10 GIUGNO 2008
LA TEMPESTA PERFETTA. E LA FED HA
L’OMBRELLO FUORI USO
Supponiamo che in un solo giorno il prezzo del petrolio decolli di 11
dollari, salendo di oltre il 10% e venga addirittura sospeso per una parte
della seduta (evento storico), il dollaro si riporti quasi ai minimi nei
confronti dell’euro perdendo due centesimi (che per questo cambio è
moltissimo), i principali indici azionari USA perdano oltre il 3%,
annullando completamente il tentativo di recupero del giorno precedente.
Come potremmo definire questo evento, se non l’innesco di una possibile
“tempesta perfetta”?
E’ quel che è successo venerdì 8 giugno, in una giornata in cui si sono
materializzati insieme tutti i fantasmi che sembravano scomparsi o in
grado di non nuocere ai mercati. Una giornata come questa ha avuto la
fortuna di essere seguita da un week-end, ed è stato ciò che a mio parere
ha salvato i mercati da un massacro emotivo.
Fino a venerdì scorso sembrava che il peggio della crisi americana fosse
alle spalle, secondo quanto dichiarato dai due principali responsabili
dell’economia a stelle striscienei giorni precedenti. Sia Bernanke, capo
della Federal Reserve, che il Ministro del Tesoro Paulson si erano
lasciati andare a dichiarazioni fiduciose sullo stato di salute economica
dell’America, con rassicuranti messaggi sulla prossima uscita dal tunnel
della crisi scansando la recessione. Ora la percezione della situazione da
parte dei mercati appare totalmente differente.
Vediamo allora quali sono questi spettri di cattivo auspicio.
Il primo è l’inflazione, che in realtà si è già presentato nei giorni
precedenti, quando sia Trichet che Bernanke. Alla guida delle due
principali banche centrali del mondo, hanno dovuto ammettere che su questo
terreno le cose stanno peggio del previsto e per evitare avvitamenti dovrà
essere fermata e forse invertita la politica del “denaro facile” a cui la
Federal Reserve ha attinto a piene mani e che tutti invocavano anche da
parte della BCE. I mercati, che continuavano tenacemente ad ipotizzare
futuri tagli ai tassi hanno dovuto prendere atto che la migliore delle
ipotesi è diventata quella di tassi fermi. La BCE, per bocca di Trichet,
ha addirittura voluto comunicare chiaramente che fin dal prossimo mese un
rialzo, per ora simbolico, è l’evento più probabile.
Questo cambiamento repentino di politica è l’ammissione che le munizioni
usate per sparare alla recessione e per difendere i mercati non possono
più essere usate, perché il nemico stagnazione ha preso in ostaggio il
potere d’acquisto e se ne fa scudo. Sparando contro la stagnazione si
rischia perciò di colpire l’ostaggio.
E’ un mutamento importante perché il taglio dei tassi e la continua
immissione di liquidità è proprio l’arma che finora ha permesso ai mercati
di credere che la crisi sarebbe stata superata a breve.
Il secondo fantasma sono le bugie del sistema bancario.
Si è sostenuto nelle ultime settimane che quel che doveva emergere dal
fronte delle svalutazioni bancarie probabilmente era emerso e che il
discutibile ed epocale salvataggio di Bear Stearns da parte di JPMorgan
con i soldi pubblici sarebbe stato probabilmente l’ultima e definitiva
battaglia vinta dalla Fed.
Negli ultimi giorni però è emerso che il modello che le banche e le
assicurazioni usano per calcolare le perdite fa un po’ acqua, per cui non
siamo più così sicuri che le perdite siano soltanto quelle che finora sono
venute fuori.
Praticamente il problema è valorizzare quella enorme massa di strumenti
finanziari basati sui mutui subprime (CDO, ABS, commercial paper
immobiliari) che non hanno più mercato perché nessuno li compra. Il valore
lo si ricava applicando modelli matematici che stimano il valore teorico.
Il problema però è che il valore è puramente teorico, poiché niente
assicura che tale valore residuo possa essere veramente realizzato. La
dimensione del problema è enorme, poiché qualcuno stima che per alcune tra
le principali banche USA queste “immobilizzazioni forzate” superino la
loro stessa capitalizzazione di borsa. Questo fatto ha provocato il credit
crunch nei mesi scorsi, poiché ha significato il blocco delle possibilità
di finanziarsi, fronteggiato in parte dalle misure di accesso privilegiato
al credito attuate dalla FED.
Il problema ora si complica perché qualcuno piuttosto importante (la SEC,
cioè la Consob americana ed alcune procure) sta valutando se i modelli
matematici usati siano realistici o se invece si tratti di modelli un po’
troppo “tolleranti”. Nel secondo caso è evidente che i delle svalutazioni
si debbano riaprire e reagisce riportando i titoli finanziari USA sui
minimi di marzo, mentre da Lehman Brothers vengono indicazioni di nuove ed
impreviste sofferenze e necessità di aumenti di capitali indigesti per il
mercato.
Il terzo fantasma che da venerdì preoccupa i mercati è quello della
recessione, che torna a far capolino dopo il dato non positivo sul mercato
del lavoro americano.
Intendiamoci. Il dato pubblicato, relativo alla diminuzione dei posti di
lavoro per 49.000 unità non è stato in sé negativo. Gli analisti ne
stimavano addirittura di più.
Occorre tuttavia ricordare la distorsione statistica che il metodo attuato
dal Dipartimento del Lavoro USA produce nelle stime. Una distorsione che
viene generalmente corretta qualche trimestre più tardi. A conferma di ciò
il 21 maggio è stata pubblicata la revisione ufficiale delle stime
pubblicate nel 3° trimestre 2007. Ebbene, quello che originariamente era
stato presentato come un trimestre positivo per l’occupazione, con la
creazione di 206.000 posti di lavoro, a distanza di 8 mesi i dati sono
stati corretti in negativo per 441.000 unità e sono diventati -235.000
buste paga.
Nel frattempo a fine 2007 la comunità degli analisti ha potuto stupirsi di
quanto l’economia americana sembrasse ancora vitale ed i mercati esultare
portandosi oltre i massimi assoluti, quando nella realtà l’economia Usa
aveva già cominciato a licenziare. Peccato che ce l’abbiano comunicato
ufficialmente solo 20 giorni fa e che i mezzi di informazione non ne
abbiano minimamente parlato.
Attendiamo perciò con santa pazienza e mesta rassegnazione che vengano
rifatti i conti anche dei mesi scorsi. Probabilmente tra 8 mesi scopriremo
che la perdita di posti di lavoro è stata ben superiore alle modeste stime
provvisorie.
I mercati comunque venerdì scorso sono rimasti molto impressionati
dall’aumento del tasso di disoccupazione, passato dal 5 al 5,5% in un solo
mese, con un incremento che non si vedeva da 22 anni.
A partire da maggio dello scorso anno, quando ammontava al 4,5%, il tasso
di disoccupazione ha fatto segnare un incremento di un punto percentuale.
I seminatori di belle speranze ci hanno puntualmente avvisato che il
motivo di tale balzo era riconducibile al fatto che molti studenti si
erano iscritti nelle forze di lavoro tutti insieme. Una semplice
distorsione statistica (questa ce la comunicano). In realtà tutte le
categorie di lavoratori hanno rimarcato un aumento significativo di
disoccupazione, per cui la distorsione statistica accentua di poco un
fenomeno di per sé evidente.
Quel che forse non tutti sanno è che esiste una relazione molto forte tra
tasso di disoccupazione e recessioni negli USA.
La tabella mostra in rosa i periodi di recessione ufficiale negli USA nel
dopoguerra e li sovrappone al tasso di disoccupazione. Il risultato è
inequivocabile. Ogni volta che la disoccupazione è salita di almeno un
punto percentuale gli Stati Uniti hanno vissuto un periodo di recessione.
Se questa volta non capitasse sarebbe un caso eccezionale.
Ecco perché molti hanno ricominciato a grattarsi la testa preoccupati.
02 GIUGNO 2008
SI FESTEGGIA LA MANCATA RECESSIONE. INTANTO ARRIVA LA
STAGFLAZIONE
Mentre in queste
settimane si è passato il tempo ad esultare per lo scampato pericolo dalla
recessione USA, nel mondo si sta imponendo un pericolo altrettanto
insidioso per i mercati finanziari, oltre che per le tasche dei cittadini.
Il mostro degli anni ’70, quello che riuscì a piegare le economie per anni
in un vortice di bassa o inesistente crescita accompagnata da erosione
della ricchezza dei cittadini e dele risparmio, sembra nuovamente far
capolino dietro l’angolo. Torna il fantasma della stagflazione.
Le schiere degli
ottimisti prezzolati (analisti delle banche d’affari, promotori piazzisti
di fondi, governi ed autorità monetarie) che per dovere istituzionale non
possono che prevedere la fine delle difficoltà e la luce in fondo al
tunnel, altrimenti non campano, stanno ancora esultando per il dato sul
PIL USA del 1° trimestre, che pochi giorni fa è stato addirittura rivisto
dal +0,6% al +0,9% su base annua e sembra dimostrare che forse questa
volta gli USA eviteranno la recessione.
Ricordo che
tecnicamente si parla di recessione se vengono comunicati due trimestri
consecutivi con variazione negativa del PIL. Siccome tutti hanno fiducia
negli effetti taumaturgici dell’aiutino che Bush ha inviato in questi
giorni agli americani (160 miliardi di dollari di rimborsi fiscali
salva-mutui, non bruscolini), si pensa che avremo in negativo soltanto il
2° trimestre, che è arrivato ai 2/3 del suo percorso accompagnato da dati
macro ancora brutti. Poi la corsa a spendere il regalo di fine mandato del
Presidente uscente consentirà di rianimare i consumi e far riprendere al
PIL la via della crescita nel terzo e soprattutto nel quarto trimestre.
Tutto è bene quel che finisce bene: torniamo a comprare.
Sull’onda di questa
convinzione i mercati hanno esteso il loro rimbalzo fino al 19 maggio e
sono arrivati a recuperare buona parte del calo partito dai massimi del
novembre 2007 e durato 5 mesi. SP500, il più rappresentativo indice del
mercato USA ha realizzato un recupero proprio di circa il 60% della
precedente discesa ed è arrivato molto vicino al punto oltre il quale gli
analisti grafici avrebbero dovuto cambiare idea e prendere in forte
considerazione l’eventualità che quella in corso fosse una sorta di
riedizione del 1998. Allora i mercati barcollarono, a causa della crisi
russa e del fallimento del grande hedge fund LTCM (quello che si vantava
di essere gestito con la consulenza di tre Premi Nobel per l’economia), ma
l’economia evitò la recessione ed i mercati ripartirono per l’euforico
biennio ’99-2000 e nuovi sfavillanti massimi, trascinati dalla new economy.
Apparentemente una
situazione simile a quella odierna. Graficamente, se SP500 riuscirà a
riportarsi oltre il massimo del 19 maggio a 1.440 e supererà anche quota
1.455, che equivale al 61,8% di ritracciamento del calo dai massimi di
novembre, fornirà un segnale di forza che avrà come primo obiettivo il
ritorno ai massimi assoluti (1.576) e magari oltre, se l’euforia tornerà a
farla da padrona.
Le analogie con il
1998 però, a mio parere, finiscono qui, per cui mi sbilancio ad affermare
che, se l’andamento dell’economia significa ancora qualcosa per i mercati,
lo scenario grafico ottimista ha poche probabilità di avverarsi, checchè
ne dicano i seminatori di entusiasmo che hanno ricominciato ad occupare la
scena.
Infatti da un lato
guardo con molto scetticismo il dato positivo del PIL americano, ottenuto
grazie alle esportazioni favorite dal mini dollaro (di cui tutti gli
ottimisti prevedono la ripresa: se sarà così questo sostegno in futuro
verrà a mancare), alle scorte di magazzino invendute (che sono un segno di
enorme debolezza della domanda e non di forza della produzione, e dovranno
essere riassorbite con minore PIL futuro), al trucchetto contabile di
deflazionare i consumi con un deflatore che riflette l’inflazione “core”
(al netto degli aumenti di prezzo di energia ed alimentari), che è il
2,6%, anzichè l’inflazione globale, mediamente intorno al 4% nel
trimestre. Questo trucchetto ha consentito quasi l’1% di contributo
fasullo alla crescita del PIL. Senza questi trucchetti il PIL sarebbe
sceso, e non salito al ritmo di +0,9% annuo.
Dall’altro lato
guardo con grande preoccupazione alla continua iniezione di liquidità che
la Federal Reserve sta inutilmente pompando nel sistema bancario nel
tentativo, per ora vano, di far arrivare credito al sistema economico. Le
banche continuano ad irrigidire le condizioni per la concessione di
prestiti (fanno fatica addirittura a prestarsi i soldi tra loro) e non
trasmettono all’economia lo stimolo espansivo provocato dal calo degli
interessi ufficiali al 2%. In tali condizioni pompare liquidità serve solo
ad alimentare l’inflazione.
Non è perciò un caso
che la peggiore delle notizie ultimamente giunte è proprio il ritorno
prepotente dell’inflazione, come conseguenza dell’esagerato aumento dei
prezzi di petrolio ed alimentari. Guarda caso, proprio di quei generi che
nel calcolo dell’inflazione “core”, la prediletta da Bernanke e soci, non
vengono conteggiati. Perciò abbiamo la paradossale situazione che la Fed,
pur destando preoccupazioni, al momento l’inflazione è ancora contenuta,
mentre tutti gli altri americani, che dovendo purtroppo mangiare,
scaldarsi e viaggiare, devono acquistare anche i beni “non core”,
percepiscono una forte erosione del potere d’acquisto. Una evidenza che è
ben testimoniata dal continuo calo della fiducia dei consumatori
americani, elaborata dal Conference Board, che nell’ultima rilevazione del
27 maggio ha fotografato un dato globale a 57,2, il minimo dall’ottobre
1992. E’ molto interessante però andare a scavare nelle varie componenti
dell’indice. Si nota che sia la valutazione della situazione corrente che
le aspettative future sono in calo. Però le aspettative si sono ridotte ad
un livello di fiducia che per ritrovarlo così basso occorre andare
indietro fino al 1973 (guarda caso quando ci fu la stagflazione). Ed è
proprio la componente delle attese sui prezzi futuri a fornire il maggior
contributo di sfiducia alle aspettative. Negli USA il tasso globale è ora
misurato al 3,9%. Gli americani si attendono però mediamente per il
prossimo anno una inflazione in salita fino al 7,7%, quando solo qualche
mese fa attendevano poco più del 5%. Il calo di fiducia si motiva perciò
con questa percezione dello dello shock inflazionistico addirittura in
accentuazione, mentre il contributo del rimborso fiscale, positivo per le
loro tasche, viene visto come transitorio.
A questo proposito,
anche per calmierare un po’ l’ottimismo di maniera di chi pensa che
regalando 160 miliardi una tantum si possa far ripartire l’economia USA, è
molto illuminante il risultato di un sondaggio, pubblicato da Mish’s
Global Economic Trend Analysis, su come gli americani pensano di
utilizzare la somma che Bush ha regalato: ebbene, il 45% la userà per
pagare debiti e il 18% la risparmierà. L’impatto positivo sui consumi si
riduce così a poco più di un terzo di tale somma. Un po’ pochino per
affidare solo ad esso l’arduo compito di far ripartire l’allegra
locomotiva del consumismo yankee.
Faccio notare che il
diffondersi nel vasto pubblico di attese inflazionistiche, magari
addirittura esagerate (personalmente condivido il timore di un aumento
dell’inflazione in USA, ma non riesco a vederla fino al 7,7% tra un anno,
nemmeno dando fondo a tutta la mia capacità di pessimismo, che alcuni
lettori mi attribuiscono molto spiccata), consente all’inflazione di
alimentarsi, poiché portando alla rassegnazione chi la subisce, ne abbassa
le difese, mentre spinge chi aumenta i prezzi a farlo sempre più, dato che
il sistema, prevedendoli, è portato ad accettare senza lamentarsi molto
aumenti dei prezzi anche non troppo giustificati.
Dobbiamo prendere
atto che la lunga epopea della stabilità dei prezzi è giunta al termine.
Pressioni verso una
rinascita dell’inflazione globale si diffondono uniformemente già ora in
tutto il mondo. Anche in Europa ci avviciniamo al 4%, la Cina è ormai
praticamene al 10%, l’India registra oltre l’8%, la Russia è al 14%.
L’unico paradiso rimasto contro l’erosione dei prezzi è in Giappone, a
costo di una stagnazione ormai decennale, ma anche lì qualcosa comincia a
muoversi.
L’evento non sarà
senza conseguenze. E saranno conseguenze di lungo periodo.
Per cui avremo
occasione di tornarci chissà ancora quante volte.
Per ora godiamoci le
partite degli imminenti Europei di calcio e l’altrettanto interessante
match tra rialzisti e ribassisti, che si sta giocando sui mercati
finanziari. Oltre 1.455 di SP500 vinceranno i rialzisti e si tornerà ai
massimi. Sotto 1.370 avranno la meglio i ribassisti e si tornerà
probabilmete a ritestare i minimi di marzo. All’interno di questi due
livelli è pareggio e si potrebbe andare ai supplementari per alcune
settimane.
Anno 2008 Numero 5 del 6 Maggio
COLPO DI SPUGNA
RECESSIONE ? MA VA LA’!!… E’ ARRIVATO IL COLPO DI SPUGNA
Sui mercati è arrivato il colpo di spugna. Fino a pochissime settimane fa
c’era il timore di una crisi finanziaria mondiale, con effetti di lungo
periodo imprevedibili e forse devastanti, al punto che non mancava chi
parlasse di fine del sistema finanziario americano, su cui poggia tutta
quanta la globalizzazione.
A cancellare tutti i timori ha provveduto una dose massiccia di
tranquillanti che ha fatto dimenticare ai risparmiatori tutte le
precedenti ansie, ma ha mandato in tilt la capacità di comprensione di chi
ricerca un po’ di razionalità dietro le oscillazioni degli indici.
Se non fosse per la certezza che le autorità che sovrintendono ai mercati
svolgono a dovere il loro obbligo di garantire la regolarità e la
trasparenza delle contrattazioni (?!) ci sarebbe quasi da pensare che
dietro i movimenti isterici delle borse ci sia una regia occulta che
spinge regolarmente verso opposti estremismi le naturali forze che si
confrontano quotidianamente nel tentare di dare un valore agli strumenti
finanziari.
Ricapitoliamo quel che è successo.
Nei primi tre mesi del 2008 il capitombolo dei mercati è stato causato
dalla presa d’atto della recessione americana, dal riemergere
dell’inflazione, dalla gravità della crisi nel sistema bancario globale,
quasi tutto coinvolto nella bolla subprime e pieno di perdite: palesi per
circa 300 milioni di dollari ed occulte per almeno il doppio, con
previsioni di progressiva manifestazione nei mesi seguenti e la probabile
difficoltà da parte di più di una tra le principali banche del mondo.
Che cosa è successo nelle ultime 3 settimane?
Nella sostanza le stime sulle perdite bancarie si stanno rilevando esatte,
anche se mancano all’appello parecchie “sofferenze” che non a caso stanno
provocando il protrarsi della grave crisi di fiducia all’interno del
sistema, con i tassi interbancari a breve assai superiori al tasso di
riferimento determinato dalle banche centrali, sia in Europa che in USA.
L’inflazione sta ancora crescendo e si diffonde su scala planetaria,
spinta dai prezzi delle risorse naturali e dell’energia, in crescita da
anni, ma anche dalle derrate alimentari. A fronte di salari
sostanzialmente stabili, l’erosione del potere d’acquisto sta diventando
cronica e difficile da sopportare, tanto che se nel ricco mondo
occidentale si mugugna, in diverse parti del mondo meno fortunate si
vedono i segni della carestia e i tumulti di piazza.
L’unico dato che non ha rispettato le fosche attese è stato il PIL
americano, che nella prima stima ufficiale del primo trimestre è stato
fotografato in crescita dello 0,6% su base annua ed al di sopra del
previsto +0,2%. Non c’è quindi la certificazione ufficiale della
recessione, per merito del segno più davanti alla percentuale realizzata.
Tuttavia la crescita è oggettivamente striminzita e ci proietta una
immagine di stagnazione. Infatti non c’è una differenza significativa tra
il dato uscito ed un ipotetico -0,1% che invece avrebbe certificato
l’inizio della recessione.
Per di più, se andiamo a leggere dentro il dato, scopriamo che la
positività è tutta dovuta alla distorsione statistica che questi
indicatori incorporano.
Infatti tra le componenti del PIL in positivo troviamo praticamente
soltanto le esportazioni (favorite dal calo del dollaro) e le scorte di
magazzino. La crescita delle scorte fa salire il PIL ma non è certo
un indice di buona salute dell’economia, poiché le scorte sono merci
invendute, che dovranno essere
riassorbite da minor produzione futura. Anche l’aumento delle esportazioni
non è un gran segno di salute della domanda interna, ma caso mai del fatto
che gli stranieri aumentano i loro acquisti negli USA per merito del
dollarino. Il mercato immobiliare, d’altra parte, sta limitando il suo
tonfo, comunque fragoroso, grazie all’arrivo di europei ed asiatici a
caccia grossa di immobili a prezzi di saldo nelle grandi città americane.
Il dato globale non muta quindi la realtà delle cose, ma ha avuto un
importante effetto psicologico sulla fiducia nella ripresa futura. E’
bastato a far rialzare la cresta a non pochi analisti, che tornano
baldanzosi a parlare di recessione evitata e pronosticano l’imminente
uscita dal tunnel.
Come è possibile che una rondine, e per lo più abbastanza spennacchiata,
basti a far pensare al ritorno della primavera?
Questione di feeling. Non parlo della celebre canzone del duo
Mina-Cocciante. Ma di quello che si è creato tra i mercati e le autorità
monetarie e fiscali, cioè il duo Bernanke-Paulson. Chi sia il primo lo
sanno tutti. Il secondo è Segretario del Tesoro USA, l’eminenza grigia
della politica economica USA, quello che prepara le dichiarazioni che deve
fare Bush.
Ebbene il duo è riuscito a far capire ai mercati che due o tre colpi ben
assestati sarebbero stati sufficienti a riportare la “fiducia” sul sistema
economico americano e far passare tutte le ansie.
Due di questi colpi li ha affibiati Bernanke. Il primo è stato il
salvataggio, deciso a metà marzo nel giro di una notte, del colosso
bancario Bear Stearns da parte di JP Morgan praticamente con i soldi della
Fed. Con questa mossa inaspettata si è comunicato che nessuna grande banca
sarebbe fallita, perché la Fed non l’avrebbe permesso. Non è un caso che
da allora il settore bancario, sia in USA che in Europa, abbia messo a
segno un recupero vasto e generalizzato, nonostante le numerose
comunicazioni di nuove perdite, che da quel momento hanno smesso di far
paura.
Il secondo è stato il protrarsi e l’ampliarsi della continua immissione di
liquidità, con ogni mezzo e senza andare troppo per il sottile, culminato
con l’accettazione della carte straccia subprime in garanzia per ottenere
finanziamenti dalla Fed. Una gigantesca opera di nazionalizzazione del
rischio che non è servita a debellare il credit chrunch, ma ha dato il
chiaro segnale che la Fed c’è ed è disposta a giocare tutte le carte per
evitare il peggio.
Il terzo colpo lo ha messo a segno Paulson ed il mondo politico,
approvando senza litigare troppo ed in tempi più rapidi del solito il
bonus fiscale di 160 miliardi di dollari che nei prossimi giorni arriverà
nelle cassette postali degli americani.
Molti analisti hanno una grande fiducia negli effetti taumaturgici di
questo regalo e pensano che gli americani useranno i quattro soldi che
riceveranno per ributtarsi a spendere e spandere come ai vecchi tempi,
dimenticando il caro benzina, la rata del mutuo sempre più alta, la
crescita del prezzo del pane e persino quella dei viaggi all’estero per
colpa del mini dollaro.
Si aspettano quindi un’estate che faccia dimenticare le difficoltà e
ripartire l’America.
I mercati stanno assecondando questo ottimismo e stanno recuperando dai
minimi di marzo.
L’indice SP500 ha ormai recuperato il 50% delle perdite subite da novembre
a marzo ed ha fornito importanti segnali tecnico-grafici che potrebbero
estendere la portata del recupero a livelli impensabili solo pochi giorni
addietro. In questa inaspettata frenesia rialzista il mercato è stato
favorito da risultati societari migliori delle grigie attese. La stagione
delle trimestrali relative al primo trimestre 2008 non è ancora conclusa,
ma da quel che si è visto il calo degli utili è stato minore del previsto
e non sono mancati risultati decisamente positivi. E’ infatti proseguito
l’effetto doping valutario sui bilanci dei colossi multinazionali
americani, che producono e vendono fuori dagli USA, realizzando profitti
in valuta pregiata. Il rimpatrio contabile di questi profitti fa lievitare
i risultati consolidati di gruppo, che sono espressi in dollari,
sorprendendo gli analisti che non sono avvezzi a considerare nelle loro
stime gli effetti delle plusvalenze valutarie.
Ed ora?
Come sempre è bene affidarsi ai grafici, magari turandosi il naso,
piuttosto che intestardirsi in una visione, magari corretta, ma che, se
non è condivisa dal mercato, rischia di compromettere i rendimenti dei
propri investimenti.
Il colpo di spugna psicologico c’è stato. Ora i mercati vivono una sorta
di luna di miele con il futuro.
E’ presumibile che questa situazione duri ancora qualche settimana, in
attesa che maturino le notizie sul secondo trimestre e si verifichi se la
mancata recessione è un miracolo di San Bernanke oppure è soltanto una
illusione ottica ed un semplice rinvio della resa dei conti.
Il peggio è dietro le spalle o deve ancora arrivare? Sarà questo l’enigma
dell’estate.
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