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Pierluigi Gerbino

4° class. al Campionato Italiano di Trading Top Trader 2000

 

 

 

 

 

5 marzo 2010

Ieri SP500 ha trascorso la sua terza giornata consecutiva oscillando con pochissima volatilità intorno a quota 1.120. Si percepisce da parte del mercato un senso di attesa di qualcosa che possa dare una iniezione di fiducia sull’economia reale, dopo che la crisi greca sembra al momento, se non proprio accantonata, almeno ridimensionata dal piano “lacrime e sangue” che il governo greco ha promesso per placare la speculazione e dal successo nell’emissione di bond greci che è avvenuta ieri.
Anche l’euro si rafforza un po’. Probabilmente il gruppo di fondi hedge americano che pare aver concordato una strategia speculativa per abbatterlo, ha alzato un attimo il piede dall’acceleratore dopo che le autorità di controllo americane hanno aperto una indagine per verificare se è avvenuto il “concerto”. Infatti, come è ovvio, non è affatto vietato speculare, altrimenti dovremmo chiudere tutti i mercati finanziari, ma lo è se ciò avviene mediante manovre concertate di dimensioni tali da manipolare il mercato. Siccome in Usa non sono così sprovveduti come la cricca del G8, che si fa allegramente intercettare con le mani nel sacco, è difficile che si arrivi a qualche accertamento, anche perché manipolare un mercato da 3.000 miliardi di dollari è piuttosto difficile. Comunque la sola notizia dell’apertura della pratica può bastare a rallentare un po’ l’attacco per non dare nell’occhio.
Il mercato attende notizie sull’economia per muoversi. Credo che queste notizie potrebbero arrivare oggi, quando, alle 14,30, sarà pubblicato quello che ultimamente è considerato “la madre di tutti i dati”, cioè la creazione di posti di lavoro a febbraio.
Le attese degli economisti sono per una ulteriore riduzione del ritmo di contrazione degli occupati non agricoli. Ormai la previsione parla di poche migliaia di buste paga perse in febbraio. La febbre è vista scendere, ma il mercato del lavoro non è ancora guarito, dopo molti mesi di continuo ridimensionamento dell’occupazione.
Il mercato per muoversi spera in qualcosa di più della semplice riduzione della negatività. Un dato per la prima volta col segno + darebbe una sferzata di fiducia ai mercati e permetterebbe ai soliti ottimisti di rianimarsi.
Evidentemente però, un dato deludente potrebbe spingere parecchi a prendere profitto immaginando un proseguimento della correzione.
Insomma: raramente i mercati sono “appesi al dato” come oggi.

 

19 febbraio 2010


TOH, CHI SI RIVEDE…: LA PERCEZIONE DEL RISCHIO

Nel mio ultimo approfondimento di analisi del 13.1 avevo puntualizzato due idee: la prima era che i grafici al momento non davano alcun segnale di particolare tensione e, dopo aver superato il 50% di recupero del grande crollo 2007-2009, sembravano voler intraprendere l’impresa di estendere la risalita fino al 61,8%, a quota 1.200-1.230 dell’indice SP500.
La seconda convinzione era che il movimento in atto non avesse alcuna motivazione di tipo economico, ma dovesse essere giustificato soltanto in termini speculativi, col rischio di una profonda e repentina presa d’atto ribassista della realtà.
Nei giorni seguenti il mercato è proseguito al rialzo, ma con sempre minore convinzione, raggiungendo il 19.1 il suo massimo a quota 1.150,45. Il giorno seguente si è puntualmente realizzata la seconda idea, quella della secca correzione, con il mercato che in soli tre giorni ha restituito i guadagni di due mesi. Dopo un rallentamento della caduta c’è stato poi un tentativo di rimbalzo nei primi due giorni di febbraio, sull’onda della prima stima del PIL USA del 4° trimestre, risultata prorompente e migliore delle attese. La prima settimana di febbraio è però proseguita con un nuovo impulso ribassista, che ha portato l’indice a toccare quota 1.044,50 prima di dar vita la settimana successiva ad un faticoso recupero di quota 1.075.
Le motivazioni di quanto successo sono riportate puntualmente sui giornali. E’ un mestiere improbo quello del giornalista economico, chiamato ogni giorno a cercare motivazioni economiche per giustificare movimenti che spesso di sensato non hanno proprio nulla. Ci avevano giustificato l’ingordo rialzo degli ultimi mesi del 2009 e della prima parte dell’anno corrente disegnandoci un mondo risanato ed in ripresa, col sistema bancario finalmente a posto e in grado di fare nuovamente utili, la Cina che riprendeva a macinare crescita, Obama che poteva permettersi persino di fare la voce grossa con le banche, minacciando tasse a chi aveva aiutato fino a qualche mese prima, consapevole di essere ormai fuori dal tunnel.
Improvvisamente hanno dovuto rispolverare i vocaboli di un anno prima per descrivere “crolli delle borse”, “220 miliardi di euro bruciati in due giorni”, “la moneta nella tempesta dei mercati”, con la sola novità che questa volta la moneta in questione non è il dollaro ma l’euro. Ed allora ritorna la paura dei fallimenti, questa volta addirittura di interi stati, la ripresa non è più così evidente come pochi giorni prima, si scopre il pericolo del gigantesco debito pubblico degli stati, quel debito che nei mesi scorsi veniva osannato come l’ancora di salvezza del sistema finanziario mondiale.
E’ ovvio che il povero risparmiatore che legge “Il sole 24 ore” o al sabato “Milano Finanza” non ci capisca più nulla, e chi magari sia andato in viaggio per una settimana e non abbia letto i giornali, al suo ritorno abbia il dubbio di essersi assentato per mesi.
Ci dicono che i mercati sono emotivi, ed è sacrosanto. Dovrebbero però anche dirci che l’informazione economica non vale una cicca, perché soffia continuamente sul fuoco dell’emotività, senza la capacità di andare contro la moda del momento, anzi, alimentandola con la continua ricerca della spiegazione logica di quel che sta succedendo, anche quando dietro i comportamenti dei mercati non c’è alcuna logica, che non sia la semplice e banale speculazione delle mani forti che attirano la massa avviando un movimento, la illudono raccontando ai giornalisti le più ardite giustificazioni e la scaricano quando hanno guadagnato abbastanza, distribuendo agli ultimi arrivati il classico cerino acceso.
Cerchiamo allora, al di là delle parole d’ordine degli ultimi giorni, di semplificare e fare un po’ d’ordine, senza rinunciare a cercare un po’ di senso in quanto accaduto, anche se la tentazione di limitarmi all’analisi del grafico è fortissima, poiché il grafico sintetizza in un unico dato, il prezzo, tutte le informazioni ed i ragionamenti del mercato e rappresenta a mio parere lo strumento privilegiato per seguire il mercato, senza affidarsi ai ragionamenti spesso ambigui, talvolta ideologici e quasi sempre interessati degli “analisti economici”.
Se è vero che il prolungato rialzo partito da marzo 2009 si è esteso sui mercati azionari ben al di là di quanto ci si poteva pur ottimisticamente attendere (nel marzo scorso avevo inizialmente ipotizzato per SP500 “quota 1000”, correggendo l’obiettivo a luglio a 1.120), abbandonando ogni cautela e percezione dei rischi, possiamo dire che in questi giorni alcuni importanti rischi sono tornati a far capolino.
Il primo rischio ha riguardato la crescita economica, che non appare sfavillante come le statistiche ufficiali tendono a mostrare. La prima stima della crescita USA nell’ultimo trimestre 2009 è stata misurata il 29 gennaio scorso ad un ritmo annualizzato da paese emergente (+5,7%), ben al di sopra del già ottimo 4,5% atteso. Tuttavia se si va oltre il dato grezzo per scendere nei dettagli, si constata che il grosso della crescita (3,39% su 5,7) è stata merito esclusivo dell’incremento delle scorte, mentre la spesa finale per consumi ha mostrato un contributo di 1,44%, minore del 3° trimestre, e la spesa per investimenti fissi ha dato segni di risveglio, tornando ad un contributo positivo, ma assai flebile (+0,43%).
L’incremento delle scorte rivela un certo ottimismo degli imprenditori, che tornano a riempire i magazzini e scommettoino effettivamente nell’arrivo della ripresa, ma anche un aumento dei consumi inferiore alle attese. Se si confronta il ritmo di incremento di consumi ed investimenti al termine di quest’ultima crisi (ammesso che si sia effettivamente alla fine) con quel che era successo all’uscita delle precedenti recessioni, si smorzano gli entusiasmi, poiché allora la ripresa dei consumi fu molto più secca e convinta di oggi. La grande diffidenza del consumatore e la incapacità attuale di riprendere i ritmi di spesa antecedenti alla crisi ci porta ad escludere ormai una inversione a “V” del ciclo economico, ma più probabilmente una assai più lenta “U”, con possibilità di ricadute recessive a fine 2010 e inizio 2011, che un certo numero di economisti ora ritiene addirittura probabili.
Oltretutto la tanto attesa svolta nel mercato del lavoro, con in ritorno alle assunzioni è stata mortificata dal dato di gennaio sulle assunzioni non agricole, ancora negativo. Non solo. E’ stato rivisto in peggio anche il dato di dicembre, con un raddoppio della perdita di assunti ed è stata comunicata la revisione definitiva del periodo marzo 2008-marzo 2009. Abbiamo così scoperto che dall’inizio della recessione la reale perdita di posti di lavoro americani, che pensavamo fosse di 7,2 milioni, è stata in realtà di 8,4 milioni. E che il tasso di disoccupazione, in miglioramento dal 10% al 9,7%, lo è a causa della rassegnazione di molti disoccupati che, rinunciando a cercare lavoro, escono dal numero ufficiale delle forze di lavoro ed abbassano così il rapporto.
Non c’è quindi da stupirsi se i mercati hanno preso atto che la situazione non è poi così rosea.

Casomai ci sarebbe da chiedersi come sia stato possibile nei mesi scorsi tanto ottimismo basato sul nulla.
Il secondo rischio balzato d’improvviso agli occhi del mercato è quello sull’indebitamento. Per mesi sia gli spread comparati che le quotazioni dei CDS sulle emissioni di obbligazioni societarie e dei singoli stati sono costantemente scesi, scontando un generalizzato aumento di fiducia nei debitori ed un abbassamento deciso della percezione del rischio emittente. Come se la ripresa fosse da sola in grado di sistemare ogni magagna ed il mercato disponibile a finanziare tutti. L’enorme liquidità messa a disposizione delle banche centrali a costo zero è stata utilizzata in speculazioni su qualsiasi genere di bond, senza andare troppo per il sottile.
Ora però si comincia a percepire che l’immissione di liquidità non può proseguire all’infinito, anzi si avvicina il momento in cui questa massa di denaro gratis dovrà essere ritirata. La banca centrale cinese ha dato il buon esempio e, come era stata la prima e la più generosa ad allargare i cordoni della borsa per impedire la recessione, ora ha iniziato la manovra restrittiva per frenare la bolla speculativa che molti vedono sul mercato immobiliare cinese.
Contemporaneamente si è percepito che anche l’area euro, che negli ultimi anni è sempre stata considerata la patria del rigore e della stabilità, sta dando segni evidenti di sofferenza, con alcuni paesi partecipanti alla moneta unica (soprattutto la Grecia, ma anche il Portogallo e Spagna) tutt’altro che virtuosi. Le necessità di sostenere le economie in grave recessione hanno fatto esplodere il debito pubblico di questi paesi, che ora presentano rapporti deficit/PIL a doppia cifra quando il famoso Patto di Stabilità impone di contenere il saldo di bilancio entro un deficit del 3% del PIL. Se si aggiunge il piccolo particolare che la Grecia ha pure truccato i conti ed ha una situazione di grave conflitto sociale interno, si capisce perché la speculazione internazionale si sia accanita contro questo paese, portandolo sull’orlo della bancarotta. Sta di fatto però che le necessità di sostegno alla Grecia hanno messo a nudo tutte le magagne di Eurolandia, che molti in passato avevano già evidenziato: l’essere una ampia unione monetaria con una moneta unica controllata centralmente da una efficiente e severa Banca Centrale non è sufficiente a dare stabilità se non si realizza anche una convergenza economica e politica tra i vari paesi. Le istituzioni a garanzia di questa convergenza non sono state create, per cui la politica monetaria è nelle mani della BCE, ma le politiche economiche e di bilancio sono di esclusiva competenza dei singoli stati, che agiscono ovviamente secondo logiche politiche nazionali, che spesso contrastano con gli interessi dell’area.
Oltretutto l’unica garanzia di virtù è rappresentata dai Patti di Stabilità concordati dalla Commissione Europea con i singoli Stati e da un limitato potere sanzionatorio nei confronti di chi sgarra.
Quando si scopre che qualche alunno non è stato molto preciso nel fare i compiti, se non ci sono poteri di sanzione efficaci, ci rimette tutta la classe, anche perché un alunno non può fare i compiti del compagno. Il trattato vieta espressamente che uno stato garantisca per i debiti di un altro stato. Se anche questo fosse possibile non sarebbe facile spiegare agli elettori francesi o tedeschi il motivo per cui loro devono farsi carico delle voragini nei bilanci dei Greci (oggi, magari domani verrà la volta del Portogallo e poi della Spagna). In Germania cominciano a circolare i sondaggi d’opinione se abbia ancora senso per i tedeschi stare nell’euro oppure se sia meglio tornare al marco.
Allo stato delle cose i leader europei non possono andare molto al di là delle dichiarazioni di principio che la Grecia verrà sostenuta ad ogni costo, che l’Europa ha piena fiducia nella capacità dei greci di venire fuori dalla crisi, che chi specula contro l’euro non potrà vincere.
Tutte affermazioni che per ora alla speculazione anti euro hanno fatto il solletico. Anzi, rischiano di evidenziare un senso di impotenza tipico di chi può solo abbaiare, ma non mordere, alimentando le speranze di chi vede la possibilità che l’euro stesso possa andare a gambe all’aria. Un partito che da sempre negli USA ha avuto molti aderenti.
Ci troviamo perciò in una situazione molto delicata.
Le economie occidentali debbono dimostrare di riuscire a riprendersi senza più pretendere alcun aiuto dagli stati, che hanno finito le cartucce. L’enorme impegno di denaro pubblico è bastato a frenare la terribile recessione, ma non ancora a stimolare una forte ripresa. Però ha minato la credibilità finanziaria di tutti (anche i big Germania, Francia, USA e Gran Bretagna si avviano per il 2014 verso un rapporto debito/pil intorno al 100%, chi più chi meno) ed a qualcuno già meno solido ha fatto superare il limite della sostenibilità (non cito l’Italia per scaramanzia). Per cui ora le economie debbono fare da sole e trovare in se stesse la fiducia per risalire. Non sarà affatto facile.
I mercati riflettono ora su queste difficoltà.
Faccio notare che gli indici azionari non stanno ancora pensando al peggio. Anzi, hanno interpretato tutti questi fattori di rischio come una occasione per limitare l’esposizione, ed hanno perciò attuato quella che per ora possiamo soltanto chiamare “correzione di breve periodo”.
Fino a quando SP500 riuscirà a permanere al di sopra di 1.020 non si potrà parlare di inversione di tendenza. Certo, l’euforia della seconda parte del 2009 pare scomparsa, e a mio parere questo è un bene. Ma il pendolo dell’umore del mercato non oscilla ancora così forte da entrare nel territorio del “si salvi chi può”.
Anzi, se almeno qualcuno dei rischi che ho indicato si ridimensionerà, è possibile che si riprovi a tornare ai massimi di inizio anno.
Graficamente vedo come spartiacque tra il semplice rimbalzo e l’inversione rialzista di breve periodo il recupero di SP500 al di sopra del livello 1.104. Se nei prossimi giorni l’impresa riuscirà, si potrà pensare di tornare verso 1.150 e magari oltre.
Se il recupero verrà respinto indietro dovremmo andare a testare quel livello di 1.020 che rappresenta il confine tra la correzione di breve periodo e l’inversione ribassista di medio lungo periodo. A mio parere questa è l’ipotesi più probabile.
Superato al ribasso 1.020, inizierebbe il penoso viaggio di ritorno verso i minimi del marzo 2009.
Ma a 1.020 ci dobbiamo ancora arrivare. Diamo tempo al tempo.


16 febbraio 2010


IL GRANDE DISEGNO

Prima dell’avvio della campagna elettorale per le elezioni regionali il Parlamento ha fatto in tempo ad avviare l’approvazione della ventesima legge “ad personam” partorita dagli avvocati del cavalier B, quella cosiddetta sul “Processo Breve” e subito dopo della ventunesima, approvata alla Camera a marce forzate in pochi giorni: quella sul “legittimo impedimento”.
La legge sul processo breve verrà trasformata il legge dello Stato dopo le elezioni amministrative di marzo. Tutti gli esperti presumono che verrà quasi subito inviata alla Corte Costituzionale (quella composta da comunisti) per una probabile bocciatura, ma intanto avrà svolto egregiamente il suo dovere attraverso le sue norme transitorie, che consentiranno di mandare al macero i due fastidiosi processi che impediscono al nostro mister B. di governare, i cosiddetti processi Mills e Mediaset. La rete di protezione preparata da Ghedini e Alfano (l’avvocato ad personam ed il ministro ad personam, che assomigliano al gatto e la volte di Collodi) è stata pertanto completata, nell'attesa, con la rapida e blindata approvazione della norma ponte sul “legittimo impedimento”, che prevede che il premier sia sempre così occupato in attività istituzionali da non poter mai presenziare ai processi, che pertanto si dovranno bloccare. Questa norma gli consentirà di continuare ad intrattenere ospiti di vario genere alle feste di Palazzo Grazioli, di far visite private e di contenuto segreto all'amico Putin, di presenziare agli spettacoli del Bagaglino, di partecipare alle udienze civili per la separazione dalla moglie, dove occorre curare la spartizione del patrimonio, ma non di partecipare ai processi penali che lo vedono imputato. Il lavoro istituzionale, per il bene di quel popolo che lo ha proclamato premier, viene prima di tutto.
Tutto ciò in attesa della definitiva approvazione del processo breve, la vera e propria “soluzione finale”, sdoganata ultimamente anche dal silenzio di Fini. Scommetto che anche il Capo dello Stato lo firmerà senza obiettare, memore delle ingiurie che gli toccarono quando la Corte bocciò il Lodo Alfano.
Verranno così spazzati via tutti i processi a carico del Premier, che in questi mesi si sono rivelati assai più fastidiosi della famosa statuetta del Duomo, perché quella gli ha portato un po’ di dolore fisico, accompagnato però da un clamoroso recupero nei sondaggi e dalla fondazione del partito dell’amore, pietra miliare del processo di beatificazione che verrà aperto quando B., tra non meno di 100 anni, andrà al riposo eterno nel Mausoleo di Villa Certosa.
I processi invece sono fastidiosi e basta. Se terminassero con una condanna avremmo il primo premier delinquente di tutto l’occidente. Un primato che sicuramente inorgoglirebbe privatamente il nostro B. e gli permetterebbe di attribuirsi anche l’appellativo di “martire della giustizia”. Ma che causerebbe certamente l’imbarazzo degli altri leader occidentali, dall’amico Nicolas all’amica Angela, per non parlare dell’amico Barak, che cercheranno di evitarne la vicinanza nelle foto di gruppo o nei pranzi ufficiali.
Gli rimarrebbe soltanto la stima e la solidarietà dell’amico Vladimir e dell’amico colonnello, che notoriamente con la giustizia non vanno tanto per il sottile.
Per ottenere la prescrizione giudiziaria si è così messa in piedi una spaventosa macchina da guerra che, insieme ai due processi nel mirino, spianerà altri 100.000 dibattimenti tuttora in corso. Danni collaterali… che il popolo sopporterà in cambio del sommo bene di proteggere il suo leader dai plotoni di esecuzione dei Tribunali.
Non solo. Se non verrà bocciata dalla Corte Costituzionale prima che la riforma della Costituzione abolisca la Corte medesima, questa legge, che impone l’affossamento dei processi dopo un certo numero di anni, finirà per sancire l’impossibilità di punire i reati più nocivi e difficili da accertare, mentre gli unici processi che termineranno regolarmente saranno quelli sui reati dei poveracci, che si svolgono in una o poche sedute. I reati dei “colletti bianchi” richiederanno troppo tempo e finiranno in prescrizione, diventando automaticamente impunibili. Anche perché nel frattempo è in discussione in Parlamento la norma che impedisce le intercettazioni telefoniche e toglie agli inquirenti un’arma di indagine ormai essenziale per arrivare a scoprire molti reati moderni.
Prima lo Scudo Fiscale di Tremonti, che ha ripulito quasi 100 miliardi di euro di evasione fiscale ed esportazione illegale di capitali all’estero, rinunciando ad accertare ed incassare quasi 40 miliardi di imposte evase in cambio di 4 miliardi e mezzo di briciole (pochi, maledetti, ma subito!) che servono per tappare qualche buco al disastrato bilancio pubblico, ma incentivano le future evasioni.
Ora lo Scudo Legale, che rinuncia ad accertare i reati di 100.000 processi per “risolverne” 2, e crea le premesse per l’impunità futura di innumerevoli reati gravi.
Anche perché, sbadatamente, il governo si è dimenticato di prendere gli unici provvedimenti che servirebbero ad accelerare i processi senza sopprimerli: una semplificazione dei codici di procedura penale e civile (basterebbe copiare pedestremente uno qualunque dei codici esistenti negli altri paesi europei, traducendoli senza cambiare neppure una virgola), un potenziamento degli organici dove più serve e l’acquisto di qualche computer. E’ più semplice sopprimere 100.000 processi.
Quel che sta succedendo nel nostro paese viene guardato con sempre maggiore disprezzo dagli altri paesi civili e spinge la stampa libera europea a disegnare dell’Italia l’immagine della Repubblica delle Banane e del nostro premier quella dell’allegro compagno di merende dei peggiori dittatori.
Mi chiedo da tempo come sia possibile che gli italiani subiscano tutto questo. In virtù di quale strana magia il personaggio è riuscito a rattrappire il cervello di gran parte degli italiani?
Perché gli viene consentito quel che da nessun’altra parte civilizzata sarebbe possibile?
Mi sono scervellato per parecchi giorni dietro questo dubbio infernale. Una spiegazione ci deve pur essere...
Poi ho capito. Finalmente ho compreso che quello che appare come offuscamento della ragione è in realtà lungimiranza.
Quello di Mister B. e dei sui consiglieri ad personam non è un semplice e maldestro tentativo di piegare le leggi ai propri interessi di bottega, ma è un disegno di grande respiro, un progetto per portare l’Italia a raggiungere il posto che merita nell’arena mondiale, un tentativo di mettere a frutto ed organizzare su vasta scala quella che tutto il mondo riconosce essere la grande qualità degli italiani: l’arte di arrangiarsi.
All’estero ci hanno da sempre accusati di essere un popolo di “furbi” che pensa solo ad aggirare le leggi? Si dice che in Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”?
Ed allora organizziamola e legalizziamola quest’arte di arrangiarsi, fornendole la dignità che merita e facendola diventare uno strumento di crescita economica e di benessere.
Non è forse uno dei temi più cari del liberismo quello della riduzione del peso oppressivo dello Stato nell’economia per lasciar spazio alle energie creative della società civile?
In Italia invece lo Stato ha assunto un ruolo attivo nell’economia via via crescente e la burocrazia è diventata asfissiante, anche se a dire il vero gli italiani hanno provveduto da soli a ridurre il peso oppressivo dello Stato e dei suoi controlli praticando con successo l’evasione fiscale, contributiva e normativa. Siamo ai vertici dell’evasione fiscale nell’ambito dei paesi UE, dopo la Grecia, mentre secondo un organismo di ricerca delle Nazioni Unite l’Italia occupa il secondo posto al mondo dopo gli USA per volume d’affari dell’economia criminale, con la bellezza di 112 miliardi di dollari annui gestiti dalle nostre mafie.
Un notevole contributo economico che però il PIL non rileva poiché tali attività sono illecite.
Le statistiche ufficiali nascondono pertanto la grandezza economica del nostro paese, che ci vorrebbe così poco per far emergere, come ha giustamente intuito il nostro premier.
Occorre però mettere un freno alle Procure che testardamente e con assai poco senso degli affari si ostinano ad indagare ed inquisire chi si libera con troppa disinvoltura dell’oppressione delle leggi.
Ecco quindi la necessità del salto di qualità nella creatività governativa, superando con l’innovazione legislativa gli ostacoli della giurisprudenza tradizionale.
Un primo esempio operativo di questa nuova filosofia è stata l’Agenzia della Protezione Civile, la famosa Bertolaso spa, che è riuscita a far miracoli di rapidità ed efficienza nella soluzione delle emergenze, grazie ad una particolare cintura protettiva contro l’invadenza dei giudici. Infatti il particolare regime giuridico disegnato per l’Agenzia le permette di superare ogni vincolo e controllo di legge nell’affidamento di appalti e garantisce esenzione da fastidiosi rendiconti.
Peccato che proprio quando il sistema stava per essere perfezionato con un decreto che istituiva l’impunità per tutti gli eventuali illeciti eventualmente compiuti negli ultimi due anni e la privatizzazione dell’ente, che avrebbe consentito ulteriore rapidità operativa e meno seccature, siano scattati gli arresti e le incriminazioni per Bertolaso ed i suoi collaboratori.
Un segno questo, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di giustizia ad orologeria e quanto siano ancora forti i nemici della rapidità e dell’efficienza.
E’ perciò non solo necessario, ma diventa urgente, per il benessere della nostra cara Italia e di tutti i suoi tanti disastrati dalle varie emergenze, bloccare definitivamente le intercettazioni telefoniche e riformare la giustizia una volta per tutte, al fine di ricondurre l’azione penale sotto il controllo di opportunità da parte del governo, che non può essere ostacolato dalle bizze di qualche giudice malato di protagonismo.
Se il governo riuscirà a portare avanti la sua meritoria opera di legislazione “antimacchia” finalmente l’Italia riuscirà ad attivare le migliori e più intraprendenti energie del nostro paese e potrà attirare capitali dall’estero. Diventeremo la lavanderia del mondo, il paese in cui le iniziative più fresche e avventurose, provenienti magari dalla Russia o dai paesi arabi potranno convergere, certe di ottenere quell’adeguato scudo legale e fiscale in grado di dare dignità, efficienza e magari anche onore a tutte quelle attività che negli altri paesi occidentali si ostinano a considerare illegali.
Partendo da questi obiettivi voglio credere che si possa fare anche di più nell’ambito di questa legislatura. Fornisco allora qualche modesto suggerimento ai consiglieri del premier, che sono dotati di fervida fantasia ma con la tendenza ad utilizzarla prevalentemente per escogitare soluzioni su misura del loro datore di lavoro.
Il “modello processo breve” potrà essere utilizzato per risolvere, oltre a quello della giustizia, che tanto interessa, giustamente, al nostro premier, anche altre annose e fastidiose criticità che angustiano l’economia e la società italiana.
In ambito ospedaliero propongo di istituire il “ricovero breve”, per diminuire i costi della Sanità: le degenze non potranno durare di più di 8 giorni (12 se si tratta di intervento chirurgico). Decorso tale termine il paziente verrà dichiarato guarito e dimesso “ope legis”, senza eccezioni. Di qualche aiuto potrebbe essere anche l’”operazione breve”. Gli interventi chirurgici non dovrebbero superare le 2 ore, al termine delle quali il paziente dovrebbe essere comunque ricucito.
Nella scuola il Ministro Gelmini potrà trarre ispirazione da questi principi per istituire il “Diploma Breve”: gli studenti non potranno impiegare più di sei anni per conseguire il diploma di scuola superiore. Al termine del sesto anno il diploma dovrà essere comunque conferito per legge.
Anche il Ministro dei Trasporti avrebbe materiale per intervenire. Magari istituendo il “Traffico breve”, una revisione del Codice della Strada per cui le attese ai semafori non possano superare i 5 minuti. Oltre tale limite si potrà passare anche col rosso.
Addirittura il ministro Scajola potrebbe proporre una norma che incentiverebbe i consumi, il che in periodo di crisi sarebbe sicuramente apprezzato dagli italiani perspicaci: la “Cassiera breve”. Le attese alla cassa del supermercato non si dovrebbero protrarre oltre i 10 minuti. Passato il termine il cliente sarebbe autorizzato ad uscire senza pagare. Analogo provvedimento potrebbe essere esteso ai ristoranti: la “pizza breve” che permetterebbe di non pagare il conto qualora il pizzaiolo ci mettesse più di 15 minuti a preparare la pizza.
Questi sono solo alcuni esempi di come si potrà esercitare un’efficace azione di governo, una volta che sia aperta la strada. Basta lasciar correre la fantasia per trovare mille possibili e fruttuose applicazioni del modello di brevità per agevolare la parte più intraprendente del nostro popolo, ed accrescere così il livello di benessere e di libertà del nostro paese, trasformandolo rapidamente in quel che il nostro Premier ha sempre sognato: la principale “democrazia breve” dell’occidente.

 

5 febbraio 2010

Il GPS questa volta non è un navigatore satellitare, ma il trio di paesi europei che, per colpa del loro debito alle stelle e soprattutto delle loro scarse capacità di risanarlo, ha spaventato i mercati ed affossato l’euro, che in un solo giorno è passato da 1,39 a 1,37 contro il dollaro. I mercati azionari hanno perso quasi tutti intorno al 3%, mentre l’obbligazionario governativo dei paesi più forti ha beneficiato del panico con il più classico dei fenomeni di Fly to Quality.

Chi pensava che tutto fosse risolto e ripulito dalla ripresa comincia a grattarsi il capo preoccupato, come preoccupato deve essere Tremonti, poiché il nostro paese è la tessera adiacente nel domino dei mercati, e, se il panico dovesse diffondersi, il satellitare potrebbe trasformarsi in Porci (PIGS) con l’aggiunta dell’Italia.
E’ evidente che al momento si tratta di un attacco speculativo. Però anche le prime scene di panico del 2007, all’inizio dello scoppio del crack dei mutui subprime venivano bollate come “manovra speculativa”.
Intanto il crollo di ieri ha tagliato fuori chi è entrato in borsa negli ultimi tre mesi e non è riuscito ad essere disciplinato e tagliare le perdite. Ora è costretto a sperare.
SP500 ha dimostrato che il rimbalzo di inizio settimana è stato un semplice pullback dopo lo sfondamento di quota 1.100 ed ora si avvia verso l’obiettivo ribassista dell’impulso, che è l’area compresa tra 1.020 e 1.030. Questa zona costituisce un forte supporto perché ben due volte, il 2.10 e il 2.11, ha fatto rimbalzare l’indice. Costituisce anche l’ultima spiaggia per non dichiarare defunto il trend rialzista di recupero partito nell’ormai lontano marzo 2009 e per non dover richiamare alla memoria il clima del terribile mercato orso del 2008.

 

 

18 gennaio 2010

COMMENTI E ANALISI

IL 2010 DELLE BORSE

Il 2009 è terminato in gloria per tutti i mercati finanziari ed il 2010 e cominciato come è finito il 2009. Così è stato per i mercati obbligazionari, che continuano a scontare tassi assai contenuti e non intravedono a breve nessuna variazione nella politica monetaria molto accomodante delle banche centrali.
Altrettanto per i prezzi delle materie prime, che col loro continuo recupero sembrano assecondare le prospettive di ripresa economica, grazie anche agli accaparramenti da parte dei cinesi e alla speculazione rialzista da parte del trading sponsorizzato dalle banche d’affari americane ed inglesi.
E’ stato però soprattutto il mercato azionario a stupire per la durata e l’estensione del recupero attuato dalle quotazioni. In ogni parte del modo le borse azionarie hanno messo a segno un recupero insperato. SP500 ha ripreso il 50% delle perdite subite dai massimi dell’ottobre 2007, lo stesso ha fatto l’indice tedesco, mentre il nostro FTSE-MIB si è limitato a recuperare poco più di un terzo, che equivale comunque ad un mirabolante +88% dai minimi del marzo scorso.
Nessuno avrebbe immaginato tanto.
Può continuare così? Possiamo immaginare che l’imponente rimbalzo del 2009 possa essere bissato anche nel 2010?
Non dimentichiamo che se venisse ripetuta la performance degli ultimi 10 mesi (+60% per SP500) molti tra i principali mercati verrebbero proiettati oltre i loro massimi storici. SP500, se salisse di un ulteriore 60% arriverebbe addirittura in area 1.800, oltre 200 punti al di sopra del suo massimo assoluto.
Possibile?
Gli amanti delle statistiche non hanno dubbi e la risposta è: certamente. Magari non si ripeterò la magica performance del 2009, ma un’ulteriore crescita è già scritta nei numeri. Infatti esiste per la borsa americana una stranissima correlazione tra l’andamento del primo giorno, della prima settimana, del primo mese dell’anno e la performance dell’intero anno. In una percentuale molto alta delle ultime 40 annate borsistiche, circa l’80%, quando il primo giorno dell’anno si chiude positivamente, la prima settimana si chiude anch’essa positivamente, come pure il mese di gennaio. La stessa relazione vale anche in caso di ribasso. E soprattutto anche l’intero anno chiude con lo stesso segno del suo mese iniziale.
Se la cabala funzionerà anche quest’anno possiamo già affermare che il 2010 proseguirà al rialzo, dato che il primo giorno è stato positivo, come anche la prima settimana. Non resta che attendere la fine rialzista del mese per vedere gli amanti delle statistiche stappare anticipatamente lo spumante per l‘intero 2010.
Al fine di evitare a costoro problemi con l’etilometro occorre però ricordare che lo scorso anno la cabala magica ha fatto cilecca, poiché a fronte della prima settimana e del mese di gennaio negativi, l’anno 2009 si è chiuso largamente in positivo.
Se vogliamo abbandonare le considerazioni magico-statistiche per cercare le probabilità di continuazione durevole del rialzo nei numeri dell’economia, il compito si fa molto più difficile.

Infatti i mercati stanno in questo momento scontando nei prezzi azionari una ripresa a V che sinceramente non si vede. Gli stessi guru macroeconomici, sempre molto propensi ad assecondare gli entusiasmi rialzisti dei mercati, accompagnano la certezza della ripresa con l’avvertenza che essa dovrebbe essere lenta, faticosa e ricca di insidie.
Per spiegare l’entusiasmo dei mercati, che, letteralmente, non riescono a scendere, dobbiamo cercare motivazioni di tipo speculativo. Da qualche mese i dati che esprimono la fiducia (in inglese il “sentiment”) degli operatori volgono al bello. La ripresa viene ormai data per certa quasi da tutti. Su questa fiducia i mercati crescono, perché da un lato i più lesti hanno visto una grossa possibilità di rimbalzo e l’hanno sfruttata. Allo stesso tempo le principali banche d’affari hanno soffiato sul fuoco del trading, assecondando con le loro analisi gli interessi dei governi e delle autorità monetarie al ripristino di un clima di fiducia. Non solo. Si sono spinte ad intraprendere sempre di più e con mezzi sempre più manipolativi (l’high frequency trading di Goldman Sachs) operazioni in proprio per trarre profitti (e ricchi bonus per i managers) proprio dal rimbalzo del mercato. Più questo si protrae, più migliorano i bilanci delle banche e si riescono a compensare le minusvalenze dei titoli tossici. Però, è ovvio, più dura l’inerzia dei mercati senza che dall’economia vengano segnali altrettanto forti, più aumenta lo scollamento tra borse e realtà (chiamiamo bolla speculativa questo scollamento) e soprattutto più aumentano i rischi che una presa d’atto della realtà trascini violentemente al ribasso i mercati.
Il rischio è forte, anche perché, oltre ai dati economici veramente positivi, mancano all’appello alcuni altri tasselli. Il primo è rappresentato dalle cosiddette “mani forti”, cioè gli investitori istituzionali ed i grandi patrimoni che, bruciati dal grande calo del 2008, non sono ancora entrati pesantemente sul mercato. Questi operatori generalmente preferiscono entrare sulla base di indicazioni fondamentali e non si accontentano dei trend di breve periodo. Inoltre preferiscono comprare sulle correzioni e non sulla forza. Ma di correzioni significative in questi mesi non se ne sono viste. Pertanto è verosimile che questi operatori dalla visione lunga non siano ancora molto esposti sull’azionario, e preferiscano rifugiarsi prevalentemente nel mercato obbligazionario, che infatti sta tenendo molto bene il campo. Ci sono ragioni per ritenere che anche i Fondi Hedge, che hanno subito e stanno subendo parecchi riscatti, non siano molto attivi. Infine, la massa dei risparmiatori è generalmente disorientata e tendenzialmente bloccata dalle perdite del 2008, che sono ancora lungi dall’essere recuperate, ed è restia a mettere altri soldi sull’azionario, anche se comincia ad avere qualche dubbio.
Tutto ciò mi porta a pensare che questo mercato sia nelle mani degli operatori di breve e di chi opera in ottica di puro trading, che oltretutto ha trovato validissimi sostegni al suo operato da parte delle banche centrali. L’aver portato i tassi di interesse a zero (o quasi) era, se vogliamo, un’operazione dovuta per salvare il sistema finanziario e bloccare la recessione. Però lo schema prevedeva che le banche prestassero al sistema produttivo la liquidità erogata gratis dalle banche centrali. Ciò è avvenuto soltanto in minima parte, sia perché la richiesta di credito è latitante, sia perché hanno aumentato le pretese in termini di affidabilità per concedere prestiti. Tutto ciò è anche comprensibile, poiché le banche sono state accusate di erogare allegramente mutui immobiliari che si sono trasformati in attività tossiche e non vogliono ripetere l’esperienza.
Pertanto il grosso della liquidità disponibile viene parcheggiato sui depositi presso le banche centrali o utilizzato per fare trading. Il gigantesco carry trade che le banche centrali stanno alimentando con le loro politiche accomodanti sta gonfiando i prezzi nelle borse, anziché il volume di prestiti all’economia, che infatti continua ad essere strozzata dal credit crunch.
Siamo entrati in un circolo vizioso che non può durare all’infinito, poiché questo comportamento alimenta l’inflazione degli strumenti finanziari e la depressione dell’economia reale, l’aumento dei bonus e quello dei disoccupati. Le Borse sono sempre meno uno strumento di misurazione della realtà economica e sempre più simili ai casinò di Las Vegas.

Il meccanismo non può funzionare all’infinito. Ma può farlo fino a quando si riusciranno ad alimentare aspettative positive ed a nascondere la realtà, come le banche nascondono le perdite da titoli tossici o almeno a sottovalutarla, come un piccolo fastidioso contrattempo.
L’ultimo esempio l’abbiamo avuto venerdì 8 gennaio, con l’uscita dei dati USA sulla creazione di posti di lavoro in dicembre. L’attesa degli economisti era per un dato finalmente col segno più o almeno intorno allo zero, che testimoniasse la fine dell’emorragia (eccole, le aspettative positive). Invece si sono espulsi altri 85.000 lavoratori (la fastidiosa realtà), con il tasso di disoccupazione invariato al 10% (segno che molti disoccupati stanno abbandonando le speranze e smettono di cercare lavoro). Il dato, oltre a confermare che il Papa non ha tutti i torti quando invita a diffidare delle previsioni degli economisti, avrebbe dovuto spingere i mercati a riflettere se la loro corsa non si stesse spingendo un po’ troppo in avanti. Invece niente di tutto questo. Un attimo di incertezza e nuova chiusura positiva, con la fissazione di nuovi record a quota 1.145 dell’indice SP500.
Prosegue così il volo di Icaro sulle ali dell’ottimismo. Un volo che non può permettersi pause, perché ogni perdita di quota potrebbe portare allo schianto.
L’ultimo battito d’ali è stata l’uscita al rialzo dalla fase di congestione laterale che si è sviluppata tra ottobre e Natale. Si è trattato più che altro di una pausa. La ripresa del rialzo, avvenuta nell’ultima settimana del 2009 e confermata nella prima settimana di quest’anno, proietta ora l’indice SP500 e gli altri mercati a lui collegati verso un ulteriore apprezzamento, che su SP500 possiamo ipotizzare abbia come obiettivi grafici innanzitutto 1.155.
Il dato più significativo, dal punto di vista grafico, è stato il superamento di 1.121, che rappresenta il 50% di ritracciamento del precedente ribasso. L’impresa compiuta dagli indici ci obbliga a ipotizzare un nuovo percorso rialzista che ha come obiettivo naturale il punto estremo del rimbalzo tollerabile dall’impostazione ancora ribassista del trend di lungo periodo: area 1.230.
Questo livello rappresenta il 61,8% di ritracciamento del precedente movimento ribassista: l’ultimo ostacolo prima di dichiarare definitivamente morto il mercato orso.
La teoria dei ritracciamenti prevede che le correzioni degne di tal nome devono rimangiarsi almeno il 23,5% del precedente movimento. Se il movimento principale è molto forte, trovano esaurimento entro il 38,2%. Nella maggior parte dei casi però arrivano ad esaurirsi intorno al 50%. Pertanto se la correzione non recupera oltre metà del movimento principale non si può affatto parlare di inversione. Lo si deve invece fare se viene oltrepassata la soglia del 50%. In tal caso la “semplice correzione” cambia vestito e prende il nome di “inversione”. Infatti nella maggior parte dei casi il movimento che riesce a correggere oltre il 50%, riesce a completare il recupero, e spesso a ricoprire tutto il precedente movimento, andando magari anche oltre.
Non sempre, però. Talvolta il superamento della soglia del 50% trova un ostacolo insormontabile al livello del 61,8% di ritracciamento, che viene giustamente considerato l’ultima spiaggia per il mantenimento in vita del precedente trend.
Si comprende pertanto l’importanza di quota 1.230 (che rappresenta appunto il 61,8% di ritracciamento).
Ritengo a questo punto che esso rappresenti una calamita in grado di attirare l’indice, che ha davanti a sé, sulla strada per arrivare a 1.230, un solo forte ostacolo in grado di fermarlo anticipatamente: quota 1.200, che rappresenta, oltre ad un livello psicologico importante, anche quel supporto che sembrò in grado di arrestare la caduta del mercato nell’estate del 2008, e che venne travolto dal panico seguente al crack Lehman. Ora costituisce un’importante resistenza, che se venisse superata, testimonierebbe che il mercato ha dimenticato Lehman e tutto quel che ne consegue.
Direi quindi che possiamo situare nella fascia compresa tra 1.200 e 1.230 l’ultima trincea dell’orso e lo spartiacque tra il paradiso e l’inferno (finanziario, si intende!).
Lì, se non prima, dovrebbe partire la tanto attesa correzione, che dovrebbe riportare i mercati alla realtà, che è molto meno brillante di quanto appaia usando le lenti dell’ottimismo di maniera.
Se succederà, dovremo chiederci perché mai i mercati abbiano vissuto questa lunga luna di miele con le illusioni ed abbiano coltivato per così tanto tempo una visione contraffatta della realtà. E se tutto ciò non sia magari servito a qualcuno a depredare ulteriormente i poveri risparmiatori attratti dalla sirena della ripresa.
Se invece dovesse verificarsi l’abbattimento anche di tale soglia, dovremo dichiarare la morte dell’orso e la risurrezione del toro. Un toro che abiterà all’interno di una gigantesca bolla speculativa, ma che, con le dovute correzioni, che saranno vissute in modo ben diverso dai precedenti ribassi, sarà forse in grado di ricondurci ai massimi storici. Ed allora qualcuno dovrà spiegarci perché mai abbiamo vissuto quella sorta di stupida psicosi collettiva che fu la devastazione del 2008.

 

2/12/09

COMMENTI E ANALISI

TERREMOTO DUBAI

Ci sono date, episodi ed immagini che con il loro straripante simbolismo segnano la storia per sempre. Il fermo immagine dell’aereo che esplode entrando dentro un grattacielo è la sintesi del nuovo capitolo di storia che è iniziato dopo quell’attentato. La faccia spaurita degli impiegati di Lehman che nel week-end del 13-14 settembre 2008 escono per sempre dai loro uffici con lo scatolone dei ricordi è l’immagine che ha caratterizzato il primo atto della crisi finanziaria peggiore del dopoguerra. L’immagine della penisola artificiale a forma di palma attorniata da un’aureola sabbiosa, emblema di Dubai, che in questi giorni abbiamo visto su tutti i giornali, verrà presto dimenticata o rimarrà nell’immaginario collettivo a rappresentare l’inizio del secondo atto della crisi finanziaria?
La richiesta, avvenuta mercoledi scorso, da parte del mega fondo sovrano Dubai World, di prorogare di 6 mesi la scadenze di debiti nei confronti di parecchie banche per l’ammontare complessivo di circa 59 miliardi di dollari, ha gettato nel panico il giorno seguente i mercati europei ed asiatici.
Il mercato americano si è salvato dall’ondata di emotività soltanto perché chiuso per la Festa del Ringraziamento, che così quest’anno ha aggiunto questo ulteriore ottimo motivo per festeggiarla.
Dopo l’ulteriore emotività del giorno seguente, i mercati asiatici ed europei hanno tentato il parziale recupero, confortati dal fatto che la riapertura di Wall Street ha mostrato preccupazioni non eccessive.
I giochi si faranno nei prossimi giorni, quando verranno divulgate maggiori informazioni su questa vicenda che per ora rimane abbastanza oscura nelle motivazioni e nelle dinamiche.
Rimane comunque fin da ora l’impatto simbolico del crollo di questo fondo sovrano, noto per aver nel suo carniere le faraoniche opere immobiliari che hanno fatto di Dubai una specie di Paradiso Terrestre, meta delle peregrinazioni sfarzose dei Vip di tutto il mondo, di cui troviamo sui giornali lunghi elenchi.
Oltre le penisole artificiali a forma di palma, ricordo il grattacielo più alto del mondo, di oltre 800 metri, quasi ultimato, l’albergo a 7 stelle Burj Al Arab, a forma di gigantesca vela, con un campo da tennis in cima, sospeso nel vuoto, inaugurato 3 anni fa da una esibizione di Federer e Agassi, l’arcipelago artificiale “The World”, composto da 300 isolette create dal nulla aventi la forma in miniatura del globo terrestre, e vendute a vari vip, che possono così affermare di “comprarsi la Germania o l’Australia”. Per concludere con SkiDubai, la pista da sci nel deserto, che permette di sciare su vera neve dentro un gigantesco padiglione dove pure il cielo è finto, mentre fuori la temperatura raggiunge i 40 gradi all’ombra.
Tutto questa fiera delle vanità rischia di implodere nel nulla se quello che per ora è un pre-crack diventerà un vero fallimento e se si scatenerà l’effetto domino su altre istituzioni finanziarie simili a Dubai World.
L’aspetto etico della questione non richiede di aggiungere molto a quel che testimonia la grottesca ostentazione di sfarzo appena descritta. Debbo sinceramente affermare che questo contrappasso, se si limitasse a penalizzare i ricchi investitori che, come gonzi, si sono fatti attirare dalle sirene del lusso smodato, mi vedrebbe del tutto indifferente e magari un pochino contento.
Ma purtroppo c’è il rischio che lo scoppio della bolla del deserto venga ancora una volta pagato da chi tutto questo lusso lo può vedere solo dalle webcam su internet.
Perché ora il problema è: questa vicenda è la classica tempesta in un bicchier d’acqua, destinata ad essere assorbita in pochi giorni nel nuovo paradigma della ripresa oppure è un terremoto destinato a propagare uno tsunami paragonabile a quello dei subprime, che ha raso al suolo le borse nel 2008?
E’ presto per dirlo. Come sempre a posteriori tutto viene spiegato alla perfezione. A priori però le istituzioni di controllo non riescono mai a prevedere un bel nulla e si limitano, sempre e comunque, a sdrammatizzare, salvo poi, a buoi scappati, affannarsi a chiudere le stalle ed a giustificarsi con l’imprevedibilità degli eventi.
Anche stavolta il week-end è stato utilizzato per spargere rassicurazioni. Cosa vuoi che siano 59 miliardi (che però diventano un centinaio se consideriamo il debito dell’intero stato Emirati Arabi Uniti)? Il “sistema” tra il 2008 e il 2009 ha sopportato ben altro. La Fed per salvare le banche USA ha iniettato 2000 miliardi di liquidità, il governo Obama ha fatto altrettanto con il debito pubblico. 100 miliardi in più non sono nulla.
Abbiamo poi avuto la rassicurazione che le banche più esposte sono inglesi, ma tutto sommato in modo non tragico, mentre nessuna banca italiana è coinvolta. Anche stavolta la tradizionale prudenza italica sembra averci salvati.
Inoltre si confida che il cugino ricco Abu Dhabi non vorrà lasciare i nababbi indebitati di Dubai in mutande senza intervenire. Infatti, se da un lato lo stato degli Emirati ha ricordato che non vi è garanzia statale sui debiti di Dibai World, dall’alltro la banca centrale di Abu Dhabi ha dichiarato che sosterrà le banche locali con iniezioni di liquidità. Per cui senbra esserci il via libera a procedere ala ristrutturazione del debito del fondo sovrano per evitarne l’insolvenza.
Ci sono probabilità che la tempesta che sembrava provenire dal deserto finisca per rappresentare un semplice colpo di vento. Ma non sottovaluterei il valore segnaletico dell’evento, in un momento in cui anche altri dubbi di natura “reale” stanno facendo riflettere sulla solidità della ripresa.
Troppe cose infatti non quadrano.
Innanzitutto il fatto che la finanza “moderna” è fatta in gran parte fuori bilancio, con sofisticati strumenti derivati e cartolarizzati, che non è affatto facile stimare e tenere sotto controllo. Per cui non mi sorprenderebbe, nei prossimi giorni in cui emergeranno i dettagli, apprendere di ulteriori ed inattesi coinvolgimenti del fallimento, con l’ammontare del crack rivisto al rialzo a più riprese, come già accaduto più volte in passato in eventi analoghi.
Un’altra delicata questione è che questo fondo rappresenta l’emblema dell’edilizia commerciale, e l’aver descritto il suo fallimento come il colpo di coda finale della precedente crisi non mi convince affatto. Qui non si tratta di insolvenze delle famiglie soffocate dal mutuo subprime. Questo potrebbe essere il primo anello di una catena di tracolli dell’edilizia commerciale, di quelle grandi opere messe in piedi in tutto il mondo quando si pensava che il PIL dovesse crescere all’infinito e persino le economie mature (Italia a parte, ovviamente) avevano tassi di crescita da paese emergente. A Dubai è stato raggiunto il parossismo della vanità delle grandi opere. Ma non è certo l’unico angolo del mondo in cui negli scorsi anni l’euforia speculativa ha spinto ad investire al di là del buon senso alla ricerca di facili guadagni. Illusioni che la recessione ha giustiziato e che potrebbero ora presentare anche altri salati conti, magari da altre parti, se l’economia continuerà a languire.
Un altro aspetto che rende delicata la questione è lo stato, che, con un eufemismo, potremmo definire “ancora molto convalescente” del sistema finanziario mondiale. Qualche giorno fa il Fondo Monetario Internazionale nella sua ultima pubblicazione (Global Financial Stability Report) ha stimato che le svalutazioni che non sono ancora emerse nel sistema bancario americano ammontano a circa il 40%. Peggio stanno le banche europee che hanno ancora un 60% di perdite sommerse. Il dato complessivo ci dice quindi che oltre metà delle perdite sono ancora da emergere, a due anni dallo scoppio della crisi subprime. Nei giorni scorsi anche il governo tedesco ha fatto stime simili sulle banche tedesche.
Queste notizie non sono per nulla inattese da chi ricorda che le nuove regole contabili introdotte ad inizio 2009 hanno consentito di nascondere legalmente la polvere sotto il tappeto. Ma hanno certamente sorpreso chi si è lasciato sedurre dalle quotazioni in recupero delle banche e dai bilanci presentati in questi mesi, pieni di perdite nascoste e di utili da trading. I giornali, che da mesi ci indottrinano sul “recupero di fiducia” e sull’uscita dal tunnel, non sanno come gestire simili notizie, che contraddicono il clima di esaltazione collettiva di fine recessione.
L’eventuale crack di Dubai World rischia pertanto di essere il primo tassello di un “ritorno alla realtà” piuttosto scomodo per molti illusi.
Giova ricordare che le munizioni a disposizione delle autorità per fronteggiare una seconda ondata di crisi bancarie sono assai scarse, avendo le banche centrali già dato fondo a tutto l’armamentario tradizionale (tassi a zero n Usa e all’1% in Eurolandia) e a quello non convenzionale (il quantitative easing non si può più espandere per non creare crisi di fiducia nelle stesse banche centrali), mentre
i governi hanno già fatto esplodere il debito pubblico e si avviano ad imitare l’esperienza giapponese.
Ancora una volta è necessario quindi lanciare un significativo “warning”.
Come in passato è possibilissimo che i mercati ignorino i segni premonitori di crisi e procedano imperterriti a gonfiare bolle fino al raggiungimento del prossimo baratro.
I grafici d’altra parte non ci dicono ancora che il trend rialzista di Wall Street è finito. Anzi, nonostante le paure europee, l’indice SP500 ha chiuso il mese di novembre assai vicino ai suoi massimi annuali. Non è quindi affatto escluso che in dicembre possa testare quella forte resistenza di 1.120 punti che ho da tempo identificato come l’obiettivo finale del rialzo in corso, finora non ancora raggiunto.
Ma tutto questo puzza di dejà vu. Come quando nel 2007 qualcuno (non eravamo molti, ma qualcuno c’era) avvisava che l’euforia dei mercati non trovava motivazioni nella situazione economica, ma questi, con un’alzata di spalle, continuavano a registrare nuovi massimi ed i guru sbeffeggiavano i “gufi”. Come sia andata a finire nell’anno seguente lo abbiamo visto.



BOLLA O NON BOLLA? CHE COSA C’E’ DIETRO I NUMERI DEL PIL USA

I mercati azionari hanno avuto ragione a rimbalzare, ma non ad esagerare. E’ questo il certificato che il dottor PIL ci ha consegnato a fine ottobre nella prima anticipazione e puntualizzato proprio martedì 24 novembre con la seconda e più precisa stima.
Con l’ufficializzazione di un rimbalzo tecnico del PIL americano dello 0,7% trimestrale, che equivale ad un discreto 2,8% annualizzato, il Dipartimento per il commercio USA ha comunicato la fine della recessione nel terzo trimestre di quest’anno.
I mercati hanno quindi visto giusto ed in anticipo di circa 6 mesi quando, a marzo, hanno deciso di rinviare la fine del mondo e rimbalzare con violenza.
Ora però occorre guardare oltre e farci alcune domande sulla qualità della ripresa e sulla sostenibilità futura di questo scenario. Infatti, se si chiude la pagina della recessione, dobbiamo verificare quale altra pagina si sta aprendo. Se i mercati hanno messo a segno un corposissimo rally, dobbiamo verificare se potranno trasformare il rimbalzo di medio periodo in un’inversione di lungo termine.
Sono ovviamente questioni tutt’altro che semplici, a cui però cercherò di non sottrarmi, con la consapevolezza che in questo momento la possibilità di sbagliare è alta e con l’avviso che dal punto di vista operativo è molto più importante avere un metodo in grado di gestire l’errore che un’alta probabilità di azzeccare le analisi.
Cominciamo con questo articolo ad esaminare la qualità della ripristinata crescita produttiva americana, da cui dipende l’intera economia del pianeta, e confrontiamola con la crescita del mercato per ipotizzare se i fondamentali economici corrispondono alla percezione dei mercati.
Il terzo trimestre ci ha mostrato che quasi tutte le componenti del PIL hanno quantomeno frenato la caduta e svoltato verso una crescita rispetto al trimestre precedente. In particolare i Consumi Personali, la spesa pubblica, gli investimenti in edilizia residenziale, le esportazioni e le scorte hanno ricominciato a salire (la spesa pubblica non ha mai smesso di farlo). Restano ancora in calo gli investimenti delle imprese.
Già questo fatto pone qualche dubbio sulla qualità della ripresina, anche se è naturale che prima di investire gli imprenditori attendano segnali più corposi dal lato della domanda potenziale. Altri dubbi molto consistenti vengono se andiamo a scavare ulteriormente, poiché scopriamo che l’edilizia residenziale è soggetta a incentivi sostanziosi da parte del governo (8.000 dollari per chi acquista casa), che erano prossimi alla scadenza, e risente della stagionalità positiva del 3° trimestre, cui solitamente segue un rallentamento invernale. All’edilizia residenziale fa da contraltare l’edilizia commerciale, che continua a calare e contribuisce ad erodere il PIL.
Scopriamo ancora che l’aumento dei consumi in beni durevoli è quasi interamente da attribuire alle vendite del settore auto, grazie agli effetti del rush finale per poter approfittare del programma di rottamazione governativa detto “Cash for Clunkers”, scaduto a settembre.
Possiamo anche verificare il grosso contributo dato al PIL dalla variazione delle scorte, per il proseguimento del processo di ricostituzione dei magazzini dopo la terribile frenata di inizio anno.
Se andassimo a sottrarre al 2,8% realizzato dal PIL il contributo di 3 sole voci, che esprimono elementi non sostenibili in futuro, ovvero Autoveicoli (+1,45%), Scorte (+0,87%) e Spesa Pubblica (+0,63%), vedremmo l’aumento del PIL andare in fumo e diventare un valore addirittura negativo.

Tutto ciò ci permette di affermare che è corretto parlare di fine della recessione, ma assolutamente fuori luogo parlare di inizio della ripresa, come purtroppo molti “entusiasti” hanno fatto in questi giorni. Il rimbalzo produttivo non è in grado per ora di stare in piedi e proseguire senza i sostanziosi aiuti governativi e monetari. Si sta certamente meglio di quando nemmeno gli aiuti erano in grado di rianimare le sorti dell’economia, ma non possiamo certo parlare di guarigione dalla crisi. Se ne sono ultimamente accorti anche Trichet ed Obama, che hanno cercato negli ultimi giorni di smorzare la festosa esultanza dei politici e dei mercati.
E’ probabile che l’entusiasmo sia stato alimentato dalle trimestrali che sono via via state comunicate quotidianamente ai mercati. Su questo fronte possiamo dire che i profitti del trimestre hanno battuto con grande abbondanza le previsioni degli analisti, che non si attendevano certo grandi performance.
Credo che il motivo sia triplice. Da un lato c’è la tradizionale attitudine degli analisti a prendere farfalle nei punti di svolta congiunturali. Dal momento che i modelli previsionali basati sull’analisi fondamentale tendono ad essere molto condizionati dal trend precedente delle principali variabili da stimare, le stime tendono ad essere abbastanza realistiche quando si percorre un certo trend in modo stabile. Quando invece l’economia svolta, al ribasso (a fine 2007) oppure al rialzo (nell’ultimo trimestre), le stime incorporano l’inerzia del passato che tende a farle essere troppo ottimistiche nel primo caso e troppo pessimistiche nel secondo. Gli analisti, quando i mercati girano, sono sempre costretti ad inseguire e rivedere a più riprese le stime. E’ successo anche stavolta: hanno peccato di eccessivo pessimismo.
Il secondo motivo della sorpresa positiva è legato alla straordinaria capacità dei managers di scaricare sugli altri il peso della crisi. Agevolati da norme estremamente “liberali”, in USA le aziende licenziano dalla sera alla mattina. La disoccupazione è letteralmente esplosa, come ci rivelano le statistiche ufficiali, che ad ottobre hanno raggiunto il tasso del 10,2%, ma ancor più le rielaborazioni che tengono conto anche della disoccupazione nascosta. Infatti in Usa si considera ufficialmente disoccupato solo chi ha intrapreso una concreta azione di ricerca di lavoro nel mese precedente alla rilevazione. I rassegnati che non cercano nemmeno più lavoro escono dalle forze lavorative e spariscono dalle statistiche. Inoltre le statistiche non distinguono tra impieghi a tempo pieno e impieghi a tempo parziale. Pertanto se un’impresa trasforma un posto a tempo pieno in un part-time per le statistiche non è successo niente.
Chi ha rielaborato le statistiche ufficiali per tenere conto anche di tutta questa disoccupazione nascosta ha dovuto correggere il 10,2% e portarlo all’esorbitante percentuale del 17,5%.
Gli americani, che hanno il culto del liberismo, del self-made-man e del sistema flessibile, ed un’incrollabile fiducia nel capitalismo, accettano questa situazione con rassegnazione, come si accetta il caldo o la pioggia. Le notizie di managers in ostaggio o di suicidi di chi perde il lavoro vengono dall’Europa, dove abbiamo una diversa cultura del lavoro e maggiori attitudini alla lotta per difendere il posto, benché ci siano maggiori ammortizzatori sociali che in America.
In USA invece hanno una tolleranza della sventura economica molto più alta di noi. E ciò è una fortuna per le imprese, che, licenziando senza remore né rumore, possono sistemare i bilanci molto più in fretta che le imprese europee.
Il terzo motivo è legato al caro vecchio dollaro. Anzi, vecchio, ma sempre meno caro.
Infatti, non appena i mercati hanno smesso di scendere, è ricominciata la lenta ma costante svalutazione del “greenback” nei confronti di tutte le altre monete. Nei suoi confronti l’euro è risalito da 1,25 di marzo, fino a 1,50. Lo Yen da 100 (per un dollaro) a 88.
Questa erosione del valore è certamente foriera di lievitazione dei prezzi delle materie prime, che tendenzialmente recuperano la svalutazione del biglietto verde, ma è manna per i bilanci delle multinazionali americane. Si stima che circa metà del fatturato delle società che compongono SP500 sia prodotto da filiali o controllate estere, perciò non in dollari. Per questo motivo le trimestrali consolidate presentate in USA possono brillare, poiché convertire i risultati esteri in dollari ne fa lievitare l’entità.
Abbiamo quindi una produzione senza domanda, una ripresa senza occupazione e profitti senza ricavi. Una serie di anomalie statistiche che ci dimostrano che il mondo è cambiato e le borse non misurano più l’economia, ma chissà quale altro fattore. Oppure che c’è qualcosa che non va nella natura di questa ripresa, che i mercati non colgono ancora, dato hanno prodotto uno dei più poderosi rialzi della storia delle borse. Un rialzo che appare piuttosto disancorato dall’andamento dell’economia reale.
Facciamo due conti un po’ empirici per dimostrare questo scollamento, prendendo come riferimento l’economia e la Borsa USA, come sempre.
Il minimo di marzo ha anticipato di circa 4-5 mesi il minimo dell’economia, registrato alla fine del 2° trimestre. Anche a fine 2007 il massimo assoluto dell’indice SP500 aveva anticipato il massimo del ciclo economico di circa 2 trimestri. Da inizio marzo la borsa in circa due trimestri ha recuperato metà della sua discesa dai massimi del 2007. Il PIL nel terzo trimestre ha recuperato lo 0,7%. Il 4° trimestre, tuttora in corso, dovrebbe rappresentare il secondo trimestre di recupero del PIL. Ebbene, affinché l’economia riesca a recuperare metà del terreno perduto durante la recessione, occorrerà che il PIL del 4° trimestre cresca su base trimestrale del 1,2%, cioè del 4,8% su base annua. E’ un ritmo di crescita che nessun economista si azzarda a prevedere. Il consensus per ora si attesta sul 3% scarso, lo stesso ritmo del 3° trimestre. Pare quindi evidente che il mercato si sia già spinto ben più avanti dell’economia reale.
Una riprova l’abbiamo constatando che il rapporto P/E del paniere SP500, calcolato sugli utili stimati del 2009 e sull’indice a quota 1.100, ci fornisce un valore di circa 25, indicando una sopravvalutazione rispetto ai valori storici (intorno a 15), non drammatica, ma evidente.
E’ vero che con i tassi così bassi il vecchio Greenspan ci insegna che possono essere tollerati livelli di valutazione anche maggiori. Ma i tassi possono rimanere a lungo così bassi?
In effetti la questione centrale è proprio quella dei tassi di interesse.
Tassi a livello quasi zero non possono che spingere i traders ed anche gli istituzionali, che devono recuperare performance, a pesanti strategie di “carry trade”, cioè indebitarsi a tassi bassi per investire su attività più redditizie, lavorando così con l’abbondante liquidità che c’è in circolazione. E’ vero che le banche centrali hanno immesso quasi gratis tutta questa moneta proprio per aiutare le banche e gli istituzionali che erano sull’orlo del fallimento. Ma lo hanno fatto affinché questa liquidità venga utilizzata per finanziare l’economia reale ed aiutarla a tirarsi fuori dalla recessione. Di fatto però gran parte di questi soldi non finisce al tessuto produttivo, ne alle imprese medie e piccole, ma sta gonfiando le borse, e di conseguenza gli utili delle banche più spregiudicate, che hanno ampliato le loro attività di trading in proprio.
C’è già chi parla di bolla. A me sembra presto per usare questo parolone. Però è chiaro che la politica monetaria sta assecondando gli istinti animali del mercato, proprio quelli che hanno creato la spazzatura che ha sommerso il mondo finanziario nel 2007.
La politica monetaria sembra completamente in ostaggio dei mercati e delle grandi banche, “too big to fail”.
E’ un film che abbiamo già visto in passato. Forse qualcuno ricorda come si uscì dalla prima recessione del millennio. Eravamo all’inizio del 2003, ancora turbati dall’attentato di Bin Laden, Bush aveva iniziato la sua sporca guerra per il petrolio, le borse erano stremate da un pesantissimo calo seguito allo scoppio della bolla da new economy. Greenspan aveva già portato i tassi ufficiali al 2% per rianimare l’economia. I mercati azionari cominciarono a riprendersi quando fu invaso l’Iraq, così come l’economia USA, grazie alle ingentissime spese militari ed all’orgoglio dei consumatori, che continuavano a comprare indebitandosi. In quel frangente si doveva cominciare a mettere in piedi un’exit strategy, rialzando lentamente i tassi. Invece Greenspan fece addirittura un ulteriore taglio, portandoli all’1% e mantenendoli a quel livello fino a metà del 2004. Lo stimolo monetario fu procrastinato troppo a lungo, concimando ben bene i semi della successiva bolla speculativa che le banche d’affari stavano coltivando. E’ di quegli anni la nascita e la tumultuosa crescita dell’operazione “salsicce”, cioè la cartolarizzazione dei mutui subprime, favorita dai tassi all’1%.
Ricordo che allora scrissi più volte che i tassi troppo bassi per troppo tempo avrebbero portato inflazione e la futura recessione. L’inflazione si generò non sui prezzi dei beni, ma sui prezzi di borsa, gonfiando la bolla, che scoppiò fragorosamente a fine 2007 e portò alla devastazione del 2008.
In questi giorni stiamo rivedendo le stesse cose di allora. Da un lato tutti a festeggiare (forse un po’ troppo in anticipo) la fine della recessione e la ripresa a V. Dall’altro tutti a dire che non si deve ancora approntare alcuna exit strategy, ma gli aiuti di stato e la politica accomodante sui tassi debbono essere estesi anche al 2010.
Ebbene, delle due, una.
Se la crisi è veramente finita, proseguire con i tassi a zero finirà per gonfiare altre nuove bolle nei prossimi mesi, con pesanti conseguenze e possibili crack nel momento in cui i tassi dovranno essere rialzati troppo tardi.
Oppure, se la crisi non è finita, vorrei sapere: per quale motivo i mercati stanno esultando?
 

 

 

20/10/09

IL MONDO CHE NON C’E’



Il mese di ottobre ha superato la metà dei suoi giorni e sui mercati si continua a vedere lo stesso film che stiamo vedendo da metà marzo “Bear market rally: la vendetta”. E’ vero che siamo al secondo tempo, dopo che abbiamo gustato il primo tempo da metà a marzo a metà giugno ed abbiamo vissuto il classico intervallo fino a metà luglio. Da allora è cominciato il secondo tempo di una storia che, un po’ noiosamente, continua ad essere più o meno sempre la stessa.
E’ una storia che ci parla di recupero dei mercati, che proseguono nel loro rialzo senza tentennamenti, nella speranza che la fine della crisi si trasformi nell’inizio della ripresa economica.
Salgono i mercati azionari, salgono le materie prime, sale l’oro, salgono (un po’ meno linearmente, ma salgono) anche i prezzi dei bond governativi e dei corporate bond, che vengono emessi in quantità industriale e assorbiti dal mercato con una fame senza precedenti. Infine sale anche l’euro-dollaro, ma in questo caso, trattandosi di un cross valutario, la salita dell’euro coincide con la svalutazione del dollaro.
Contemporaneamente scende tutto quello che potrebbe segnalare la paura per il futuro finanziario: scende il VIX, l’indice della paura sull’azionario, che ha superato anche i suoi minimi annuali precedenti ed è arrivato a toccare quota 20, mentre continua a scendere lo spread di rendimento tra i debitori migliori ed i peggiori e tra i corporate bond ed i bond governativi.
Ad un primo sguardo superficiale e complessivo verrebbe da giudicare questo copione molto semplicemente come la presa d’atto che la crisi è finita e stiamo tornando rapidamente alla normalità. Non c’è quindi alcun bisogno che Gerbino si scomodi a fare l’avvocato del diavolo. Ci lasci guardare in pace questo film a lieto fine, che dovrebbe coincidere con la legittima aspettativa che guadagnino tutti, per una volta.
La famosa “Legge di Murphy” però afferma che “una cosa troppo bella per essere vera… è falsa”.
Perciò Gerbino non può fare a meno di calarsi nel ruolo di quegli antipatici critici cinematografici, che stroncano i polpettoni d’evasione (avete presente i film di Natale, quelli di Boldi e De Sica?) anche se piacciono molto al pubblico meno sofisticato.



TROPPO BELLO PER DURARE


Ed allora cominciamo a notare che mai come in questo momento i mercati azionari e quelli che ruotano intorno ad essi sono stati così lontani da quel che la realtà dell’economia ci sta facendo vedere. Per vedere una distanza paragonabile dobbiamo andare indietro all’autunno di 2 anni fa, quando testardamente i mercati vennero spinti a realizzare un nuovo massimo assoluto (i principali: DAX e SP500; non il nostro che il massimo l’aveva fatto a maggio ed in autunno era già in calo) quando dall’economia erano arrivati già i primi chiari segnali di recessione e nel mondo della finanza malata erano già scoppiate le prime bombe dei fallimenti da subprime.
Ora siamo di fronte ad una situazione simile, in termini di disallineamento tra realtà e percezione della medesima. Per comprenderlo basta guardare che cosa l’economia americana (prendiamo quella perché è lì che si decide la direzione di tutti i mercati) abbia recuperato dopo la profonda mazzata recessiva di ben 6 trimestri di PIL in calo. Per ora poco o nulla. Infatti abbiamo avuto qualche notizia positiva dagli indicatori “leading” cioè quelli che registrano aspettative, che si sono ripresi, anche se ultimamente faticano a mantenere i livelli raggiunti in estate. Dall’economia reale abbiamo segni chiari di stabilizzazione. Stabilizzazione significa fine del calo, non certo inizio di recupero. Oltretutto il fronte occupazionale continua a perdere posti di lavoro. E’ normale perché prima di assumere bisogna essere sicuri che la ripresa sia iniziata veramente. Tutto ciò significa però che la ripresa non c’è ancora.
C’è stato, è vero, un po’ di recupero degli utili aziendali nel secondo trimestre e, per il poco che si è finora visto dai dati societari comunicati, anche nel terzo trimestre. Il grosso delle trimestrali però deve ancora arrivare. Tuttavia una cosa che non quadra è vedere che gli utili migliorano, ma assai meno i fatturati. Anzi in molti casi si vede la strana accoppiata “utili in aumento e fatturato in calo”.
Significa che i managers tagliano i costi e i dipendenti ma non riescono ad aumentare le vendite. Fino a quando potranno continuare a farlo? Possiamo sperare in una ripresa se non aumentano i fatturati? Che cosa dobbiamo dire delle vendite al dettaglio che in settembre, finiti gli incentivi sulle auto, sono calate dell’1,5%?
Dal mondo delle trimestrali bancarie vengono invece segnali contrastanti. Peggiorano i risultati delle banche che fanno le banche. Il credito erogato non aumenta, mentre aumentano le sofferenze e si riducono i margini di intermediazione. Gli utili perciò calano o diventano perdite. Tra le banche americane medio-piccole (quelle che possono fallire) il conteggio dei fallimenti del 2009 ha già superato quota 100. Anche le banche più grandi non gioiscono. Citigroup, che tra i colossi è quello più “banca tradizionale”, ha perso oltre 3 miliardi di dollari nel 3° trimestre. Bank of America 1 miliardo.
Per le banche che fanno trading, invece, gli utili esplodono. La ripresa dei mercati ha gonfiato i profitti da trading delle banche d’affari. La mitica Goldman Sachs ha consegnato al pubblico una trimestrale che evidenzia 10 miliardi di dollari di profitti da trading, con un utile trimestrale di 3 miliardi. JP Morgan, grazie ai ricavi da trading obbligazionario ha quintuplicato gli utili, portandoli a 3,6 miliardi di dollari. Detto per inciso, gli accantonamenti di queste due banche d’affari per pagare bonus a fine anno sono già arrivati a 22 miliardi di dollari. Al G20 non ci hanno detto “basta bonus”?
Avevo già evidenziato in passato come l’aumento del potere di mercato, che le poche grandi banche d’affari rimaste hanno a loro disposizione in seguito alla scomparsa della maggior parte delle concorrenti (fallite o assorbite), possa nuocere alla trasparenza del mercato. Queste trimestrali ci confermano purtroppo il filo rosso che unisce i profitti delle banche con la salita dei mercati, che vengono spinti al rialzo dalle operazioni di trading delle banche stesse. Un circolo virtuoso (o vizioso?) che ha distrutto i fondamenti del mercato e consegnato un enorme potere manipolatorio nelle mani di queste due o tre banche.
Avanti di questo passo il mercato assomiglierà sempre più ad una bisca dove alcuni giocatori hanno le carte truccate. Con la completa negligenza delle autorità, che per ora assecondano questa pratica perché fa comodo che i mercati salgano. Bisogna diffondere fiducia. Se ne accorgeranno quando queste due o tre banche, preso atto dell’eccessivo scollamento tra valori di borsa ed economia, decideranno che è venuto il momento di fare utili al ribasso anziché al rialzo. Allora vedrete che le autorità scopri ranno l’acqua calda.
Torniamo allo scollamento tra economia reale e mercati. L’economia reale abbiamo visto che ha recuperato pochissimo dai livelli minimi raggiunti nel pieno della recessione.
I mercati azionari principali invece hanno recuperato quasi il 50% dell’intero calo dai massimi del 2007. Il nostro no, è fermo intorno al 35%.
Comprendo che le borse abbiano reagito all’eccesso di pessimismo che si è avuto nei primi tre mesi di quest’anno, quando sembrava che il modo dovesse finire e tutte le banche dovessero chiudere.
L’aver scoperto che il mondo non è finito e che l’inondazione di liquidità e di spesa pubblica ha salvato l’economia mondiale dal baratro, giustifica un bel rimbalzo. Tuttavia recuperare metà del calo è eccessivo, anche perché dobbiamo considerare che il precedente rialzo si era portato ben oltre i livelli compatibili con l’economia.
A spanne possiamo valutare che l’attuale livello del mercato azionario sarebbe compatibile con un’economia che avesse recuperato almeno i 2/3 del calo del PIL portatoci dalla recessione.
Per ora l’economia non ha recuperato quasi nulla. Lo farà prossimamente?
Lo speriamo, ovviamente. Ma l’ottimismo della volontà non può oscurare il realismo della ragione.
Altrimenti il risveglio dal sogno potrebbe essere molto spiacevole.
 


QUALCUNO STA SBAGLIANDO


Se guardiamo ai mercati con un po’ di attenzione ci accorgiamo che vi è un’altra questione di notevole portata che non quadra. Si tratta della relazione “intermarket” che tradizionalmente lega l’impostazione dei vari mercati. Questa regola di comportamento pare ora saltata.
Mi spiego meglio. Come sanno tutti coloro che frequentano i mercati da un po’ di tempo, i mercati obbligazionari scontano l’andamento futuro dei tassi, i mercati azionari scontano l’andamento futuro degli utili, quindi della crescita economica, i mercati delle materie prime ed ancor più quelli dei metalli preziosi (beni rifugio) sono invece sensibili all’inflazione.
Pertanto normalmente l’analisi comparata del comportamento di tali mercati evidenzia alcune “regole” abbastanza ricorrenti:
1) Quando i mercati azionari salgono in modo significativo quelli obbligazionari non salgono, anzi tendono a scendere e viceversa. Il motivo è che una crescita dell’azionario sconta una forte crescita dell’economia, che si accompagna a tassi di interesse in aumento, perché le autorità monetarie cercano così di prevenire o contrastare le spinte inflazionistiche. Pertanto il mercato obbligazionario flette.
2) Quando i mercati dei metalli preziosi salgono quelli obbligazionari scendono e viceversa. Il carattere di “beni rifugio” dei metalli preziosi ne consiglia l’acquisto quando si teme un inasprimento dell’inflazione e la perdita del potere d’acquisto del denaro. In tempi di inflazione i rendimenti reali scendono, per cui i prezzi sui mercati obbligazionari flettono.
Queste due regole di correlazione si verificano quando le attese degli operatori circa il futuro dell’economia convergono. Possono esserci situazioni di allontanamento da questi equilibri quando si verificano fasi di grande incertezza sugli scenari futuri oppure nei punti di svolta dell’economia.
Sembra proprio che si stia verificando una situazione di questo tipo.
Infatti salgono sia l’azionario che l’obbligazionario. Il primo evidentemente sconta una forte ripresa a V. Il secondo sembra prevedere addirittura deflazione, possibile solo se la crisi continuerà a far marcire l’economia.
Inoltre salgono sia il mercato obbligazionario che l’oro. Se il primo sconta deflazione, il secondo annuncia inflazione.
Tutto ciò non ha molto senso. E’ come se gli operatori fossero impazziti, o se questi mercati fossero trainati da forze che hanno perso ogni contatto con l’economia, oppure se l’andamento futuro dell’economia fosse così illeggibile da portare gli operatori ad assumere come plausibile tutto ed il suo contrario.
A volte queste cose succedono. Gli esperti chiamano “bolle” queste situazioni di scostamento dai fondamentali.
Il problema è che non sappiamo quanto queste situazioni possano durare. Tuttavia possiamo essere certi di due cose:
1) Sui mercati qualcuno sta sbagliando. Per ora non sappiamo chi. Tuttavia non è possibile continuare ad avere ragione tutti per molto tempo, investendo su scenari opposti. Se verrà la ripresa economica avranno avuto ragione i rialzisti sull’azionario e sull’oro, mentre gli investitori in obbligazioni subiranno perdite in conto capitale. Se avremo un esito dell’economia a “W” con una seconda gamba recessiva e l’affermazione di uno scenario di deflazione prolungata, vorrà dire che avranno sbagliato quelli che continuano a comprare azioni. Potrebbero aver avuto ragione anche coloro che comprano oro, se la depressione stimolerà nuove ondate di panico e si diffonderà la paura della fine del mondo (finanziario). La festa per gli obbligazionisti potrebbe continuare, ma solo per quelli investiti sui titoli governativi più affidabili, non certo chi punta sui corporate bond o sul debito dei paesi emergenti.
2) Prima o poi i nodi verranno al pettine. Mi rendo conto che sia poco soddisfacente l’affermazione “prima o poi”. E’ tipica di chi si abbandona chiacchiere e prescinde dal confrontarsi col tempo. Chi opera invece è interessato anche ad avere qualche indicazione circa il “quando”.
Ebbene: probabilmente il tempo della resa dei conti si sta avvicinando a grandi falcate.


DIMMI QUANDO, QUANDO, QUANDO…


I miei lettori ricorderanno che, a marzo, quando ipotizzavo il rimbalzo dell’indice SP500 fino oltre quota 1000, indicavo l’autunno come il periodo in cui il percorso si sarebbe compiuto. Ora ci siamo.
Ma abbiamo anche altri elementi, tratti dai grafici.
SP500 sta andando ad incontrare due ostacoli, uno statico ed uno dinamico, di enorme importanza. Per superarli le attese di ripresa non sono sufficienti. Occorrerà che si trasformino in qualcosa di più certo.
Il primo è il livello 1.120. L’importanza di questa resistenza statica sta nel fatto che essa rappresenta proprio il 50% esatto di recupero di tutto il calo intervenuto dai massimi del 2007 ai minimi del marzo di quest’anno. Superare 1.120 significa uccidere metà del terribile orso che ci accompagna da due anni.
Per molti analisti grafici il 50% di recupero è lo spartiacque tra la semplice correzione, destinata ad essere riassorbita nel trend principale (ancora ribassista!) e l’inversione del trend. Insomma, per molti si pone lì il confine tra il bene ed il male. Il superamento (chiaro e confermato per almeno tre giorni) di quel livello spingerebbe molti a certificare l’avvenuta inversione. Si parlerebbe allora di probabile bull market di lungo periodo e non più di bear market rally. Gli obiettivi naturali del movimento diventerebbero i precedenti massimi. Insomma: fine del ribasso, migliore dei mondi possibile ed ogni correzione andrebbe trattata come occasione di acquisto.
Il mancato superamento ci lascerebbe invece nel dubbio, anzi, lo rafforzerebbe, che una nuova gamba recessiva ci possa trascinare nuovamente verso il baratro di marzo, e magari si possano addirittura toccare minimi inferiori a quel 666 del giorno 6 di marzo.
Ad avvalorare l’importanza dell’area che il mercato sta per testare, abbiamo anche in questi giorni il passaggio da quelle parti della trend line discendente che scaturisce unendo il massimo di ottobre 2007, da cui partì il ribasso, ed il massimo di maggio 2008, che rappresenta il primo significativo massimo discendente successivo. E’ l’ultima trend line che il mercato deve ancora violare. Il suo superamento avvalorerebbe ulteriormente le ipotesi di inversione, mentre l’incapacità di superarla potrebbe far nascere un nuovo impulso ribassista.
I tempi sono quindi maturi. Finora sui mercati si è comprato a piene mani il mondo che non c’è.
Non è più il tempo di illusioni. Il mondo delle speranze deve diventare realtà. Oppure dovremo prendere atto di una realtà senza speranze.

 

 

 

 21 settembre 2009

IL COMPLEANNO DEL CRACK

TUTTO COME PRIMA? NO. PEGGIO

Il 15 settembre la stampa ha celebrato il compleanno del fallimento di Lehman con grande visibilità e numerose interviste ad economisti ed esperti. La data viene ricordata come quella che scatenò il crollo dei mercati azionari, che da quel giorno in sei mesi perdettero quasi il 50% del loro valore, e l’implosione del sistema bancario mondiale.

In realtà la crisi si era manifestata da mesi, con il salvataggio di Bear Stearns e dei colossi federali dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac. Tuttavia nessuno credeva che una banca grande come Lehman avrebbe potuto fallire. Nella prima quindicina del drammatico mese di settembre 2008 le autorità si trovarono a gestire l’insolvenza di 3 colossi: oltre Lehman, Merrill Lynch ed il colosso assicurativo AIG.

Il tesoro decise di salvare AIG, Merrill riuscì a farsi comprare da Bank of America, ma Lehman non trovò compratori. Fed e Tesoro decisero di lasciarla fallire in un drammatico week-end di cui molti particolari devono ancora essere raccontati. Attendiamo l’uscita delle memorie di Paulson, che non mancherà di togliersi qualche bel sassolino dalla scarpa.

L’evento provocò una gigantesca crisi di fiducia, che spinse le banche a bloccare del tutto la loro attività di erogazione del credito. Ciò causò la frenata dell’attività commerciale, che senza credito non può tirare avanti, e il blocco della produzione, manifestatasi nei terribili due trimestri seguenti.

Quasi tutti ritengono che allora si commise un errore, permettendo il fallimento di una grossa banca come Lehman e che il disastro venne evitato solo grazie all’abilità di Bernanke ed alle misure straordinarie dei governi di tutto il pianeta.

Pochi sono andati al di là della presa d’atto, per rispondere a due domandine: perché le autorità presero quella decisione sbagliata? Perché dei 3 responsabili di quella decisione (Paulson, Bernanke e Geithner) solo il primo è stato messo al palo, mentre gli altri due sono stati promossi o lodati come i salvatori dell’economia?

Alla prima domanda ha provato a rispondere Kenneth Rogoff, ex capo economista del FMI. Secondo lui le autorità scelsero il male minore. Temevano che salvare sia AIG che Lehman avrebbe scatenato i liberisti, difensori del mercato libero e nemici dell’intervento dello Stato nell’economia. Siccome AIG era un colosso in grado di creare danni superiori a Lehman in caso di fallimento, quest’ultimo venne designato come vittima sacrificale. D'altra parte lo shock che sarebbe derivato alla finanza mondiale doveva raggiungere l’obiettivo di smuovere i governi ed obbligarli ad assumere quei provvedimenti d’emergenza che difficilmente sarebbero stati presi se Lehman fosse stata salvata.

Insomma: secondo Rogoff, Lehman è stata sacrificata per imporre a Bush l’impegno di oltre 2.500 miliardi di dollari di denaro pubblico per salvare le altre banche.

La seconda domanda è piuttosto curiosa: infatti solo Paulson, l’ex ministro del Tesoro di Bush, ha pagato con l’esposizione al pubblico ludibrio e viene additato come l’unico vero responsabile della devastazione finanziaria. Gli altri due sono stati beatificati: Geithner ha preso il posto di Paulson al Tesoro, mentre Bernanke è stato riconfermato per acclamazione al timone della Fed per altri 4 anni e indicato come il salvatore del mondo.

Misteri della politica: la sfortuna di Paulson è stata quella di essere legato all’eterno bamboccione George W. Bush, sconfitto alle elezioni e rimandato nel suo ranch a giocare a golf col cane. Gli altri due, potendolo fare, sono lestamente saltati sul carro del mitico Obama e stanno vivendo di luce riflessa dal suo carisma mediatico.

La mia opinione è invece che tutti e tre siano colpevoli allo stesso modo del disastro. Ma non, come tutti dicono, per aver lasciato fallire Lehman. Se l’interpretazione di Rogoff è giusta, salvare anche Lehman avrebbe fornito un alibi ai politici per non intervenire, e ci saremmo trovati in una situazione forse peggiore.

LE COLPE DEL TRIO

Le loro colpe vanno ricercate soprattutto in quel che non hanno fatto prima dello scoppio della fase terminale della crisi.

Innanzitutto non hanno frenato l’assurda giostra della finanza creativa. Questo carrozzone è stato messo in piedi dalla lobby delle banche d’affari con la compiacenza di Greenspan nei primi anni del decennio. Che fosse un bubbone in grado di creare, quando sarebbe scoppiato, una crisi sistemica, era loro noto. Perché non hanno fatto nulla per curarlo prima che fosse troppo tardi? La dimensione della finanza derivata, quel castello di cartaccia costruito sui mutui e su tutto quel che può essere cartolarizzato, non poteva essere a loro sconosciuta. E’ vero che buona parte degli strumenti derivati sono creati e negoziati al di fuori di mercati trasparenti e regolamentati, per cui è difficile stimarne l’esatto ammontare. Ma se è così, a maggior ragione avrebbero dovuto prendere provvedimenti per migliorare la trasparenza e ridurne la massa, anziché permettere che crescesse in modo esponenziale in pochi anni fino al punto di travolgere l’intero sistema bancario. Questi personaggi sono lì, e costano parecchi milioni di dollari l’anno ciascuno, per regolare e controllare. Se non hanno regolato e non hanno controllato, perché mai li dobbiamo confermare ai loro posti o promuoverli?

Ricordiamo che a luglio del 2007, quando emerse la bomba subprime, Bernanke stimò le conseguenze in una cifra compresa tra i 50 e 100 miliardi di perdite per il sistema bancario americano. Solo pochi giorni dopo alcune banche d’affari ipotizzarono cifre 20 volte maggiori. La realtà ci ha per ora consegnato perdite di circa 25 volte maggiori. E non è finita.

Ora, ditemi. Un ingegnere, un perito, un qualsiasi professionista, che sbagli i calcoli di 25 volte… che fine farebbe?

Per tutto il 2007, mentre si levavano voci disperate che avvisavano su quel che stava succedendo, che non si poteva continuare così, ad alimentare la speculazione al rialzo e col paraocchi all’infinito (non c’era solo Roubini, si legga il mio scritto del 23 settembre). Bernanke e la Fed assecondarono le euforie prevedendo crescita stabile e duratura, come se niente fosse.

Vogliamo continuare?

Allora vediamo come è stata affrontata la crisi una volta che anche i ciechi ed i sordi se ne sono accorti.

Tutto è partito dai mutui subprime su cui è stato costruito un gigantesco castello di derivati. I nullatenenti americani, senza un dollaro da parte ma con un posto di lavoro e tanta voglia di diventare padroni di casa propria, venivano invogliati dalle banche o dalle finanziarie da loro controllate a richiedere mutui per comprarsela, grazie ad enormi facilitazioni (tassi bassi, finanziamenti al 130% del valore dell’immobile a garanzia, rate iniziali ridotte, autocertificazione del valore dell’immobile senza nessuna perizia) e soprattutto tacendo il fatto che se i tassi di interesse fossero risaliti e i prezzi delle case fossero scesi (come è puntualmente successo), le rate sarebbero schizzate in alto e sarebbero diventate indigeste. Questi mutui venivano ceduti subito ad altre società che producevano le famigerate salsicce, i CDO, e li piazzavano sul mercato ad altre banche o fondi di investimento, che, nonostante fosse il loro mestiere, non capivano quanto questi titoli fossero tossici. Tutto ciò con la benedizione della FED (che allora era guidata da Greenspan: non diamo a Bernanke le colpe del suo predecessore) e la complicità delle agenzie di rating.

In questa vicenda, chi è la vittima? Secondo me i poveracci che hanno aperto il mutuo e si sono ritrovati a perdere, nell’ordine, prima il sonno per le rate impazzite da pagare, poi la casa pignorata, poi il lavoro quando la crisi finanziaria si è propagata all’economia reale. Infatti ora le periferie delle grandi città americane assomigliano sempre più alle bidonville delle metropoli del terzo mondo. 

Chi è il truffatore? Le banche che hanno alimentato il circuito perverso con la complicità delle agenzie di rating.

Chi è l’incompetente? Banche e fondi che hanno impiegato incautamente il denaro dei loro clienti nei titoli tossici senza sapere che lo fossero.

Ora, che cosa dovrebbe fare un’autorità degna di tal nome per mettere a posto le cose una volta che il bubbone è scoppiato? D’accordo, un’autorità degna del suo nome non doveva consentire al bubbone di crescere, l’abbiamo già detto. Ma chiudiamo bonariamente un occhio sul mancato controllo a priori, per valutare il comportamento a posteriori.

SALVARE I TRUFFATORI

Scoppiata la bolla si dovevano impegnare soldi pubblici per limitare i danni. Ovviamente occorreva decidere chi salvare e chi lasciare affondare. Occorreva inoltre punire i colpevoli e correggere gli incompetenti. Infine occorreva creare le condizioni affinché questo macello non si potesse più verificare in futuro.

Chiunque dotato di buon senso di fronte alla scelta su quale categoria aiutare risponderebbe: innanzitutto i truffati. Poi, dato che aumentare il debito statale significa impegnare i soldi delle future generazioni, valutiamo se non costa troppo salvare anche gli incompetenti, ma a patto che si redimano.

Se lo stato americano avesse rilevato tutti i mutui subprime insolventi, ripristinando così la garanzia per tutti i derivati costruiti su di loro (la gigantesca piramide rovesciata che costituisce un pilastro portante della finanza mondiale) avrebbe impedito ai cittadini insolventi di andare a dormire sotto i ponti; avrebbe posto un argine all’avvitamento dei prezzi delle case causato dai pignoramenti ed interrotto la spirale perversa che si è dispiegata nei due anni successivi e dalla quale non siamo ancora fuori oggi; avrebbe impedito il crollo dei prezzi dei titoli tossici, poiché la garanzia statale avrebbe tranquillizzato; avrebbe ottenuto un po’ di tempo per smontare la piramide, vietando le attività truffaldine delle banche e obbligando le banche d’affari a ridurre con un po’ di ordine la leva finanziaria eccessiva che avevano accumulato nel periodo della “finanza creativa”; avrebbe potuto cercare i responsabili e punirli ed infine creare delle regole più efficaci per impedire nuove bolle e crolli futuri.

Questo andava fatto. Era sicuramente una soluzione equa per cercare di salvare chi più lo merita.

Oltretutto sarebbe costato alla collettività assai meno di quanto è costata la scelta scellerata di salvare i truffatori e parte degli incompetenti.

Ipotizziamo pure un indice di insolvenza clamorosamente alto: 50%.

Siccome l’ammontare totale dei mutui subprime era di circa 1.700 miliardi di dollari, si sarebbero spesi meno di 1.000 miliardi di denaro pubblico.

La scelta invece fu quella di spendere tre volte tanto per salvare i truffatori bancari e lasciar affogare i poveracci indebitati: più o meno come quelle scene del film “Titanic”, in cui i ricchi corrotti occupano le poche scialuppe disponibili mentre ai poveracci vengono sprangate le uscite dalla stiva.

Si è ottenuto il risultato peggiore ad un costo maggiore.

LA DISTRUZIONE DEL MERCATO

Ma non è tutto, perché il sistema finanziario è stato salvato a costo di minare le fondamenta principali del mercato, che sono la concorrenza e la trasparenza, e di ipotecare la crescita futura.

L’efficienza dei mercati richiede che nessun operatore sia in grado di sottrarsi alla libera concorrenza, nessuno possa manipolarne i prezzi e nessuno possa godere di vantaggi competitivi eccessivi. Senza la parità di condizioni, la concorrenza è una farsa.

La scelta di evitare a tutti i costi il fallimento le 19 banche più grandi degli USA (quelle “too big to fail”, per intenderci) è un chiaro privilegio che alle altre, più piccole, non è concesso. Ne sono già fallite oltre 100 solo nel 2009 ed altre 400 sono a rischio. Si tratta di una clamorosa violazione al principio della libera concorrenza. Può essere tollerato come male minore soltanto se le condizioni che lo hanno provocato vengono prontamente rimosse. Se diventa permanente trasforma il mercato in barzelletta.

Da questa crisi e dalle sue vicende è uscita una concentrazione bancaria che ha reso le più grandi ancora più grandi di quanto fossero prima della crisi. Le banche d’affari prima della crisi erano 6. Ora sono rimaste 2 (Goldman Sachs e Morgan Stanley). Le altre sono state smembrate e cedute a pezzi (Lehman) oppure acquisite da altri colossi, che pertanto sono ulteriormente cresciuti. Goldman Sachs controlla ora più di un quarto delle transazioni da computer che si effettuano in USA ed ha deciso di associare alla tradizionale intermediazione per conto della clientela anche il potenziamento del “proprietary trading”, cioè nel trading in proprio. Non è difficile immaginare che cosa possa fare chi gestisce una massa enorme di ordini della clientela, indirizza il sentiment del mercato con

continue indicazioni e previsioni ed effettua il trading in proprio. Troppo facile in questo modo far decollare gli utili ed i bonus per traders e manager nel secondo trimestre.

La maggiore concentrazione rende tutte queste poche banche privilegiate ancora più “big” di prima.

E rende ridicola l’affermazione di Obama di lunedì scorso, quando, in occasione dell’anniversario del grande fallimento di Lehman ha voluto spargere un po’ di retorica a beneficio dei suoi ammiratori:

“La prossima volta non le salveremo più”.

In realtà finché esistono colossi di questo tipo, in grado col loro fallimento di trascinare nel baratro l’intero sistema finanziario mondiale, i governi saranno obbligati a salvarli sempre e comunque.

Questo significa che i governi sono di fatto in ostaggio dei banchieri. Anzi, di pochi banchieri. Oligarchia…?

Ci voleva il coraggio, che Obama non ha avuto, di dire: “Basta colossi bancari. Le banche devono smembrarsi in tante strutture più piccole, autonome tra loro”.

Nonostante i fiumi di parole che sono stati detti e scritti in passato, non c’è una sola funzione bancaria che non possa essere svolta in modo efficiente da banche più piccole. Il mito delle fusioni e del gigantismo bancario è stato alimentato solo per assecondare la conquista del potere di mercato da parte di pochi colossi, che ora posseggono anche un potere di ricatto politico che pone seri dubbi sull’effettività della democrazia occidentale.

Anche la trasparenza è stata fatta a pezzetti.

La Fed ha condotto tutte le operazioni di salvataggio senza comunicare a chi venissero erogati i fondi di emergenza (per il nostro bene, per non spaventare…).

L’introduzione dei nuovi principi contabili che hanno abolito la valutazione degli asset col principio del “mark to market” ha consentito alle banche di taroccare i bilanci e mettere tutta la polvere dei titoli tossici sotto il tappeto. I bilanci hanno perso anche quel poco di capacità che ancora avevano di fotografare la situazione finanziaria di una banca. Anzi, sono diventati lo strumento di falsificazione legale della realtà.

E’ chiaro che la polvere non è stata eliminata, ma solo nascosta. Ma questo ha permesso nel secondo trimestre di quest’anno di presentare utili fittizi, che hanno consentito di ripartire con i bonus per i manager e spinto al recupero i titoli delle banche, illudendo che le svalutazioni fossero terminate, mentre sono solo rinviate.

Durante la crisi si era “scoperto” che il mercato dei derivati era sfuggito ad ogni possibilità di controllo, poiché gran parte dei 600.000 miliardi di derivati presenti a livello mondiale venivano scambiati al di fuori di mercati ufficiali. Gli scambi “Over the Counter” sono transazioni bilaterali effettuate su circuiti bancari senza tutti i meccanismi di controllo della liquidità e del rischio (stanze di compensazione, standardizzazione dei contratti, margini di garanzia, organismi di vigilanza, trasparenza e concentrazione delle proposte di scambio) che sono invece previsti per i derivati regolamentati. Non è nemmeno possibile avere un’esatta percezione dell’ammontare di tali contratti e dell’esposizione al rischio di insolvenza da parte degli operatori.

La crisi doveva essere l’occasione per ridurre drasticamente questo tipo di contrattazioni, addomesticandole all’interno di mercati trasparenti e regolamentati. Nulla è stato fatto.

La massa di questi strumenti, vere e proprie mine vaganti, è libera di tornare ad espandersi con il ritorno della fiducia e la rinascita della speculazione, fino al prossimo crack.

A pesare sul futuro delle economie sarà poi anche l’eredità lasciata dalle misure governative. Le attività tossiche drenate dalla Fed per aiutare le banche e l’enorme liquidità immessa nel sistema ha portato il suo attivo di bilancio da 800 a 2.200 miliardi. Il debito Federale americano viaggia verso il raddoppio.

Al momento si parla di exit strategy soltanto per dire che è prematura. Per cui l’indebitamento continuerà a salire.

Non c’è dubbio però che, se i segnali di ripresa dell’economia si consolideranno un pochino, la Fed dovrà iniziare a stringere il credito ed alzare i tassi e queste manovre restrittive si aggiungeranno alla pioggia di titoli pubblici che i governi stanno cominciando ad emettere per finanziare tutte le manovre di stimolo dei mesi scorsi e dei prossimi. Le conseguenze sulla possibilità di crescita futura saranno enormi.

Questo è lo scenario migliore. Ma mi chiedo che cosa mai si potrebbe ancora mettere in campo se per caso la ripresa non si consolidasse, a dispetto delle unanimi previsioni, e magari tra qualche mese arrivasse una seconda gamba di recessione.

Non ci sono più spazi di manovra. Dopo aver bruciato il futuro dei figli si dovrebbe passare a quello dei nipoti. Ma fino a quando si potrà continuare a stampare carta straccia?

In conclusione, anche se il rimbalzo dei mercati, che sembra senza fine, ha portato i media a celebrare il compleanno di Lehman con toni trionfalistici e lodi sperticate al mitico Bernanke, e poche voci si sono levate in disaccordo con questa “tesi ufficiale”, mi sento di sottoscrivere in pieno la tesi del Premio Nobel Joseph Stigliz, che pochi giorni fa ha affermato che ad un anno dall’inizio della crisi il sistema bancario USA “sta peggio di prima” ed il governo Obama è ostaggio dei banchieri.

Il potere dell’”illusionismo finanziario” è enorme. Ma può solo ritardare la resa dei conti. Per evitarla occorrono le misure che ho indicato, ma che certamente questa volta non vedremo attuate. Ci toccherà aspettare la prossima crisi…. il prossimo Bernanke… il prossimo Obama.

 

IL TORO E’ STANCO…

Il mercato azionario, dopo il terribile semestre settembre ’08 – febbraio ’09, ne ha vissuto uno da incorniciare a partire da metà marzo.

Attuando un rimbalzo prodigioso e senza dolorose correzioni, SP500, che rappresenta l’indice guida per il mercato azionario mondiale, ha recuperato molto della dolorosissima discesa del 2008, rimbalzando dal minimo del 6.3 di 666 punti fino al massimo di giovedì scorso di 1.074.

I miei lettori ricorderanno che avevo indicato come obiettivo del movimento rialzista estivo l’area tra 1.040 e 1.050. Pertanto l’obiettivo è stato raggiunto e addirittura superato di qualche punto.

Se facciamo due conti si è trattato di un rimbalzo del 61%. Questo rimbalzo ha permesso di recuperare molte perdite a chi ha resistito senza vendere per tutta la fase ribassista precedente, durata ben 17 mesi (all’ottobre 2007 al marzo 2009). Certo, chi avesse comprato l’intero indice il giorno del massimo assoluto (11.10.2007) lo avrebbe pagato 1576 punti e vederlo giovedì a 1074 avrebbe solamente alleviato la pena. La perdita sarebbe ancora del 32% circa, che non è poco.

Però tutti coloro che hanno comprato dopo i primi giorni dello scorso ottobre sono almeno in pareggio, e chi è stato così temerario da investire nel marzo scorso guarda il futuro con occhi piuttosto fiduciosi, qualunque cosa accada da oggi in poi.

Cerchiamo però di vedere che cosa può accadere da oggi in poi, secondo l’analisi grafica.

Innanzitutto definiamo l’attuale trend di breve periodo come chiaramente rialzista, così come è diventato da luglio in poi anche quello di medio periodo. Rimane ancora impostato al ribasso solo il trend di lungo termine.

Il trend di breve, secondo i grafici, rimarrà solido al di sopra di area 1.040, che, mentre ha fatto da resistenza fino al suo superamento, dobbiamo pensare che ora farà da supporto ed attirerà compratori se l’indice vi si appoggerà dall’alto.

Al di sotto di 1.040 il trend di breve comincerà a porre dei dubbi, ma non potremo mandarlo al cimitero fino allo sfondamento di area 990.

La rottura di area 990 farà vacillare le certezze anche agli investitori di medio periodo, che però potranno resistere fino 880 punti prima di vedere il termine del trend rialzista.

Riguardo al trend di lungo periodo il discorso è diverso, poiché è ancora impostato negativamente e lo sarà fino a quando non verranno superati ostacoli dinamici e statici che al momento non sono ancora stati avvicinati. Mi riferisco alla trend-line ribassista che unisce i principali massimi discendenti degli ultimi due anni, che nei prossimi giorni transiterà in area 1.130, ed ai principali livelli di ritracciamento che secondo la teoria di Fibonacci si possono individuare. Il 38,2% di ritracciamento dell’intero movimento ribassista è già stato superato, mentre il 50% passa proprio in area 1.120, in corrispondenza del livello che raggiungerà la trend-line di cui sopra ad inizio ottobre.

La prosecuzione del movimento rialzista penso che troverà lì un ostacolo veramente improbo, se avrà la forza di arrivarci. Superato quel livello potremmo dichiarare definitivamente morto anche l’orso di lungo periodo.

Dal punto di vista dinamico la continuità del movimento rialzista è stata molto accentuata e sugli indicatori che potrei definire “di buon senso” (RSI, Stocastico) si vedono eccessi e divergenze ribassiste, che rendono probabile una correzione.

Tuttavia a questo punto non escludo affatto che si possa arrivare alla resa dei conti con il trend ribassista di lungo periodo. Il superamento invece mi appare piuttosto difficile senza una correzione piuttosto significativa, che permetta di “ripulire” il mercato dai suoi eccessi e consenta, a chi ha perso il treno o non ha creduto a questo rialzo, di entrare a prezzi migliori. D’altra parte occorrerà che la correzione riesca a mantenersi piuttosto “controllata” e non vada ad infrangere i livelli di controllo del trend medio, perché altrimenti la situazione potrebbe scappare nuovamente di mano e far tornare d’attualità i vecchi scenari ribassisti che vedono SP500 raggiungere minimi addirittura inferiori a quelli segnati a marzo.

E’ ovviamente un’eventualità che ora pare assolutamente demenziale.

Ricordo però che nella primavera dello scorso anno ch avesse ipotizzato il raggiungimento di 666 sarebbe stato internato, così come ricordo i sorrisini di chi, nel maggio scorso, alla Fiera di Rimini, mi ha sentito indicare un obiettivo rialzista a quota 1.050.

Dopo quel che è successo lo scorso anno non dimentichiamo che tutto è diventato possibile.

A sostegno dell’impossibile porto una riflessione sull’indice VIX, che ho in passato definito come l’”indice della paura”, perché misura la volatilità implicita che i market makers si fanno pagare sulle opzioni sull’indice SP500. Questo indice sale nei momenti di panico ribassista, mentre si adagia al ribasso quando tutto va bene ed i mercati salgono tranquillamente.

Dopo aver segnato addirittura quota 90 a fine ottobre 2008, l’indice ha cominciato lentamente a scendere e durante i minimi di marzo non è più riuscito a tornare al di sopra di 50. Anzi, realizzò allora delle divergenze di comportamento con l’indice (l’indice faceva minimi discendenti mentre il VIX faceva massimi discendenti) che potevano far supporre un rimbalzo significativo dei mercati. Cosa che peraltro avvenne e riuscì in estate a calmare il VIX fino a quota 22.

Però da luglio in avanti, nonostante la continuazione del rialzo dell’indice, il VIX non è mai riuscito a portarsi al di sotto di 22. Anzi, sta realizzando una fase che potrei definire “di accumulazione” al di sopra di 22, che rappresenta anch’essa una divergenza rispetto alle attese teoriche.

Pertanto se l’accumulazione di forza, che si vede in queste settimane, riuscirà a scaricarsi in un impulso di volatilità, potrebbe venire quella paura sufficiente a farci vedere sui mercati cose oggi inattese dai più.

 

 

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