite. Eurostoxx50, il paniere delle blue chip dell’Eurozona, ha infatti messo a segno la sua quinta seduta positiva consecutiva, chiudendo a 3.442 punti (+0,19%) ed è arrivato ormai ad un soffio dall’area compresa tra 3.452 e 3.463 punti. Questi due livelli molto vicini rappresentano i massimi di settembre e di agosto dello scorso anno e costituiscono la prossima forte resistenza da attaccare.
La molta strada già percorsa nelle ultime nove sedute, dai minimi del 25 marzo scorso ai massimi di ieri, ammonta a quasi 5 punti percentuali, un risultato che, in questo periodo di rendimenti azzerati,
potrebbe essere soddisfacente raggiungere non in nove sedute ma in un intero anno. Se aggiungiamo il timore reverenziale che l’area di resistenza induce negli investitori, comprendiamo i motivi alla base della performance cauta, sebbene positiva, realizzata ieri dall’indice europeo.
I vecchi commentatori di borsa chiamavano queste giornate “pausa di consolidamento”, ipotizzando naturalmente che dopo la pausa ci debba essere la ripresa del rialzo. Personalmente ritengo meno partigiano usare i termini “pausa di riflessione”, poiché la ripresa del rialzo è ancora da verificare ed ho imparato a non dare mai nulla per certo.
La voglia di salire sembra ancora presente. Del resto la politica sta dando una mano alle aspettative rialziste. In attesa che a Londra venga partorito quel piano bipartisan che consenta di attuare una
soft Brexit, è stato il duo Trump-Xi Jinping a spargere ottimismo sull’imminente raggiungimento dell’accordo di pace commerciale. Il leader cinese ha fatto recapitare al Presidente americano un messaggio rassicurante, mentre il baldanzoso magnate USA ha immediatamente annunciato che
l’accordo è più vicino che mai ed entro poche settimane verrà reso noto al mondo “qualcosa di davvero monumentale”.
Il round che oggi vedrà impegnati a New York i negoziatori delle due parti dovrebbe perciò entrare nella parte finale della maratona negoziale, sebbene sia ancora presto per annunciare date per la
pomposa cerimonia della firma . Però i mercati azionari, dopo tanta corsa, mostrano un po’ di fiatone. L’indicatore di eccesso RSI(14)
segnala una situazione di ipercomprato sull’indice Eurostoxx50, mentre sull’indice principale USA SP500 (+0,21% ieri) l’ipercomprato è quasi raggiunto. Non dovrebbe stupire perciò se la settimana si concludesse con una seduta moderatamente correttiva. Non verrebbe guastata la positività del risultato settimanale e gli indicatori potrebbero scaricare un po’ di eccesso, permettendo agli indici di rifiatare.
Del resto la solidità del rialzo è garantita dalla lontananza dei supporti, rappresentati da quota 2.785 per l’indice SP500 e da 3.282 per Eurostoxx50. L’azionario potrebbe perciò anche prendersi una pausa correttiva di 2-3 punti percentuali senza intaccare l’impostazione rialzista del trend di medio periodo. La nostra Piazzaffari, che ha mostrato in questa prima parte del 2019 tutti i suoi muscoli, ieri non si è sottratta alla riflessione che ha coinvolto gli altri indici. Il Ftse-Mib, con una giornata assai poco movimentata, ha corretto un pochino (-0,23%) il rialzo degli ultimi giorni. Anche qui niente di preoccupante, per ora, sebbene pure l’indice delle nostre blue chips sia in territorio di ipercomprato e una correzione più significativa non possa affatto essere esclusa.

 

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DISCLAIMER


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