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5 marzo
2010
Ieri SP500 ha trascorso la sua terza giornata consecutiva
oscillando con pochissima volatilità intorno a quota 1.120. Si percepisce
da parte del mercato un senso di attesa di qualcosa che possa dare una
iniezione di fiducia sull’economia reale, dopo che la crisi greca sembra
al momento, se non proprio accantonata, almeno ridimensionata dal piano
“lacrime e sangue” che il governo greco ha promesso per placare la
speculazione e dal successo nell’emissione di bond greci che è avvenuta
ieri.
Anche l’euro si rafforza un po’. Probabilmente il gruppo di
fondi hedge americano che pare aver concordato una strategia speculativa
per abbatterlo, ha alzato un attimo il piede dall’acceleratore dopo che le
autorità di controllo americane hanno aperto una indagine per verificare
se è avvenuto il “concerto”. Infatti, come è ovvio, non è affatto vietato
speculare, altrimenti dovremmo chiudere tutti i mercati finanziari, ma lo
è se ciò avviene mediante manovre concertate di dimensioni tali da
manipolare il mercato. Siccome in Usa non sono così sprovveduti come la
cricca del G8, che si fa allegramente intercettare con le mani nel sacco,
è difficile che si arrivi a qualche accertamento, anche perché manipolare
un mercato da 3.000 miliardi di dollari è piuttosto difficile. Comunque la
sola notizia dell’apertura della pratica può bastare a rallentare un po’
l’attacco per non dare nell’occhio.
Il mercato attende notizie sull’economia per muoversi.
Credo che queste notizie potrebbero arrivare oggi, quando, alle 14,30,
sarà pubblicato quello che ultimamente è considerato “la madre di tutti i
dati”, cioè la creazione di posti di lavoro a febbraio.
Le attese degli economisti sono per una ulteriore riduzione
del ritmo di contrazione degli occupati non agricoli. Ormai la previsione
parla di poche migliaia di buste paga perse in febbraio. La febbre è vista
scendere, ma il mercato del lavoro non è ancora guarito, dopo molti mesi
di continuo ridimensionamento dell’occupazione.
Il mercato per muoversi spera in qualcosa di più della
semplice riduzione della negatività. Un dato per la prima volta col segno
+ darebbe una sferzata di fiducia ai mercati e permetterebbe ai soliti
ottimisti di rianimarsi.
Evidentemente però, un dato deludente potrebbe spingere
parecchi a prendere profitto immaginando un proseguimento della
correzione.
Insomma: raramente i mercati sono “appesi al dato” come
oggi.
19
febbraio 2010
TOH, CHI SI RIVEDE…: LA
PERCEZIONE DEL RISCHIO
Nel mio ultimo approfondimento di analisi del 13.1 avevo puntualizzato due
idee: la prima era che i grafici al momento non davano alcun segnale di
particolare tensione e, dopo aver superato il 50% di recupero del grande
crollo 2007-2009, sembravano voler intraprendere l’impresa di estendere la
risalita fino al 61,8%, a quota 1.200-1.230 dell’indice SP500.
La seconda convinzione era che il movimento in atto non avesse alcuna
motivazione di tipo economico, ma dovesse essere giustificato soltanto in
termini speculativi, col rischio di una profonda e repentina presa d’atto
ribassista della realtà.
Nei giorni seguenti il mercato è proseguito al rialzo, ma con sempre
minore convinzione, raggiungendo il 19.1 il suo massimo a quota 1.150,45.
Il giorno seguente si è puntualmente realizzata la seconda idea, quella
della secca correzione, con il mercato che in soli tre giorni ha
restituito i guadagni di due mesi. Dopo un rallentamento della caduta c’è
stato poi un tentativo di rimbalzo nei primi due giorni di febbraio,
sull’onda della prima stima del PIL USA del 4° trimestre, risultata
prorompente e migliore delle attese. La prima settimana di febbraio è però
proseguita con un nuovo impulso ribassista, che ha portato l’indice a
toccare quota 1.044,50 prima di dar vita la settimana successiva ad un
faticoso recupero di quota 1.075.
Le motivazioni di quanto successo sono riportate puntualmente sui
giornali. E’ un mestiere improbo quello del giornalista economico,
chiamato ogni giorno a cercare motivazioni economiche per giustificare
movimenti che spesso di sensato non hanno proprio nulla. Ci avevano
giustificato l’ingordo rialzo degli ultimi mesi del 2009 e della prima
parte dell’anno corrente disegnandoci un mondo risanato ed in ripresa, col
sistema bancario finalmente a posto e in grado di fare nuovamente utili,
la Cina che riprendeva a macinare crescita, Obama che poteva permettersi
persino di fare la voce grossa con le banche, minacciando tasse a chi
aveva aiutato fino a qualche mese prima, consapevole di essere ormai fuori
dal tunnel.
Improvvisamente hanno dovuto rispolverare i vocaboli di un anno prima per
descrivere “crolli delle borse”, “220 miliardi di euro bruciati in due
giorni”, “la moneta nella tempesta dei mercati”, con la sola novità che
questa volta la moneta in questione non è il dollaro ma l’euro. Ed allora
ritorna la paura dei fallimenti, questa volta addirittura di interi stati,
la ripresa non è più così evidente come pochi giorni prima, si scopre il
pericolo del gigantesco debito pubblico degli stati, quel debito che nei
mesi scorsi veniva osannato come l’ancora di salvezza del sistema
finanziario mondiale.
E’ ovvio che il povero risparmiatore che legge “Il sole 24 ore” o al
sabato “Milano Finanza” non ci capisca più nulla, e chi magari sia andato
in viaggio per una settimana e non abbia letto i giornali, al suo ritorno
abbia il dubbio di essersi assentato per mesi.
Ci dicono che i mercati sono emotivi, ed è sacrosanto. Dovrebbero però
anche dirci che l’informazione economica non vale una cicca, perché soffia
continuamente sul fuoco dell’emotività, senza la capacità di andare contro
la moda del momento, anzi, alimentandola con la continua ricerca della
spiegazione logica di quel che sta succedendo, anche quando dietro i
comportamenti dei mercati non c’è alcuna logica, che non sia la semplice e
banale speculazione delle mani forti che attirano la massa avviando un
movimento, la illudono raccontando ai giornalisti le più ardite
giustificazioni e la scaricano quando hanno guadagnato abbastanza,
distribuendo agli ultimi arrivati il classico cerino acceso.
Cerchiamo allora, al di là delle parole d’ordine degli ultimi giorni, di
semplificare e fare un po’ d’ordine, senza rinunciare a cercare un po’ di
senso in quanto accaduto, anche se la tentazione di limitarmi all’analisi
del grafico è fortissima, poiché il grafico sintetizza in un unico dato,
il prezzo, tutte le informazioni ed i ragionamenti del mercato e
rappresenta a mio parere lo strumento privilegiato per seguire il mercato,
senza affidarsi ai ragionamenti spesso ambigui, talvolta ideologici e
quasi sempre interessati degli “analisti economici”.
Se è vero che il prolungato rialzo partito da marzo 2009 si è esteso sui
mercati azionari ben al di là di quanto ci si poteva pur ottimisticamente
attendere (nel marzo scorso avevo inizialmente ipotizzato per SP500 “quota
1000”, correggendo l’obiettivo a luglio a 1.120), abbandonando ogni
cautela e percezione dei rischi, possiamo dire che in questi giorni alcuni
importanti rischi sono tornati a far capolino.
Il primo rischio ha riguardato la crescita economica, che non appare
sfavillante come le statistiche ufficiali tendono a mostrare. La prima
stima della crescita USA nell’ultimo trimestre 2009 è stata misurata il 29
gennaio scorso ad un ritmo annualizzato da paese emergente (+5,7%), ben al
di sopra del già ottimo 4,5% atteso. Tuttavia se si va oltre il dato
grezzo per scendere nei dettagli, si constata che il grosso della crescita
(3,39% su 5,7) è stata merito esclusivo dell’incremento delle scorte,
mentre la spesa finale per consumi ha mostrato un contributo di 1,44%,
minore del 3° trimestre, e la spesa per investimenti fissi ha dato segni
di risveglio, tornando ad un contributo positivo, ma assai flebile
(+0,43%).
L’incremento delle scorte rivela un certo ottimismo degli imprenditori,
che tornano a riempire i magazzini e scommettoino effettivamente
nell’arrivo della ripresa, ma anche un aumento dei consumi inferiore alle
attese. Se si confronta il ritmo di incremento di consumi ed investimenti
al termine di quest’ultima crisi (ammesso che si sia effettivamente alla
fine) con quel che era successo all’uscita delle precedenti recessioni, si
smorzano gli entusiasmi, poiché allora la ripresa dei consumi fu molto più
secca e convinta di oggi. La grande diffidenza del consumatore e la
incapacità attuale di riprendere i ritmi di spesa antecedenti alla crisi
ci porta ad escludere ormai una inversione a “V” del ciclo economico, ma
più probabilmente una assai più lenta “U”, con possibilità di ricadute
recessive a fine 2010 e inizio 2011, che un certo numero di economisti ora
ritiene addirittura probabili.
Oltretutto la tanto attesa svolta nel mercato del lavoro, con in ritorno
alle assunzioni è stata mortificata dal dato di gennaio sulle assunzioni
non agricole, ancora negativo. Non solo. E’ stato rivisto in peggio anche
il dato di dicembre, con un raddoppio della perdita di assunti ed è stata
comunicata la revisione definitiva del periodo marzo 2008-marzo 2009.
Abbiamo così scoperto che dall’inizio della recessione la reale perdita di
posti di lavoro americani, che pensavamo fosse di 7,2 milioni, è stata in
realtà di 8,4 milioni. E che il tasso di disoccupazione, in miglioramento
dal 10% al 9,7%, lo è a causa della rassegnazione di molti disoccupati
che, rinunciando a cercare lavoro, escono dal numero ufficiale delle forze
di lavoro ed abbassano così il rapporto.
Non c’è quindi da stupirsi se i mercati hanno preso atto che la situazione
non è poi così rosea.
Casomai ci sarebbe da chiedersi come sia stato possibile nei mesi scorsi
tanto ottimismo basato sul nulla.
Il secondo rischio balzato d’improvviso agli occhi del mercato è quello
sull’indebitamento. Per mesi sia gli spread comparati che le quotazioni
dei CDS sulle emissioni di obbligazioni societarie e dei singoli stati
sono costantemente scesi, scontando un generalizzato aumento di fiducia
nei debitori ed un abbassamento deciso della percezione del rischio
emittente. Come se la ripresa fosse da sola in grado di sistemare ogni
magagna ed il mercato disponibile a finanziare tutti. L’enorme liquidità
messa a disposizione delle banche centrali a costo zero è stata utilizzata
in speculazioni su qualsiasi genere di bond, senza andare troppo per il
sottile.
Ora però si comincia a percepire che l’immissione di liquidità non può
proseguire all’infinito, anzi si avvicina il momento in cui questa massa
di denaro gratis dovrà essere ritirata. La banca centrale cinese ha dato
il buon esempio e, come era stata la prima e la più generosa ad allargare
i cordoni della borsa per impedire la recessione, ora ha iniziato la
manovra restrittiva per frenare la bolla speculativa che molti vedono sul
mercato immobiliare cinese.
Contemporaneamente si è percepito che anche l’area euro, che negli ultimi
anni è sempre stata considerata la patria del rigore e della stabilità,
sta dando segni evidenti di sofferenza, con alcuni paesi partecipanti alla
moneta unica (soprattutto la Grecia, ma anche il Portogallo e Spagna)
tutt’altro che virtuosi. Le necessità di sostenere le economie in grave
recessione hanno fatto esplodere il debito pubblico di questi paesi, che
ora presentano rapporti deficit/PIL a doppia cifra quando il famoso Patto
di Stabilità impone di contenere il saldo di bilancio entro un deficit del
3% del PIL. Se si aggiunge il piccolo particolare che la Grecia ha pure
truccato i conti ed ha una situazione di grave conflitto sociale interno,
si capisce perché la speculazione internazionale si sia accanita contro
questo paese, portandolo sull’orlo della bancarotta. Sta di fatto però che
le necessità di sostegno alla Grecia hanno messo a nudo tutte le magagne
di Eurolandia, che molti in passato avevano già evidenziato: l’essere una
ampia unione monetaria con una moneta unica controllata centralmente da
una efficiente e severa Banca Centrale non è sufficiente a dare stabilità
se non si realizza anche una convergenza economica e politica tra i vari
paesi. Le istituzioni a garanzia di questa convergenza non sono state
create, per cui la politica monetaria è nelle mani della BCE, ma le
politiche economiche e di bilancio sono di esclusiva competenza dei
singoli stati, che agiscono ovviamente secondo logiche politiche
nazionali, che spesso contrastano con gli interessi dell’area.
Oltretutto l’unica garanzia di virtù è rappresentata dai Patti di
Stabilità concordati dalla Commissione Europea con i singoli Stati e da un
limitato potere sanzionatorio nei confronti di chi sgarra.
Quando si scopre che qualche alunno non è stato molto preciso nel fare i
compiti, se non ci sono poteri di sanzione efficaci, ci rimette tutta la
classe, anche perché un alunno non può fare i compiti del compagno. Il
trattato vieta espressamente che uno stato garantisca per i debiti di un
altro stato. Se anche questo fosse possibile non sarebbe facile spiegare
agli elettori francesi o tedeschi il motivo per cui loro devono farsi
carico delle voragini nei bilanci dei Greci (oggi, magari domani verrà la
volta del Portogallo e poi della Spagna). In Germania cominciano a
circolare i sondaggi d’opinione se abbia ancora senso per i tedeschi stare
nell’euro oppure se sia meglio tornare al marco.
Allo stato delle cose i leader europei non possono andare molto al di là
delle dichiarazioni di principio che la Grecia verrà sostenuta ad ogni
costo, che l’Europa ha piena fiducia nella capacità dei greci di venire
fuori dalla crisi, che chi specula contro l’euro non potrà vincere.
Tutte affermazioni che per ora alla speculazione anti euro hanno fatto il
solletico. Anzi, rischiano di evidenziare un senso di impotenza tipico di
chi può solo abbaiare, ma non mordere, alimentando le speranze di chi vede
la possibilità che l’euro stesso possa andare a gambe all’aria. Un partito
che da sempre negli USA ha avuto molti aderenti.
Ci troviamo perciò in una situazione molto delicata.
Le economie occidentali debbono dimostrare di riuscire a riprendersi senza
più pretendere alcun aiuto dagli stati, che hanno finito le cartucce.
L’enorme impegno di denaro pubblico è bastato a frenare la terribile
recessione, ma non ancora a stimolare una forte ripresa. Però ha minato la
credibilità finanziaria di tutti (anche i big Germania, Francia, USA e
Gran Bretagna si avviano per il 2014 verso un rapporto debito/pil intorno
al 100%, chi più chi meno) ed a qualcuno già meno solido ha fatto superare
il limite della sostenibilità (non cito l’Italia per scaramanzia). Per cui
ora le economie debbono fare da sole e trovare in se stesse la fiducia per
risalire. Non sarà affatto facile.
I mercati riflettono ora su queste difficoltà.
Faccio notare che gli indici azionari non stanno ancora pensando al
peggio. Anzi, hanno interpretato tutti questi fattori di rischio come una
occasione per limitare l’esposizione, ed hanno perciò attuato quella che
per ora possiamo soltanto chiamare “correzione di breve periodo”.
Fino a quando SP500 riuscirà a permanere al di sopra di 1.020 non si potrà
parlare di inversione di tendenza. Certo, l’euforia della seconda parte
del 2009 pare scomparsa, e a mio parere questo è un bene. Ma il pendolo
dell’umore del mercato non oscilla ancora così forte da entrare nel
territorio del “si salvi chi può”.
Anzi, se almeno qualcuno dei rischi che ho indicato si ridimensionerà, è
possibile che si riprovi a tornare ai massimi di inizio anno.
Graficamente vedo come spartiacque tra il semplice rimbalzo e l’inversione
rialzista di breve periodo il recupero di SP500 al di sopra del livello
1.104. Se nei prossimi giorni l’impresa riuscirà, si potrà pensare di
tornare verso 1.150 e magari oltre.
Se il recupero verrà respinto indietro dovremmo andare a testare quel
livello di 1.020 che rappresenta il confine tra la correzione di breve
periodo e l’inversione ribassista di medio lungo periodo. A mio parere
questa è l’ipotesi più probabile.
Superato al ribasso 1.020, inizierebbe il penoso viaggio di ritorno verso
i minimi del marzo 2009.
Ma a 1.020 ci dobbiamo ancora arrivare. Diamo tempo al tempo.
16 febbraio 2010
IL GRANDE DISEGNO
Prima dell’avvio della campagna elettorale per le elezioni regionali il
Parlamento ha fatto in tempo ad avviare l’approvazione della ventesima
legge “ad personam” partorita dagli avvocati del cavalier B, quella
cosiddetta sul “Processo Breve” e subito dopo della ventunesima, approvata
alla Camera a marce forzate in pochi giorni: quella sul “legittimo
impedimento”.
La legge sul processo breve verrà trasformata il legge dello Stato dopo le
elezioni amministrative di marzo. Tutti gli esperti presumono che verrà
quasi subito inviata alla Corte Costituzionale (quella composta da
comunisti) per una probabile bocciatura, ma intanto avrà svolto
egregiamente il suo dovere attraverso le sue norme transitorie, che
consentiranno di mandare al macero i due fastidiosi processi che
impediscono al nostro mister B. di governare, i cosiddetti processi Mills
e Mediaset. La rete di protezione preparata da Ghedini e Alfano
(l’avvocato ad personam ed il ministro ad personam, che assomigliano al
gatto e la volte di Collodi) è stata pertanto completata, nell'attesa, con
la rapida e blindata approvazione della norma ponte sul “legittimo
impedimento”, che prevede che il premier sia sempre così occupato in
attività istituzionali da non poter mai presenziare ai processi, che
pertanto si dovranno bloccare. Questa norma gli consentirà di continuare
ad intrattenere ospiti di vario genere alle feste di Palazzo Grazioli, di
far visite private e di contenuto segreto all'amico Putin, di presenziare
agli spettacoli del Bagaglino, di partecipare alle udienze civili per la
separazione dalla moglie, dove occorre curare la spartizione del
patrimonio, ma non di partecipare ai processi penali che lo vedono
imputato. Il lavoro istituzionale, per il bene di quel popolo che lo ha
proclamato premier, viene prima di tutto.
Tutto ciò in attesa della definitiva approvazione del processo breve, la
vera e propria “soluzione finale”, sdoganata ultimamente anche dal
silenzio di Fini. Scommetto che anche il Capo dello Stato lo firmerà senza
obiettare, memore delle ingiurie che gli toccarono quando la Corte bocciò
il Lodo Alfano.
Verranno così spazzati via tutti i processi a carico del Premier, che in
questi mesi si sono rivelati assai più fastidiosi della famosa statuetta
del Duomo, perché quella gli ha portato un po’ di dolore fisico,
accompagnato però da un clamoroso recupero nei sondaggi e dalla fondazione
del partito dell’amore, pietra miliare del processo di beatificazione che
verrà aperto quando B., tra non meno di 100 anni, andrà al riposo eterno
nel Mausoleo di Villa Certosa.
I processi invece sono fastidiosi e basta. Se terminassero con una
condanna avremmo il primo premier delinquente di tutto l’occidente. Un
primato che sicuramente inorgoglirebbe privatamente il nostro B. e gli
permetterebbe di attribuirsi anche l’appellativo di “martire della
giustizia”. Ma che causerebbe certamente l’imbarazzo degli altri leader
occidentali, dall’amico Nicolas all’amica Angela, per non parlare
dell’amico Barak, che cercheranno di evitarne la vicinanza nelle foto di
gruppo o nei pranzi ufficiali.
Gli rimarrebbe soltanto la stima e la solidarietà dell’amico Vladimir e
dell’amico colonnello, che notoriamente con la giustizia non vanno tanto
per il sottile.
Per ottenere la prescrizione giudiziaria si è così messa in piedi una
spaventosa macchina da guerra che, insieme ai due processi nel mirino,
spianerà altri 100.000 dibattimenti tuttora in corso. Danni collaterali…
che il popolo sopporterà in cambio del sommo bene di proteggere il suo
leader dai plotoni di esecuzione dei Tribunali.
Non solo. Se non verrà bocciata dalla Corte Costituzionale prima che la
riforma della Costituzione abolisca la Corte medesima, questa legge, che
impone l’affossamento dei processi dopo un certo numero di anni, finirà
per sancire l’impossibilità di punire i reati più nocivi e difficili da
accertare, mentre gli unici processi che termineranno regolarmente saranno
quelli sui reati dei poveracci, che si svolgono in una o poche sedute. I
reati dei “colletti bianchi” richiederanno troppo tempo e finiranno in
prescrizione, diventando automaticamente impunibili. Anche perché nel
frattempo è in discussione in Parlamento la norma che impedisce le
intercettazioni telefoniche e toglie agli inquirenti un’arma di indagine
ormai essenziale per arrivare a scoprire molti reati moderni.
Prima lo Scudo Fiscale di Tremonti, che ha ripulito quasi 100 miliardi di
euro di evasione fiscale ed esportazione illegale di capitali all’estero,
rinunciando ad accertare ed incassare quasi 40 miliardi di imposte evase
in cambio di 4 miliardi e mezzo di briciole (pochi, maledetti, ma subito!)
che servono per tappare qualche buco al disastrato bilancio pubblico, ma
incentivano le future evasioni.
Ora lo Scudo Legale, che rinuncia ad accertare i reati di 100.000 processi
per “risolverne” 2, e crea le premesse per l’impunità futura di
innumerevoli reati gravi.
Anche perché, sbadatamente, il governo si è dimenticato di prendere gli
unici provvedimenti che servirebbero ad accelerare i processi senza
sopprimerli: una semplificazione dei codici di procedura penale e civile
(basterebbe copiare pedestremente uno qualunque dei codici esistenti negli
altri paesi europei, traducendoli senza cambiare neppure una virgola), un
potenziamento degli organici dove più serve e l’acquisto di qualche
computer. E’ più semplice sopprimere 100.000 processi.
Quel che sta succedendo nel nostro paese viene guardato con sempre
maggiore disprezzo dagli altri paesi civili e spinge la stampa libera
europea a disegnare dell’Italia l’immagine della Repubblica delle Banane e
del nostro premier quella dell’allegro compagno di merende dei peggiori
dittatori.
Mi chiedo da tempo come sia possibile che gli italiani subiscano tutto
questo. In virtù di quale strana magia il personaggio è riuscito a
rattrappire il cervello di gran parte degli italiani?
Perché gli viene consentito quel che da nessun’altra parte civilizzata
sarebbe possibile?
Mi sono scervellato per parecchi giorni dietro questo dubbio infernale.
Una spiegazione ci deve pur essere...
Poi ho capito. Finalmente ho compreso che quello che appare come
offuscamento della ragione è in realtà lungimiranza.
Quello di Mister B. e dei sui consiglieri ad personam non è un semplice e
maldestro tentativo di piegare le leggi ai propri interessi di bottega, ma
è un disegno di grande respiro, un progetto per portare l’Italia a
raggiungere il posto che merita nell’arena mondiale, un tentativo di
mettere a frutto ed organizzare su vasta scala quella che tutto il mondo
riconosce essere la grande qualità degli italiani: l’arte di arrangiarsi.
All’estero ci hanno da sempre accusati di essere un popolo di “furbi” che
pensa solo ad aggirare le leggi? Si dice che in Italia “fatta la legge,
trovato l’inganno”?
Ed allora organizziamola e legalizziamola quest’arte di arrangiarsi,
fornendole la dignità che merita e facendola diventare uno strumento di
crescita economica e di benessere.
Non è forse uno dei temi più cari del liberismo quello della riduzione del
peso oppressivo dello Stato nell’economia per lasciar spazio alle energie
creative della società civile?
In Italia invece lo Stato ha assunto un ruolo attivo nell’economia via via
crescente e la burocrazia è diventata asfissiante, anche se a dire il vero
gli italiani hanno provveduto da soli a ridurre il peso oppressivo dello
Stato e dei suoi controlli praticando con successo l’evasione fiscale,
contributiva e normativa. Siamo ai vertici dell’evasione fiscale
nell’ambito dei paesi UE, dopo la Grecia, mentre secondo un organismo di
ricerca delle Nazioni Unite l’Italia occupa il secondo posto al mondo dopo
gli USA per volume d’affari dell’economia criminale, con la bellezza di
112 miliardi di dollari annui gestiti dalle nostre mafie.
Un notevole contributo economico che però il PIL non rileva poiché tali
attività sono illecite.
Le statistiche ufficiali nascondono pertanto la grandezza economica del
nostro paese, che ci vorrebbe così poco per far emergere, come ha
giustamente intuito il nostro premier.
Occorre però mettere un freno alle Procure che testardamente e con assai
poco senso degli affari si ostinano ad indagare ed inquisire chi si libera
con troppa disinvoltura dell’oppressione delle leggi.
Ecco quindi la necessità del salto di qualità nella creatività
governativa, superando con l’innovazione legislativa gli ostacoli della
giurisprudenza tradizionale.
Un primo esempio operativo di questa nuova filosofia è stata l’Agenzia
della Protezione Civile, la famosa Bertolaso spa, che è riuscita a far
miracoli di rapidità ed efficienza nella soluzione delle emergenze, grazie
ad una particolare cintura protettiva contro l’invadenza dei giudici.
Infatti il particolare regime giuridico disegnato per l’Agenzia le
permette di superare ogni vincolo e controllo di legge nell’affidamento di
appalti e garantisce esenzione da fastidiosi rendiconti.
Peccato che proprio quando il sistema stava per essere perfezionato con un
decreto che istituiva l’impunità per tutti gli eventuali illeciti
eventualmente compiuti negli ultimi due anni e la privatizzazione
dell’ente, che avrebbe consentito ulteriore rapidità operativa e meno
seccature, siano scattati gli arresti e le incriminazioni per Bertolaso ed
i suoi collaboratori.
Un segno questo, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di giustizia ad
orologeria e quanto siano ancora forti i nemici della rapidità e
dell’efficienza.
E’ perciò non solo necessario, ma diventa urgente, per il benessere della
nostra cara Italia e di tutti i suoi tanti disastrati dalle varie
emergenze, bloccare definitivamente le intercettazioni telefoniche e
riformare la giustizia una volta per tutte, al fine di ricondurre l’azione
penale sotto il controllo di opportunità da parte del governo, che non può
essere ostacolato dalle bizze di qualche giudice malato di protagonismo.
Se il governo riuscirà a portare avanti la sua meritoria opera di
legislazione “antimacchia” finalmente l’Italia riuscirà ad attivare le
migliori e più intraprendenti energie del nostro paese e potrà attirare
capitali dall’estero. Diventeremo la lavanderia del mondo, il paese in cui
le iniziative più fresche e avventurose, provenienti magari dalla Russia o
dai paesi arabi potranno convergere, certe di ottenere quell’adeguato
scudo legale e fiscale in grado di dare dignità, efficienza e magari anche
onore a tutte quelle attività che negli altri paesi occidentali si
ostinano a considerare illegali.
Partendo da questi obiettivi voglio credere che si possa fare anche di più
nell’ambito di questa legislatura. Fornisco allora qualche modesto
suggerimento ai consiglieri del premier, che sono dotati di fervida
fantasia ma con la tendenza ad utilizzarla prevalentemente per escogitare
soluzioni su misura del loro datore di lavoro.
Il “modello processo breve” potrà essere utilizzato per risolvere, oltre a
quello della giustizia, che tanto interessa, giustamente, al nostro
premier, anche altre annose e fastidiose criticità che angustiano
l’economia e la società italiana.
In ambito ospedaliero propongo di istituire il “ricovero breve”, per
diminuire i costi della Sanità: le degenze non potranno durare di più di 8
giorni (12 se si tratta di intervento chirurgico). Decorso tale termine il
paziente verrà dichiarato guarito e dimesso “ope legis”, senza eccezioni.
Di qualche aiuto potrebbe essere anche l’”operazione breve”. Gli
interventi chirurgici non dovrebbero superare le 2 ore, al termine delle
quali il paziente dovrebbe essere comunque ricucito.
Nella scuola il Ministro Gelmini potrà trarre ispirazione da questi
principi per istituire il “Diploma Breve”: gli studenti non potranno
impiegare più di sei anni per conseguire il diploma di scuola superiore.
Al termine del sesto anno il diploma dovrà essere comunque conferito per
legge.
Anche il Ministro dei Trasporti avrebbe materiale per intervenire. Magari
istituendo il “Traffico breve”, una revisione del Codice della Strada per
cui le attese ai semafori non possano superare i 5 minuti. Oltre tale
limite si potrà passare anche col rosso.
Addirittura il ministro Scajola potrebbe proporre una norma che
incentiverebbe i consumi, il che in periodo di crisi sarebbe sicuramente
apprezzato dagli italiani perspicaci: la “Cassiera breve”. Le attese alla
cassa del supermercato non si dovrebbero protrarre oltre i 10 minuti.
Passato il termine il cliente sarebbe autorizzato ad uscire senza pagare.
Analogo provvedimento potrebbe essere esteso ai ristoranti: la “pizza
breve” che permetterebbe di non pagare il conto qualora il pizzaiolo ci
mettesse più di 15 minuti a preparare la pizza.
Questi sono solo alcuni esempi di come si potrà esercitare un’efficace
azione di governo, una volta che sia aperta la strada. Basta lasciar
correre la fantasia per trovare mille possibili e fruttuose applicazioni
del modello di brevità per agevolare la parte più intraprendente del
nostro popolo, ed accrescere così il livello di benessere e di libertà del
nostro paese, trasformandolo rapidamente in quel che il nostro Premier ha
sempre sognato: la principale “democrazia breve” dell’occidente.
5 febbraio
2010
Il GPS questa volta non è un navigatore satellitare,
ma il trio di paesi europei che, per colpa del loro debito alle stelle e
soprattutto delle loro scarse capacità di risanarlo, ha spaventato i
mercati ed affossato l’euro, che in un solo giorno è passato da 1,39 a
1,37 contro il dollaro. I mercati azionari hanno perso quasi tutti intorno
al 3%, mentre l’obbligazionario governativo dei paesi più forti ha
beneficiato del panico con il più classico dei fenomeni di Fly to Quality.
Chi pensava che tutto fosse risolto e ripulito dalla
ripresa comincia a grattarsi il capo preoccupato, come preoccupato deve
essere Tremonti, poiché il nostro paese è la tessera adiacente nel domino
dei mercati, e, se il panico dovesse diffondersi, il satellitare potrebbe
trasformarsi in Porci (PIGS) con l’aggiunta dell’Italia.
E’ evidente che al momento si tratta di un attacco speculativo. Però anche
le prime scene di panico del 2007, all’inizio dello scoppio del crack dei
mutui subprime venivano bollate come “manovra speculativa”.
Intanto il crollo di ieri ha tagliato fuori chi è entrato in borsa negli
ultimi tre mesi e non è riuscito ad essere disciplinato e tagliare le
perdite. Ora è costretto a sperare.
SP500 ha dimostrato che il rimbalzo di inizio settimana è stato un
semplice pullback dopo lo sfondamento di quota 1.100 ed ora si avvia verso
l’obiettivo ribassista dell’impulso, che è l’area compresa tra 1.020 e
1.030. Questa zona costituisce un forte supporto perché ben due volte, il
2.10 e il 2.11, ha fatto rimbalzare l’indice. Costituisce anche l’ultima
spiaggia per non dichiarare defunto il trend rialzista di recupero partito
nell’ormai lontano marzo 2009 e per non dover richiamare alla memoria il
clima del terribile mercato orso del 2008.
18 gennaio
2010
COMMENTI E ANALISI
IL 2010 DELLE BORSE
Il 2009 è terminato in gloria per tutti i mercati finanziari ed il 2010 e
cominciato come è finito il 2009. Così è stato per i mercati
obbligazionari, che continuano a scontare tassi assai contenuti e non
intravedono a breve nessuna variazione nella politica monetaria molto
accomodante delle banche centrali.
Altrettanto per i prezzi delle materie prime, che col loro continuo
recupero sembrano assecondare le prospettive di ripresa economica, grazie
anche agli accaparramenti da parte dei cinesi e alla speculazione
rialzista da parte del trading sponsorizzato dalle banche d’affari
americane ed inglesi.
E’ stato però soprattutto il mercato azionario a stupire per la durata e
l’estensione del recupero attuato dalle quotazioni. In ogni parte del modo
le borse azionarie hanno messo a segno un recupero insperato. SP500 ha
ripreso il 50% delle perdite subite dai massimi dell’ottobre 2007, lo
stesso ha fatto l’indice tedesco, mentre il nostro FTSE-MIB si è limitato
a recuperare poco più di un terzo, che equivale comunque ad un mirabolante
+88% dai minimi del marzo scorso.
Nessuno avrebbe immaginato tanto.
Può continuare così? Possiamo immaginare che l’imponente rimbalzo del 2009
possa essere bissato anche nel 2010?
Non dimentichiamo che se venisse ripetuta la performance degli ultimi 10
mesi (+60% per SP500) molti tra i principali mercati verrebbero proiettati
oltre i loro massimi storici. SP500, se salisse di un ulteriore 60%
arriverebbe addirittura in area 1.800, oltre 200 punti al di sopra del suo
massimo assoluto.
Possibile?
Gli amanti delle statistiche non hanno dubbi e la risposta è: certamente.
Magari non si ripeterò la magica performance del 2009, ma un’ulteriore
crescita è già scritta nei numeri. Infatti esiste per la borsa americana
una stranissima correlazione tra l’andamento del primo giorno, della prima
settimana, del primo mese dell’anno e la performance dell’intero anno. In
una percentuale molto alta delle ultime 40 annate borsistiche, circa
l’80%, quando il primo giorno dell’anno si chiude positivamente, la prima
settimana si chiude anch’essa positivamente, come pure il mese di gennaio.
La stessa relazione vale anche in caso di ribasso. E soprattutto anche
l’intero anno chiude con lo stesso segno del suo mese iniziale.
Se la cabala funzionerà anche quest’anno possiamo già affermare che il
2010 proseguirà al rialzo, dato che il primo giorno è stato positivo, come
anche la prima settimana. Non resta che attendere la fine rialzista del
mese per vedere gli amanti delle statistiche stappare anticipatamente lo
spumante per l‘intero 2010.
Al fine di evitare a costoro problemi con l’etilometro occorre però
ricordare che lo scorso anno la cabala magica ha fatto cilecca, poiché a
fronte della prima settimana e del mese di gennaio negativi, l’anno 2009
si è chiuso largamente in positivo.
Se vogliamo abbandonare le considerazioni magico-statistiche per cercare
le probabilità di continuazione durevole del rialzo nei numeri
dell’economia, il compito si fa molto più difficile.
Infatti i mercati stanno in questo momento scontando nei prezzi azionari
una ripresa a V che sinceramente non si vede. Gli stessi guru
macroeconomici, sempre molto propensi ad assecondare gli entusiasmi
rialzisti dei mercati, accompagnano la certezza della ripresa con
l’avvertenza che essa dovrebbe essere lenta, faticosa e ricca di insidie.
Per spiegare l’entusiasmo dei mercati, che, letteralmente, non riescono a
scendere, dobbiamo cercare motivazioni di tipo speculativo. Da qualche
mese i dati che esprimono la fiducia (in inglese il “sentiment”) degli
operatori volgono al bello. La ripresa viene ormai data per certa quasi da
tutti. Su questa fiducia i mercati crescono, perché da un lato i più lesti
hanno visto una grossa possibilità di rimbalzo e l’hanno sfruttata. Allo
stesso tempo le principali banche d’affari hanno soffiato sul fuoco del
trading, assecondando con le loro analisi gli interessi dei governi e
delle autorità monetarie al ripristino di un clima di fiducia. Non solo.
Si sono spinte ad intraprendere sempre di più e con mezzi sempre più
manipolativi (l’high frequency trading di Goldman Sachs) operazioni in
proprio per trarre profitti (e ricchi bonus per i managers) proprio dal
rimbalzo del mercato. Più questo si protrae, più migliorano i bilanci
delle banche e si riescono a compensare le minusvalenze dei titoli
tossici. Però, è ovvio, più dura l’inerzia dei mercati senza che
dall’economia vengano segnali altrettanto forti, più aumenta lo
scollamento tra borse e realtà (chiamiamo bolla speculativa questo
scollamento) e soprattutto più aumentano i rischi che una presa d’atto
della realtà trascini violentemente al ribasso i mercati.
Il rischio è forte, anche perché, oltre ai dati economici veramente
positivi, mancano all’appello alcuni altri tasselli. Il primo è
rappresentato dalle cosiddette “mani forti”, cioè gli investitori
istituzionali ed i grandi patrimoni che, bruciati dal grande calo del
2008, non sono ancora entrati pesantemente sul mercato. Questi operatori
generalmente preferiscono entrare sulla base di indicazioni fondamentali e
non si accontentano dei trend di breve periodo. Inoltre preferiscono
comprare sulle correzioni e non sulla forza. Ma di correzioni
significative in questi mesi non se ne sono viste. Pertanto è verosimile
che questi operatori dalla visione lunga non siano ancora molto esposti
sull’azionario, e preferiscano rifugiarsi prevalentemente nel mercato
obbligazionario, che infatti sta tenendo molto bene il campo. Ci sono
ragioni per ritenere che anche i Fondi Hedge, che hanno subito e stanno
subendo parecchi riscatti, non siano molto attivi. Infine, la massa dei
risparmiatori è generalmente disorientata e tendenzialmente bloccata dalle
perdite del 2008, che sono ancora lungi dall’essere recuperate, ed è
restia a mettere altri soldi sull’azionario, anche se comincia ad avere
qualche dubbio.
Tutto ciò mi porta a pensare che questo mercato sia nelle mani degli
operatori di breve e di chi opera in ottica di puro trading, che
oltretutto ha trovato validissimi sostegni al suo operato da parte delle
banche centrali. L’aver portato i tassi di interesse a zero (o quasi) era,
se vogliamo, un’operazione dovuta per salvare il sistema finanziario e
bloccare la recessione. Però lo schema prevedeva che le banche prestassero
al sistema produttivo la liquidità erogata gratis dalle banche centrali.
Ciò è avvenuto soltanto in minima parte, sia perché la richiesta di
credito è latitante, sia perché hanno aumentato le pretese in termini di
affidabilità per concedere prestiti. Tutto ciò è anche comprensibile,
poiché le banche sono state accusate di erogare allegramente mutui
immobiliari che si sono trasformati in attività tossiche e non vogliono
ripetere l’esperienza.
Pertanto il grosso della liquidità disponibile viene parcheggiato sui
depositi presso le banche centrali o utilizzato per fare trading. Il
gigantesco carry trade che le banche centrali stanno alimentando con le
loro politiche accomodanti sta gonfiando i prezzi nelle borse, anziché il
volume di prestiti all’economia, che infatti continua ad essere strozzata
dal credit crunch.
Siamo entrati in un circolo vizioso che non può durare all’infinito,
poiché questo comportamento alimenta l’inflazione degli strumenti
finanziari e la depressione dell’economia reale, l’aumento dei bonus e
quello dei disoccupati. Le Borse sono sempre meno uno strumento di
misurazione della realtà economica e sempre più simili ai casinò di Las
Vegas.
Il meccanismo non può funzionare all’infinito. Ma può farlo fino a quando
si riusciranno ad alimentare aspettative positive ed a nascondere la
realtà, come le banche nascondono le perdite da titoli tossici o almeno a
sottovalutarla, come un piccolo fastidioso contrattempo.
L’ultimo esempio l’abbiamo avuto venerdì 8 gennaio, con l’uscita dei dati
USA sulla creazione di posti di lavoro in dicembre. L’attesa degli
economisti era per un dato finalmente col segno più o almeno intorno allo
zero, che testimoniasse la fine dell’emorragia (eccole, le aspettative
positive). Invece si sono espulsi altri 85.000 lavoratori (la fastidiosa
realtà), con il tasso di disoccupazione invariato al 10% (segno che molti
disoccupati stanno abbandonando le speranze e smettono di cercare lavoro).
Il dato, oltre a confermare che il Papa non ha tutti i torti quando invita
a diffidare delle previsioni degli economisti, avrebbe dovuto spingere i
mercati a riflettere se la loro corsa non si stesse spingendo un po’
troppo in avanti. Invece niente di tutto questo. Un attimo di incertezza e
nuova chiusura positiva, con la fissazione di nuovi record a quota 1.145
dell’indice SP500.
Prosegue così il volo di Icaro sulle ali dell’ottimismo. Un volo che non
può permettersi pause, perché ogni perdita di quota potrebbe portare allo
schianto.
L’ultimo battito d’ali è stata l’uscita al rialzo dalla fase di
congestione laterale che si è sviluppata tra ottobre e Natale. Si è
trattato più che altro di una pausa. La ripresa del rialzo, avvenuta
nell’ultima settimana del 2009 e confermata nella prima settimana di
quest’anno, proietta ora l’indice SP500 e gli altri mercati a lui
collegati verso un ulteriore apprezzamento, che su SP500 possiamo
ipotizzare abbia come obiettivi grafici innanzitutto 1.155.
Il dato più significativo, dal punto di vista grafico, è stato il
superamento di 1.121, che rappresenta il 50% di ritracciamento del
precedente ribasso. L’impresa compiuta dagli indici ci obbliga a
ipotizzare un nuovo percorso rialzista che ha come obiettivo naturale il
punto estremo del rimbalzo tollerabile dall’impostazione ancora ribassista
del trend di lungo periodo: area 1.230.
Questo livello rappresenta il 61,8% di ritracciamento del precedente
movimento ribassista: l’ultimo ostacolo prima di dichiarare
definitivamente morto il mercato orso.
La teoria dei ritracciamenti prevede che le correzioni degne di tal nome
devono rimangiarsi almeno il 23,5% del precedente movimento. Se il
movimento principale è molto forte, trovano esaurimento entro il 38,2%.
Nella maggior parte dei casi però arrivano ad esaurirsi intorno al 50%.
Pertanto se la correzione non recupera oltre metà del movimento principale
non si può affatto parlare di inversione. Lo si deve invece fare se viene
oltrepassata la soglia del 50%. In tal caso la “semplice correzione”
cambia vestito e prende il nome di “inversione”. Infatti nella maggior
parte dei casi il movimento che riesce a correggere oltre il 50%, riesce a
completare il recupero, e spesso a ricoprire tutto il precedente
movimento, andando magari anche oltre.
Non sempre, però. Talvolta il superamento della soglia del 50% trova un
ostacolo insormontabile al livello del 61,8% di ritracciamento, che viene
giustamente considerato l’ultima spiaggia per il mantenimento in vita del
precedente trend.
Si comprende pertanto l’importanza di quota 1.230 (che rappresenta appunto
il 61,8% di ritracciamento).
Ritengo a questo punto che esso rappresenti una calamita in grado di
attirare l’indice, che ha davanti a sé, sulla strada per arrivare a 1.230,
un solo forte ostacolo in grado di fermarlo anticipatamente: quota 1.200,
che rappresenta, oltre ad un livello psicologico importante, anche quel
supporto che sembrò in grado di arrestare la caduta del mercato
nell’estate del 2008, e che venne travolto dal panico seguente al crack
Lehman. Ora costituisce un’importante resistenza, che se venisse superata,
testimonierebbe che il mercato ha dimenticato Lehman e tutto quel che ne
consegue.
Direi quindi che possiamo situare nella fascia compresa tra 1.200 e 1.230
l’ultima trincea dell’orso e lo spartiacque tra il paradiso e l’inferno
(finanziario, si intende!).
Lì, se non prima, dovrebbe partire la tanto attesa correzione, che
dovrebbe riportare i mercati alla realtà, che è molto meno brillante di
quanto appaia usando le lenti dell’ottimismo di maniera.
Se succederà, dovremo chiederci perché mai i mercati abbiano vissuto
questa lunga luna di miele con le illusioni ed abbiano coltivato per così
tanto tempo una visione contraffatta della realtà. E se tutto ciò non sia
magari servito a qualcuno a depredare ulteriormente i poveri risparmiatori
attratti dalla sirena della ripresa.
Se invece dovesse verificarsi l’abbattimento anche di tale soglia, dovremo
dichiarare la morte dell’orso e la risurrezione del toro. Un toro che
abiterà all’interno di una gigantesca bolla speculativa, ma che, con le
dovute correzioni, che saranno vissute in modo ben diverso dai precedenti
ribassi, sarà forse in grado di ricondurci ai massimi storici. Ed allora
qualcuno dovrà spiegarci perché mai abbiamo vissuto quella sorta di
stupida psicosi collettiva che fu la devastazione del 2008.
2/12/09
COMMENTI E ANALISI
TERREMOTO DUBAI
Ci sono date, episodi ed immagini che con il loro straripante simbolismo
segnano la storia per sempre. Il fermo immagine dell’aereo che esplode
entrando dentro un grattacielo è la sintesi del nuovo capitolo di storia
che è iniziato dopo quell’attentato. La faccia spaurita degli impiegati di
Lehman che nel week-end del 13-14 settembre 2008 escono per sempre dai
loro uffici con lo scatolone dei ricordi è l’immagine che ha
caratterizzato il primo atto della crisi finanziaria peggiore del
dopoguerra. L’immagine della penisola artificiale a forma di palma
attorniata da un’aureola sabbiosa, emblema di Dubai, che in questi giorni
abbiamo visto su tutti i giornali, verrà presto dimenticata o rimarrà
nell’immaginario collettivo a rappresentare l’inizio del secondo atto
della crisi finanziaria?
La richiesta, avvenuta mercoledi scorso, da parte del mega fondo sovrano
Dubai World, di prorogare di 6 mesi la scadenze di debiti nei confronti di
parecchie banche per l’ammontare complessivo di circa 59 miliardi di
dollari, ha gettato nel panico il giorno seguente i mercati europei ed
asiatici.
Il mercato americano si è salvato dall’ondata di emotività soltanto perché
chiuso per la Festa del Ringraziamento, che così quest’anno ha aggiunto
questo ulteriore ottimo motivo per festeggiarla.
Dopo l’ulteriore emotività del giorno seguente, i mercati asiatici ed
europei hanno tentato il parziale recupero, confortati dal fatto che la
riapertura di Wall Street ha mostrato preccupazioni non eccessive.
I giochi si faranno nei prossimi giorni, quando verranno divulgate
maggiori informazioni su questa vicenda che per ora rimane abbastanza
oscura nelle motivazioni e nelle dinamiche.
Rimane comunque fin da ora l’impatto simbolico del crollo di questo fondo
sovrano, noto per aver nel suo carniere le faraoniche opere immobiliari
che hanno fatto di Dubai una specie di Paradiso Terrestre, meta delle
peregrinazioni sfarzose dei Vip di tutto il mondo, di cui troviamo sui
giornali lunghi elenchi.
Oltre le penisole artificiali a forma di palma, ricordo il grattacielo più
alto del mondo, di oltre 800 metri, quasi ultimato, l’albergo a 7 stelle
Burj Al Arab, a forma di gigantesca vela, con un campo da tennis in cima,
sospeso nel vuoto, inaugurato 3 anni fa da una esibizione di Federer e
Agassi, l’arcipelago artificiale “The World”, composto da 300 isolette
create dal nulla aventi la forma in miniatura del globo terrestre, e
vendute a vari vip, che possono così affermare di “comprarsi la Germania o
l’Australia”. Per concludere con SkiDubai, la pista da sci nel deserto,
che permette di sciare su vera neve dentro un gigantesco padiglione dove
pure il cielo è finto, mentre fuori la temperatura raggiunge i 40 gradi
all’ombra.
Tutto questa fiera delle vanità rischia di implodere nel nulla se quello
che per ora è un pre-crack diventerà un vero fallimento e se si scatenerà
l’effetto domino su altre istituzioni finanziarie simili a Dubai World.
L’aspetto etico della questione non richiede di aggiungere molto a quel
che testimonia la grottesca ostentazione di sfarzo appena descritta. Debbo
sinceramente affermare che questo contrappasso, se si limitasse a
penalizzare i ricchi investitori che, come gonzi, si sono fatti attirare
dalle sirene del lusso smodato, mi vedrebbe del tutto indifferente e
magari un pochino contento.
Ma purtroppo c’è il rischio che lo scoppio della bolla del deserto venga
ancora una volta pagato da chi tutto questo lusso lo può vedere solo dalle
webcam su internet.
Perché ora il problema è: questa vicenda è la classica tempesta in un
bicchier d’acqua, destinata ad essere assorbita in pochi giorni nel nuovo
paradigma della ripresa oppure è un terremoto destinato a propagare uno
tsunami paragonabile a quello dei subprime, che ha raso al suolo le borse
nel 2008?
E’ presto per dirlo. Come sempre a posteriori tutto viene spiegato alla
perfezione. A priori però le istituzioni di controllo non riescono mai a
prevedere un bel nulla e si limitano, sempre e comunque, a sdrammatizzare,
salvo poi, a buoi scappati, affannarsi a chiudere le stalle ed a
giustificarsi con l’imprevedibilità degli eventi.
Anche stavolta il week-end è stato utilizzato per spargere rassicurazioni.
Cosa vuoi che siano 59 miliardi (che però diventano un centinaio se
consideriamo il debito dell’intero stato Emirati Arabi Uniti)? Il
“sistema” tra il 2008 e il 2009 ha sopportato ben altro. La Fed per
salvare le banche USA ha iniettato 2000 miliardi di liquidità, il governo
Obama ha fatto altrettanto con il debito pubblico. 100 miliardi in più non
sono nulla.
Abbiamo poi avuto la rassicurazione che le banche più esposte sono
inglesi, ma tutto sommato in modo non tragico, mentre nessuna banca
italiana è coinvolta. Anche stavolta la tradizionale prudenza italica
sembra averci salvati.
Inoltre si confida che il cugino ricco Abu Dhabi non vorrà lasciare i
nababbi indebitati di Dubai in mutande senza intervenire. Infatti, se da
un lato lo stato degli Emirati ha ricordato che non vi è garanzia statale
sui debiti di Dibai World, dall’alltro la banca centrale di Abu Dhabi ha
dichiarato che sosterrà le banche locali con iniezioni di liquidità. Per
cui senbra esserci il via libera a procedere ala ristrutturazione del
debito del fondo sovrano per evitarne l’insolvenza.
Ci sono probabilità che la tempesta che sembrava provenire dal deserto
finisca per rappresentare un semplice colpo di vento. Ma non
sottovaluterei il valore segnaletico dell’evento, in un momento in cui
anche altri dubbi di natura “reale” stanno facendo riflettere sulla
solidità della ripresa.
Troppe cose infatti non quadrano.
Innanzitutto il fatto che la finanza “moderna” è fatta in gran parte fuori
bilancio, con sofisticati strumenti derivati e cartolarizzati, che non è
affatto facile stimare e tenere sotto controllo. Per cui non mi
sorprenderebbe, nei prossimi giorni in cui emergeranno i dettagli,
apprendere di ulteriori ed inattesi coinvolgimenti del fallimento, con
l’ammontare del crack rivisto al rialzo a più riprese, come già accaduto
più volte in passato in eventi analoghi.
Un’altra delicata questione è che questo fondo rappresenta l’emblema
dell’edilizia commerciale, e l’aver descritto il suo fallimento come il
colpo di coda finale della precedente crisi non mi convince affatto. Qui
non si tratta di insolvenze delle famiglie soffocate dal mutuo subprime.
Questo potrebbe essere il primo anello di una catena di tracolli
dell’edilizia commerciale, di quelle grandi opere messe in piedi in tutto
il mondo quando si pensava che il PIL dovesse crescere all’infinito e
persino le economie mature (Italia a parte, ovviamente) avevano tassi di
crescita da paese emergente. A Dubai è stato raggiunto il parossismo della
vanità delle grandi opere. Ma non è certo l’unico angolo del mondo in cui
negli scorsi anni l’euforia speculativa ha spinto ad investire al di là
del buon senso alla ricerca di facili guadagni. Illusioni che la
recessione ha giustiziato e che potrebbero ora presentare anche altri
salati conti, magari da altre parti, se l’economia continuerà a languire.
Un altro aspetto che rende delicata la questione è lo stato, che, con un
eufemismo, potremmo definire “ancora molto convalescente” del sistema
finanziario mondiale. Qualche giorno fa il Fondo Monetario Internazionale
nella sua ultima pubblicazione (Global Financial Stability Report) ha
stimato che le svalutazioni che non sono ancora emerse nel sistema
bancario americano ammontano a circa il 40%. Peggio stanno le banche
europee che hanno ancora un 60% di perdite sommerse. Il dato complessivo
ci dice quindi che oltre metà delle perdite sono ancora da emergere, a due
anni dallo scoppio della crisi subprime. Nei giorni scorsi anche il
governo tedesco ha fatto stime simili sulle banche tedesche.
Queste notizie non sono per nulla inattese da chi ricorda che le nuove
regole contabili introdotte ad inizio 2009 hanno consentito di nascondere
legalmente la polvere sotto il tappeto. Ma hanno certamente sorpreso chi
si è lasciato sedurre dalle quotazioni in recupero delle banche e dai
bilanci presentati in questi mesi, pieni di perdite nascoste e di utili da
trading. I giornali, che da mesi ci indottrinano sul “recupero di fiducia”
e sull’uscita dal tunnel, non sanno come gestire simili notizie, che
contraddicono il clima di esaltazione collettiva di fine recessione.
L’eventuale crack di Dubai World rischia pertanto di essere il primo
tassello di un “ritorno alla realtà” piuttosto scomodo per molti illusi.
Giova ricordare che le munizioni a disposizione delle autorità per
fronteggiare una seconda ondata di crisi bancarie sono assai scarse,
avendo le banche centrali già dato fondo a tutto l’armamentario
tradizionale (tassi a zero n Usa e all’1% in Eurolandia) e a quello non
convenzionale (il quantitative easing non si può più espandere per non
creare crisi di fiducia nelle stesse banche centrali), mentre
i governi hanno già fatto esplodere il debito pubblico e si avviano ad
imitare l’esperienza giapponese.
Ancora una volta è necessario quindi lanciare un significativo “warning”.
Come in passato è possibilissimo che i mercati ignorino i segni
premonitori di crisi e procedano imperterriti a gonfiare bolle fino al
raggiungimento del prossimo baratro.
I grafici d’altra parte non ci dicono ancora che il trend rialzista di
Wall Street è finito. Anzi, nonostante le paure europee, l’indice SP500 ha
chiuso il mese di novembre assai vicino ai suoi massimi annuali. Non è
quindi affatto escluso che in dicembre possa testare quella forte
resistenza di 1.120 punti che ho da tempo identificato come l’obiettivo
finale del rialzo in corso, finora non ancora raggiunto.
Ma tutto questo puzza di dejà vu. Come quando nel 2007 qualcuno (non
eravamo molti, ma qualcuno c’era) avvisava che l’euforia dei mercati non
trovava motivazioni nella situazione economica, ma questi, con un’alzata
di spalle, continuavano a registrare nuovi massimi ed i guru
sbeffeggiavano i “gufi”. Come sia andata a finire nell’anno seguente lo
abbiamo visto.
BOLLA O NON BOLLA? CHE COSA
C’E’ DIETRO I NUMERI DEL PIL USA
I mercati azionari hanno avuto ragione a rimbalzare, ma non ad esagerare.
E’ questo il certificato che il dottor PIL ci ha consegnato a fine ottobre
nella prima anticipazione e puntualizzato proprio martedì 24 novembre con
la seconda e più precisa stima.
Con l’ufficializzazione di un rimbalzo tecnico del PIL americano dello
0,7% trimestrale, che equivale ad un discreto 2,8% annualizzato, il
Dipartimento per il commercio USA ha comunicato la fine della recessione
nel terzo trimestre di quest’anno.
I mercati hanno quindi visto giusto ed in anticipo di circa 6 mesi quando,
a marzo, hanno deciso di rinviare la fine del mondo e rimbalzare con
violenza.
Ora però occorre guardare oltre e farci alcune domande sulla qualità della
ripresa e sulla sostenibilità futura di questo scenario. Infatti, se si
chiude la pagina della recessione, dobbiamo verificare quale altra pagina
si sta aprendo. Se i mercati hanno messo a segno un corposissimo rally,
dobbiamo verificare se potranno trasformare il rimbalzo di medio periodo
in un’inversione di lungo termine.
Sono ovviamente questioni tutt’altro che semplici, a cui però cercherò di
non sottrarmi, con la consapevolezza che in questo momento la possibilità
di sbagliare è alta e con l’avviso che dal punto di vista operativo è
molto più importante avere un metodo in grado di gestire l’errore che
un’alta probabilità di azzeccare le analisi.
Cominciamo con questo articolo ad esaminare la qualità della ripristinata
crescita produttiva americana, da cui dipende l’intera economia del
pianeta, e confrontiamola con la crescita del mercato per ipotizzare se i
fondamentali economici corrispondono alla percezione dei mercati.
Il terzo trimestre ci ha mostrato che quasi tutte le componenti del PIL
hanno quantomeno frenato la caduta e svoltato verso una crescita rispetto
al trimestre precedente. In particolare i Consumi Personali, la spesa
pubblica, gli investimenti in edilizia residenziale, le esportazioni e le
scorte hanno ricominciato a salire (la spesa pubblica non ha mai smesso di
farlo). Restano ancora in calo gli investimenti delle imprese.
Già questo fatto pone qualche dubbio sulla qualità della ripresina, anche
se è naturale che prima di investire gli imprenditori attendano segnali
più corposi dal lato della domanda potenziale. Altri dubbi molto
consistenti vengono se andiamo a scavare ulteriormente, poiché scopriamo
che l’edilizia residenziale è soggetta a incentivi sostanziosi da parte
del governo (8.000 dollari per chi acquista casa), che erano prossimi alla
scadenza, e risente della stagionalità positiva del 3° trimestre, cui
solitamente segue un rallentamento invernale. All’edilizia residenziale fa
da contraltare l’edilizia commerciale, che continua a calare e
contribuisce ad erodere il PIL.
Scopriamo ancora che l’aumento dei consumi in beni durevoli è quasi
interamente da attribuire alle vendite del settore auto, grazie agli
effetti del rush finale per poter approfittare del programma di
rottamazione governativa detto “Cash for Clunkers”, scaduto a settembre.
Possiamo anche verificare il grosso contributo dato al PIL dalla
variazione delle scorte, per il proseguimento del processo di
ricostituzione dei magazzini dopo la terribile frenata di inizio anno.
Se andassimo a sottrarre al 2,8% realizzato dal PIL il contributo di 3
sole voci, che esprimono elementi non sostenibili in futuro, ovvero
Autoveicoli (+1,45%), Scorte (+0,87%) e Spesa Pubblica (+0,63%), vedremmo
l’aumento del PIL andare in fumo e diventare un valore addirittura
negativo.
Tutto ciò ci permette di affermare che è corretto parlare di fine della
recessione, ma assolutamente fuori luogo parlare di inizio della ripresa,
come purtroppo molti “entusiasti” hanno fatto in questi giorni. Il
rimbalzo produttivo non è in grado per ora di stare in piedi e proseguire
senza i sostanziosi aiuti governativi e monetari. Si sta certamente meglio
di quando nemmeno gli aiuti erano in grado di rianimare le sorti
dell’economia, ma non possiamo certo parlare di guarigione dalla crisi. Se
ne sono ultimamente accorti anche Trichet ed Obama, che hanno cercato
negli ultimi giorni di smorzare la festosa esultanza dei politici e dei
mercati.
E’ probabile che l’entusiasmo sia stato alimentato dalle trimestrali che
sono via via state comunicate quotidianamente ai mercati. Su questo fronte
possiamo dire che i profitti del trimestre hanno battuto con grande
abbondanza le previsioni degli analisti, che non si attendevano certo
grandi performance.
Credo che il motivo sia triplice. Da un lato c’è la tradizionale
attitudine degli analisti a prendere farfalle nei punti di svolta
congiunturali. Dal momento che i modelli previsionali basati sull’analisi
fondamentale tendono ad essere molto condizionati dal trend precedente
delle principali variabili da stimare, le stime tendono ad essere
abbastanza realistiche quando si percorre un certo trend in modo stabile.
Quando invece l’economia svolta, al ribasso (a fine 2007) oppure al rialzo
(nell’ultimo trimestre), le stime incorporano l’inerzia del passato che
tende a farle essere troppo ottimistiche nel primo caso e troppo
pessimistiche nel secondo. Gli analisti, quando i mercati girano, sono
sempre costretti ad inseguire e rivedere a più riprese le stime. E’
successo anche stavolta: hanno peccato di eccessivo pessimismo.
Il secondo motivo della sorpresa positiva è legato alla straordinaria
capacità dei managers di scaricare sugli altri il peso della crisi.
Agevolati da norme estremamente “liberali”, in USA le aziende licenziano
dalla sera alla mattina. La disoccupazione è letteralmente esplosa, come
ci rivelano le statistiche ufficiali, che ad ottobre hanno raggiunto il
tasso del 10,2%, ma ancor più le rielaborazioni che tengono conto anche
della disoccupazione nascosta. Infatti in Usa si considera ufficialmente
disoccupato solo chi ha intrapreso una concreta azione di ricerca di
lavoro nel mese precedente alla rilevazione. I rassegnati che non cercano
nemmeno più lavoro escono dalle forze lavorative e spariscono dalle
statistiche. Inoltre le statistiche non distinguono tra impieghi a tempo
pieno e impieghi a tempo parziale. Pertanto se un’impresa trasforma un
posto a tempo pieno in un part-time per le statistiche non è successo
niente.
Chi ha rielaborato le statistiche ufficiali per tenere conto anche di
tutta questa disoccupazione nascosta ha dovuto correggere il 10,2% e
portarlo all’esorbitante percentuale del 17,5%.
Gli americani, che hanno il culto del liberismo, del self-made-man e del
sistema flessibile, ed un’incrollabile fiducia nel capitalismo, accettano
questa situazione con rassegnazione, come si accetta il caldo o la
pioggia. Le notizie di managers in ostaggio o di suicidi di chi perde il
lavoro vengono dall’Europa, dove abbiamo una diversa cultura del lavoro e
maggiori attitudini alla lotta per difendere il posto, benché ci siano
maggiori ammortizzatori sociali che in America.
In USA invece hanno una tolleranza della sventura economica molto più alta
di noi. E ciò è una fortuna per le imprese, che, licenziando senza remore
né rumore, possono sistemare i bilanci molto più in fretta che le imprese
europee.
Il terzo motivo è legato al caro vecchio dollaro. Anzi, vecchio, ma sempre
meno caro.
Infatti, non appena i mercati hanno smesso di scendere, è ricominciata la
lenta ma costante svalutazione del “greenback” nei confronti di tutte le
altre monete. Nei suoi confronti l’euro è risalito da 1,25 di marzo, fino
a 1,50. Lo Yen da 100 (per un dollaro) a 88.
Questa erosione del valore è certamente foriera di lievitazione dei prezzi
delle materie prime, che tendenzialmente recuperano la svalutazione del
biglietto verde, ma è manna per i bilanci delle multinazionali americane.
Si stima che circa metà del fatturato delle società che compongono SP500
sia prodotto da filiali o controllate estere, perciò non in dollari. Per
questo motivo le trimestrali consolidate presentate in USA possono
brillare, poiché convertire i risultati esteri in dollari ne fa lievitare
l’entità.
Abbiamo quindi una produzione senza domanda, una ripresa senza occupazione
e profitti senza ricavi. Una serie di anomalie statistiche che ci
dimostrano che il mondo è cambiato e le borse non misurano più l’economia,
ma chissà quale altro fattore. Oppure che c’è qualcosa che non va nella
natura di questa ripresa, che i mercati non colgono ancora, dato hanno
prodotto uno dei più poderosi rialzi della storia delle borse. Un rialzo
che appare piuttosto disancorato dall’andamento dell’economia reale.
Facciamo due conti un po’ empirici per dimostrare questo scollamento,
prendendo come riferimento l’economia e la Borsa USA, come sempre.
Il minimo di marzo ha anticipato di circa 4-5 mesi il minimo
dell’economia, registrato alla fine del 2° trimestre. Anche a fine 2007 il
massimo assoluto dell’indice SP500 aveva anticipato il massimo del ciclo
economico di circa 2 trimestri. Da inizio marzo la borsa in circa due
trimestri ha recuperato metà della sua discesa dai massimi del 2007. Il
PIL nel terzo trimestre ha recuperato lo 0,7%. Il 4° trimestre, tuttora in
corso, dovrebbe rappresentare il secondo trimestre di recupero del PIL.
Ebbene, affinché l’economia riesca a recuperare metà del terreno perduto
durante la recessione, occorrerà che il PIL del 4° trimestre cresca su
base trimestrale del 1,2%, cioè del 4,8% su base annua. E’ un ritmo di
crescita che nessun economista si azzarda a prevedere. Il consensus per
ora si attesta sul 3% scarso, lo stesso ritmo del 3° trimestre. Pare
quindi evidente che il mercato si sia già spinto ben più avanti
dell’economia reale.
Una riprova l’abbiamo constatando che il rapporto P/E del paniere SP500,
calcolato sugli utili stimati del 2009 e sull’indice a quota 1.100, ci
fornisce un valore di circa 25, indicando una sopravvalutazione rispetto
ai valori storici (intorno a 15), non drammatica, ma evidente.
E’ vero che con i tassi così bassi il vecchio Greenspan ci insegna che
possono essere tollerati livelli di valutazione anche maggiori. Ma i tassi
possono rimanere a lungo così bassi?
In effetti la questione centrale è proprio quella dei tassi di interesse.
Tassi a livello quasi zero non possono che spingere i traders ed anche gli
istituzionali, che devono recuperare performance, a pesanti strategie di
“carry trade”, cioè indebitarsi a tassi bassi per investire su attività
più redditizie, lavorando così con l’abbondante liquidità che c’è in
circolazione. E’ vero che le banche centrali hanno immesso quasi gratis
tutta questa moneta proprio per aiutare le banche e gli istituzionali che
erano sull’orlo del fallimento. Ma lo hanno fatto affinché questa
liquidità venga utilizzata per finanziare l’economia reale ed aiutarla a
tirarsi fuori dalla recessione. Di fatto però gran parte di questi soldi
non finisce al tessuto produttivo, ne alle imprese medie e piccole, ma sta
gonfiando le borse, e di conseguenza gli utili delle banche più
spregiudicate, che hanno ampliato le loro attività di trading in proprio.
C’è già chi parla di bolla. A me sembra presto per usare questo parolone.
Però è chiaro che la politica monetaria sta assecondando gli istinti
animali del mercato, proprio quelli che hanno creato la spazzatura che ha
sommerso il mondo finanziario nel 2007.
La politica monetaria sembra completamente in ostaggio dei mercati e delle
grandi banche, “too big to fail”.
E’ un film che abbiamo già visto in passato. Forse qualcuno ricorda come
si uscì dalla prima recessione del millennio. Eravamo all’inizio del 2003,
ancora turbati dall’attentato di Bin Laden, Bush aveva iniziato la sua
sporca guerra per il petrolio, le borse erano stremate da un pesantissimo
calo seguito allo scoppio della bolla da new economy. Greenspan aveva già
portato i tassi ufficiali al 2% per rianimare l’economia. I mercati
azionari cominciarono a riprendersi quando fu invaso l’Iraq, così come
l’economia USA, grazie alle ingentissime spese militari ed all’orgoglio
dei consumatori, che continuavano a comprare indebitandosi. In quel
frangente si doveva cominciare a mettere in piedi un’exit strategy,
rialzando lentamente i tassi. Invece Greenspan fece addirittura un
ulteriore taglio, portandoli all’1% e mantenendoli a quel livello fino a
metà del 2004. Lo stimolo monetario fu procrastinato troppo a lungo,
concimando ben bene i semi della successiva bolla speculativa che le
banche d’affari stavano coltivando. E’ di quegli anni la nascita e la
tumultuosa crescita dell’operazione “salsicce”, cioè la cartolarizzazione
dei mutui subprime, favorita dai tassi all’1%.
Ricordo che allora scrissi più volte che i tassi troppo bassi per troppo
tempo avrebbero portato inflazione e la futura recessione. L’inflazione si
generò non sui prezzi dei beni, ma sui prezzi di borsa, gonfiando la
bolla, che scoppiò fragorosamente a fine 2007 e portò alla devastazione
del 2008.
In questi giorni stiamo rivedendo le stesse cose di allora. Da un lato
tutti a festeggiare (forse un po’ troppo in anticipo) la fine della
recessione e la ripresa a V. Dall’altro tutti a dire che non si deve
ancora approntare alcuna exit strategy, ma gli aiuti di stato e la
politica accomodante sui tassi debbono essere estesi anche al 2010.
Ebbene, delle due, una.
Se la crisi è veramente finita, proseguire con i tassi a zero finirà per
gonfiare altre nuove bolle nei prossimi mesi, con pesanti conseguenze e
possibili crack nel momento in cui i tassi dovranno essere rialzati troppo
tardi.
Oppure, se la crisi non è finita, vorrei sapere: per quale motivo i
mercati stanno esultando?
20/10/09
IL MONDO CHE NON C’E’
Il mese di ottobre ha superato la metà dei suoi giorni e sui mercati si
continua a vedere lo stesso film che stiamo vedendo da metà marzo “Bear
market rally: la vendetta”. E’ vero che siamo al secondo tempo, dopo che
abbiamo gustato il primo tempo da metà a marzo a metà giugno ed abbiamo
vissuto il classico intervallo fino a metà luglio. Da allora è cominciato
il secondo tempo di una storia che, un po’ noiosamente, continua ad essere
più o meno sempre la stessa.
E’ una storia che ci parla di recupero dei mercati, che proseguono nel
loro rialzo senza tentennamenti, nella speranza che la fine della crisi si
trasformi nell’inizio della ripresa economica.
Salgono i mercati azionari, salgono le materie prime, sale l’oro, salgono
(un po’ meno linearmente, ma salgono) anche i prezzi dei bond governativi
e dei corporate bond, che vengono emessi in quantità industriale e
assorbiti dal mercato con una fame senza precedenti. Infine sale anche
l’euro-dollaro, ma in questo caso, trattandosi di un cross valutario, la
salita dell’euro coincide con la svalutazione del dollaro.
Contemporaneamente scende tutto quello che potrebbe segnalare la paura per
il futuro finanziario: scende il VIX, l’indice della paura sull’azionario,
che ha superato anche i suoi minimi annuali precedenti ed è arrivato a
toccare quota 20, mentre continua a scendere lo spread di rendimento tra i
debitori migliori ed i peggiori e tra i corporate bond ed i bond
governativi.
Ad un primo sguardo superficiale e complessivo verrebbe da giudicare
questo copione molto semplicemente come la presa d’atto che la crisi è
finita e stiamo tornando rapidamente alla normalità. Non c’è quindi alcun
bisogno che Gerbino si scomodi a fare l’avvocato del diavolo. Ci lasci
guardare in pace questo film a lieto fine, che dovrebbe coincidere con la
legittima aspettativa che guadagnino tutti, per una volta.
La famosa “Legge di Murphy” però afferma che “una cosa troppo bella per
essere vera… è falsa”.
Perciò Gerbino non può fare a meno di calarsi nel ruolo di quegli
antipatici critici cinematografici, che stroncano i polpettoni d’evasione
(avete presente i film di Natale, quelli di Boldi e De Sica?) anche se
piacciono molto al pubblico meno sofisticato.
TROPPO BELLO PER DURARE
Ed allora cominciamo a notare che mai come in questo momento i mercati
azionari e quelli che ruotano intorno ad essi sono stati così lontani da
quel che la realtà dell’economia ci sta facendo vedere. Per vedere una
distanza paragonabile dobbiamo andare indietro all’autunno di 2 anni fa,
quando testardamente i mercati vennero spinti a realizzare un nuovo
massimo assoluto (i principali: DAX e SP500; non il nostro che il massimo
l’aveva fatto a maggio ed in autunno era già in calo) quando dall’economia
erano arrivati già i primi chiari segnali di recessione e nel mondo della
finanza malata erano già scoppiate le prime bombe dei fallimenti da
subprime.
Ora siamo di fronte ad una situazione simile, in termini di
disallineamento tra realtà e percezione della medesima. Per comprenderlo
basta guardare che cosa l’economia americana (prendiamo quella perché è lì
che si decide la direzione di tutti i mercati) abbia recuperato dopo la
profonda mazzata recessiva di ben 6 trimestri di PIL in calo. Per ora poco
o nulla. Infatti abbiamo avuto qualche notizia positiva dagli indicatori
“leading” cioè quelli che registrano aspettative, che si sono ripresi,
anche se ultimamente faticano a mantenere i livelli raggiunti in estate.
Dall’economia reale abbiamo segni chiari di stabilizzazione.
Stabilizzazione significa fine del calo, non certo inizio di recupero.
Oltretutto il fronte occupazionale continua a perdere posti di lavoro. E’
normale perché prima di assumere bisogna essere sicuri che la ripresa sia
iniziata veramente. Tutto ciò significa però che la ripresa non c’è
ancora.
C’è stato, è vero, un po’ di recupero degli utili aziendali nel secondo
trimestre e, per il poco che si è finora visto dai dati societari
comunicati, anche nel terzo trimestre. Il grosso delle trimestrali però
deve ancora arrivare. Tuttavia una cosa che non quadra è vedere che gli
utili migliorano, ma assai meno i fatturati. Anzi in molti casi si vede la
strana accoppiata “utili in aumento e fatturato in calo”.
Significa che i managers tagliano i costi e i dipendenti ma non riescono
ad aumentare le vendite. Fino a quando potranno continuare a farlo?
Possiamo sperare in una ripresa se non aumentano i fatturati? Che cosa
dobbiamo dire delle vendite al dettaglio che in settembre, finiti gli
incentivi sulle auto, sono calate dell’1,5%?
Dal mondo delle trimestrali bancarie vengono invece segnali contrastanti.
Peggiorano i risultati delle banche che fanno le banche. Il credito
erogato non aumenta, mentre aumentano le sofferenze e si riducono i
margini di intermediazione. Gli utili perciò calano o diventano perdite.
Tra le banche americane medio-piccole (quelle che possono fallire) il
conteggio dei fallimenti del 2009 ha già superato quota 100. Anche le
banche più grandi non gioiscono. Citigroup, che tra i colossi è quello più
“banca tradizionale”, ha perso oltre 3 miliardi di dollari nel 3°
trimestre. Bank of America 1 miliardo.
Per le banche che fanno trading, invece, gli utili esplodono. La ripresa
dei mercati ha gonfiato i profitti da trading delle banche d’affari. La
mitica Goldman Sachs ha consegnato al pubblico una trimestrale che
evidenzia 10 miliardi di dollari di profitti da trading, con un utile
trimestrale di 3 miliardi. JP Morgan, grazie ai ricavi da trading
obbligazionario ha quintuplicato gli utili, portandoli a 3,6 miliardi di
dollari. Detto per inciso, gli accantonamenti di queste due banche
d’affari per pagare bonus a fine anno sono già arrivati a 22 miliardi di
dollari. Al G20 non ci hanno detto “basta bonus”?
Avevo già evidenziato in passato come l’aumento del potere di mercato, che
le poche grandi banche d’affari rimaste hanno a loro disposizione in
seguito alla scomparsa della maggior parte delle concorrenti (fallite o
assorbite), possa nuocere alla trasparenza del mercato. Queste trimestrali
ci confermano purtroppo il filo rosso che unisce i profitti delle banche
con la salita dei mercati, che vengono spinti al rialzo dalle operazioni
di trading delle banche stesse. Un circolo virtuoso (o vizioso?) che ha
distrutto i fondamenti del mercato e consegnato un enorme potere
manipolatorio nelle mani di queste due o tre banche.
Avanti di questo passo il mercato assomiglierà sempre più ad una bisca
dove alcuni giocatori hanno le carte truccate. Con la completa negligenza
delle autorità, che per ora assecondano questa pratica perché fa comodo
che i mercati salgano. Bisogna diffondere fiducia. Se ne accorgeranno
quando queste due o tre banche, preso atto dell’eccessivo scollamento tra
valori di borsa ed economia, decideranno che è venuto il momento di fare
utili al ribasso anziché al rialzo. Allora vedrete che le autorità scopri
ranno l’acqua calda.
Torniamo allo scollamento tra economia reale e mercati. L’economia reale
abbiamo visto che ha recuperato pochissimo dai livelli minimi raggiunti
nel pieno della recessione.
I mercati azionari principali invece hanno recuperato quasi il 50%
dell’intero calo dai massimi del 2007. Il nostro no, è fermo intorno al
35%.
Comprendo che le borse abbiano reagito all’eccesso di pessimismo che si è
avuto nei primi tre mesi di quest’anno, quando sembrava che il modo
dovesse finire e tutte le banche dovessero chiudere.
L’aver scoperto che il mondo non è finito e che l’inondazione di liquidità
e di spesa pubblica ha salvato l’economia mondiale dal baratro, giustifica
un bel rimbalzo. Tuttavia recuperare metà del calo è eccessivo, anche
perché dobbiamo considerare che il precedente rialzo si era portato ben
oltre i livelli compatibili con l’economia.
A spanne possiamo valutare che l’attuale livello del mercato azionario
sarebbe compatibile con un’economia che avesse recuperato almeno i 2/3 del
calo del PIL portatoci dalla recessione.
Per ora l’economia non ha recuperato quasi nulla. Lo farà prossimamente?
Lo speriamo, ovviamente. Ma l’ottimismo della volontà non può oscurare il
realismo della ragione.
Altrimenti il risveglio dal sogno potrebbe essere molto spiacevole.
QUALCUNO STA SBAGLIANDO
Se guardiamo ai mercati con un po’ di attenzione ci accorgiamo che vi
è un’altra questione di notevole portata che non quadra. Si tratta della
relazione “intermarket” che tradizionalmente lega l’impostazione dei vari
mercati. Questa regola di comportamento pare ora saltata.
Mi spiego meglio. Come sanno tutti coloro che frequentano i mercati da un
po’ di tempo, i mercati obbligazionari scontano l’andamento futuro dei
tassi, i mercati azionari scontano l’andamento futuro degli utili, quindi
della crescita economica, i mercati delle materie prime ed ancor più
quelli dei metalli preziosi (beni rifugio) sono invece sensibili
all’inflazione.
Pertanto normalmente l’analisi comparata del comportamento di tali mercati
evidenzia alcune “regole” abbastanza ricorrenti:
1) Quando i mercati azionari salgono in modo significativo quelli
obbligazionari non salgono, anzi tendono a scendere e viceversa. Il motivo
è che una crescita dell’azionario sconta una forte crescita dell’economia,
che si accompagna a tassi di interesse in aumento, perché le autorità
monetarie cercano così di prevenire o contrastare le spinte
inflazionistiche. Pertanto il mercato obbligazionario flette.
2) Quando i mercati dei metalli preziosi salgono quelli obbligazionari
scendono e viceversa. Il carattere di “beni rifugio” dei metalli preziosi
ne consiglia l’acquisto quando si teme un inasprimento dell’inflazione e
la perdita del potere d’acquisto del denaro. In tempi di inflazione i
rendimenti reali scendono, per cui i prezzi sui mercati obbligazionari
flettono.
Queste due regole di correlazione si verificano quando le attese degli
operatori circa il futuro dell’economia convergono. Possono esserci
situazioni di allontanamento da questi equilibri quando si verificano fasi
di grande incertezza sugli scenari futuri oppure nei punti di svolta
dell’economia.
Sembra proprio che si stia verificando una situazione di questo tipo.
Infatti salgono sia l’azionario che l’obbligazionario. Il primo
evidentemente sconta una forte ripresa a V. Il secondo sembra prevedere
addirittura deflazione, possibile solo se la crisi continuerà a far
marcire l’economia.
Inoltre salgono sia il mercato obbligazionario che l’oro. Se il primo
sconta deflazione, il secondo annuncia inflazione.
Tutto ciò non ha molto senso. E’ come se gli operatori fossero impazziti,
o se questi mercati fossero trainati da forze che hanno perso ogni
contatto con l’economia, oppure se l’andamento futuro dell’economia fosse
così illeggibile da portare gli operatori ad assumere come plausibile
tutto ed il suo contrario.
A volte queste cose succedono. Gli esperti chiamano “bolle” queste
situazioni di scostamento dai fondamentali.
Il problema è che non sappiamo quanto queste situazioni possano durare.
Tuttavia possiamo essere certi di due cose:
1) Sui mercati qualcuno sta sbagliando. Per ora non sappiamo chi. Tuttavia
non è possibile continuare ad avere ragione tutti per molto tempo,
investendo su scenari opposti. Se verrà la ripresa economica avranno avuto
ragione i rialzisti sull’azionario e sull’oro, mentre gli investitori in
obbligazioni subiranno perdite in conto capitale. Se avremo un esito
dell’economia a “W” con una seconda gamba recessiva e l’affermazione di
uno scenario di deflazione prolungata, vorrà dire che avranno sbagliato
quelli che continuano a comprare azioni. Potrebbero aver avuto ragione
anche coloro che comprano oro, se la depressione stimolerà nuove ondate di
panico e si diffonderà la paura della fine del mondo (finanziario). La
festa per gli obbligazionisti potrebbe continuare, ma solo per quelli
investiti sui titoli governativi più affidabili, non certo chi punta sui
corporate bond o sul debito dei paesi emergenti.
2) Prima o poi i nodi verranno al pettine. Mi rendo conto che sia poco
soddisfacente l’affermazione “prima o poi”. E’ tipica di chi si abbandona
chiacchiere e prescinde dal confrontarsi col tempo. Chi opera invece è
interessato anche ad avere qualche indicazione circa il “quando”.
Ebbene: probabilmente il tempo della resa dei conti si sta avvicinando a
grandi falcate.
DIMMI QUANDO, QUANDO, QUANDO…
I miei lettori ricorderanno che, a marzo, quando ipotizzavo il rimbalzo
dell’indice SP500 fino oltre quota 1000, indicavo l’autunno come il
periodo in cui il percorso si sarebbe compiuto. Ora ci siamo.
Ma abbiamo anche altri elementi, tratti dai grafici.
SP500 sta andando ad incontrare due ostacoli, uno statico ed uno dinamico,
di enorme importanza. Per superarli le attese di ripresa non sono
sufficienti. Occorrerà che si trasformino in qualcosa di più certo.
Il primo è il livello 1.120. L’importanza di questa resistenza statica sta
nel fatto che essa rappresenta proprio il 50% esatto di recupero di tutto
il calo intervenuto dai massimi del 2007 ai minimi del marzo di quest’anno.
Superare 1.120 significa uccidere metà del terribile orso che ci
accompagna da due anni.
Per molti analisti grafici il 50% di recupero è lo spartiacque tra la
semplice correzione, destinata ad essere riassorbita nel trend principale
(ancora ribassista!) e l’inversione del trend. Insomma, per molti si pone
lì il confine tra il bene ed il male. Il superamento (chiaro e confermato
per almeno tre giorni) di quel livello spingerebbe molti a certificare
l’avvenuta inversione. Si parlerebbe allora di probabile bull market di
lungo periodo e non più di bear market rally. Gli obiettivi naturali del
movimento diventerebbero i precedenti massimi. Insomma: fine del ribasso,
migliore dei mondi possibile ed ogni correzione andrebbe trattata come
occasione di acquisto.
Il mancato superamento ci lascerebbe invece nel dubbio, anzi, lo
rafforzerebbe, che una nuova gamba recessiva ci possa trascinare
nuovamente verso il baratro di marzo, e magari si possano addirittura
toccare minimi inferiori a quel 666 del giorno 6 di marzo.
Ad avvalorare l’importanza dell’area che il mercato sta per testare,
abbiamo anche in questi giorni il passaggio da quelle parti della trend
line discendente che scaturisce unendo il massimo di ottobre 2007, da cui
partì il ribasso, ed il massimo di maggio 2008, che rappresenta il primo
significativo massimo discendente successivo. E’ l’ultima trend line che
il mercato deve ancora violare. Il suo superamento avvalorerebbe
ulteriormente le ipotesi di inversione, mentre l’incapacità di superarla
potrebbe far nascere un nuovo impulso ribassista.
I tempi sono quindi maturi. Finora sui mercati si è comprato a piene mani
il mondo che non c’è.
Non è più il tempo di illusioni. Il mondo delle speranze deve diventare
realtà. Oppure dovremo prendere atto di una realtà senza speranze.
21 settembre 2009
IL COMPLEANNO DEL CRACK
TUTTO COME PRIMA? NO.
PEGGIO
Il 15 settembre la
stampa ha celebrato il compleanno del fallimento di Lehman con grande
visibilità e numerose interviste ad economisti ed esperti. La data viene
ricordata come quella che scatenò il crollo dei mercati azionari, che da
quel giorno in sei mesi perdettero quasi il 50% del loro valore, e
l’implosione del sistema bancario mondiale.
In realtà la crisi
si era manifestata da mesi, con il salvataggio di Bear Stearns e dei
colossi federali dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac. Tuttavia nessuno
credeva che una banca grande come Lehman avrebbe potuto fallire. Nella
prima quindicina del drammatico mese di settembre 2008 le autorità si
trovarono a gestire l’insolvenza di 3 colossi: oltre Lehman, Merrill Lynch
ed il colosso assicurativo AIG.
Il tesoro decise di
salvare AIG, Merrill riuscì a farsi comprare da Bank of America, ma Lehman
non trovò compratori. Fed e Tesoro decisero di lasciarla fallire in un
drammatico week-end di cui molti particolari devono ancora essere
raccontati. Attendiamo l’uscita delle memorie di Paulson, che non mancherà
di togliersi qualche bel sassolino dalla scarpa.
L’evento provocò una
gigantesca crisi di fiducia, che spinse le banche a bloccare del tutto la
loro attività di erogazione del credito. Ciò causò la frenata
dell’attività commerciale, che senza credito non può tirare avanti, e il
blocco della produzione, manifestatasi nei terribili due trimestri
seguenti.
Quasi tutti
ritengono che allora si commise un errore, permettendo il fallimento di
una grossa banca come Lehman e che il disastro venne evitato solo grazie
all’abilità di Bernanke ed alle misure straordinarie dei governi di tutto
il pianeta.
Pochi sono andati al
di là della presa d’atto, per rispondere a due domandine: perché le
autorità presero quella decisione sbagliata? Perché dei 3 responsabili di
quella decisione (Paulson, Bernanke e Geithner) solo il primo è stato
messo al palo, mentre gli altri due sono stati promossi o lodati come i
salvatori dell’economia?
Alla prima domanda
ha provato a rispondere Kenneth Rogoff, ex capo economista del FMI.
Secondo lui le autorità scelsero il male minore. Temevano che salvare sia
AIG che Lehman avrebbe scatenato i liberisti, difensori del mercato libero
e nemici dell’intervento dello Stato nell’economia. Siccome AIG era un
colosso in grado di creare danni superiori a Lehman in caso di fallimento,
quest’ultimo venne designato come vittima sacrificale. D'altra parte lo
shock che sarebbe derivato alla finanza mondiale doveva raggiungere
l’obiettivo di smuovere i governi ed obbligarli ad assumere quei
provvedimenti d’emergenza che difficilmente sarebbero stati presi se
Lehman fosse stata salvata.
Insomma: secondo
Rogoff, Lehman è stata sacrificata per imporre a Bush l’impegno di oltre
2.500 miliardi di dollari di denaro pubblico per salvare le altre banche.
La seconda domanda è
piuttosto curiosa: infatti solo Paulson, l’ex ministro del Tesoro di Bush,
ha pagato con l’esposizione al pubblico ludibrio e viene additato come
l’unico vero responsabile della devastazione finanziaria. Gli altri due
sono stati beatificati: Geithner ha preso il posto di Paulson al Tesoro,
mentre Bernanke è stato riconfermato per acclamazione al timone della Fed
per altri 4 anni e indicato come il salvatore del mondo.
Misteri della
politica: la sfortuna di Paulson è stata quella di essere legato
all’eterno bamboccione George W. Bush, sconfitto alle elezioni e rimandato
nel suo ranch a giocare a golf col cane. Gli altri due, potendolo fare,
sono lestamente saltati sul carro del mitico Obama e stanno vivendo di
luce riflessa dal suo carisma mediatico.
La mia opinione è
invece che tutti e tre siano colpevoli allo stesso modo del disastro. Ma
non, come tutti dicono, per aver lasciato fallire Lehman. Se
l’interpretazione di Rogoff è giusta, salvare anche Lehman avrebbe fornito
un alibi ai politici per non intervenire, e ci saremmo trovati in una
situazione forse peggiore.
LE COLPE DEL TRIO
Le loro colpe vanno
ricercate soprattutto in quel che non hanno fatto prima dello scoppio
della fase terminale della crisi.
Innanzitutto non
hanno frenato l’assurda giostra della finanza creativa. Questo carrozzone
è stato messo in piedi dalla lobby delle banche d’affari con la
compiacenza di Greenspan nei primi anni del decennio. Che fosse un bubbone
in grado di creare, quando sarebbe scoppiato, una crisi sistemica, era
loro noto. Perché non hanno fatto nulla per curarlo prima che fosse troppo
tardi? La dimensione della finanza derivata, quel castello di cartaccia
costruito sui mutui e su tutto quel che può essere cartolarizzato, non
poteva essere a loro sconosciuta. E’ vero che buona parte degli strumenti
derivati sono creati e negoziati al di fuori di mercati trasparenti e
regolamentati, per cui è difficile stimarne l’esatto ammontare. Ma se è
così, a maggior ragione avrebbero dovuto prendere provvedimenti per
migliorare la trasparenza e ridurne la massa, anziché permettere che
crescesse in modo esponenziale in pochi anni fino al punto di travolgere
l’intero sistema bancario. Questi personaggi sono lì, e costano parecchi
milioni di dollari l’anno ciascuno, per regolare e controllare. Se non
hanno regolato e non hanno controllato, perché mai li dobbiamo confermare
ai loro posti o promuoverli?
Ricordiamo che a
luglio del 2007, quando emerse la bomba subprime, Bernanke stimò le
conseguenze in una cifra compresa tra i 50 e 100 miliardi di perdite per
il sistema bancario americano. Solo pochi giorni dopo alcune banche
d’affari ipotizzarono cifre 20 volte maggiori. La realtà ci ha per ora
consegnato perdite di circa 25 volte maggiori. E non è finita.
Ora, ditemi. Un
ingegnere, un perito, un qualsiasi professionista, che sbagli i calcoli di
25 volte… che fine farebbe?
Per tutto il 2007,
mentre si levavano voci disperate che avvisavano su quel che stava
succedendo, che non si poteva continuare così, ad alimentare la
speculazione al rialzo e col paraocchi all’infinito (non c’era solo
Roubini, si legga il mio scritto del 23 settembre). Bernanke e la Fed
assecondarono le euforie prevedendo crescita stabile e duratura, come se
niente fosse.
Vogliamo continuare?
Allora vediamo come
è stata affrontata la crisi una volta che anche i ciechi ed i sordi se ne
sono accorti.
Tutto è partito dai
mutui subprime su cui è stato costruito un gigantesco castello di
derivati. I nullatenenti americani, senza un dollaro da parte ma con un
posto di lavoro e tanta voglia di diventare padroni di casa propria,
venivano invogliati dalle banche o dalle finanziarie da loro controllate a
richiedere mutui per comprarsela, grazie ad enormi facilitazioni (tassi
bassi, finanziamenti al 130% del valore dell’immobile a garanzia, rate
iniziali ridotte, autocertificazione del valore dell’immobile senza
nessuna perizia) e soprattutto tacendo il fatto che se i tassi di
interesse fossero risaliti e i prezzi delle case fossero scesi (come è
puntualmente successo), le rate sarebbero schizzate in alto e sarebbero
diventate indigeste. Questi mutui venivano ceduti subito ad altre società
che producevano le famigerate salsicce, i CDO, e li piazzavano sul mercato
ad altre banche o fondi di investimento, che, nonostante fosse il loro
mestiere, non capivano quanto questi titoli fossero tossici. Tutto ciò con
la benedizione della FED (che allora era guidata da Greenspan: non diamo a
Bernanke le colpe del suo predecessore) e la complicità delle agenzie di
rating.
In questa vicenda,
chi è la vittima? Secondo me i poveracci che hanno aperto il mutuo e si
sono ritrovati a perdere, nell’ordine, prima il sonno per le rate
impazzite da pagare, poi la casa pignorata, poi il lavoro quando la crisi
finanziaria si è propagata all’economia reale. Infatti ora le periferie
delle grandi città americane assomigliano sempre più alle bidonville delle
metropoli del terzo mondo.
Chi è il truffatore?
Le banche che hanno alimentato il circuito perverso con la complicità
delle agenzie di rating.
Chi è
l’incompetente? Banche e fondi che hanno impiegato incautamente il denaro
dei loro clienti nei titoli tossici senza sapere che lo fossero.
Ora, che cosa
dovrebbe fare un’autorità degna di tal nome per mettere a posto le cose
una volta che il bubbone è scoppiato? D’accordo, un’autorità degna del suo
nome non doveva consentire al bubbone di crescere, l’abbiamo già detto. Ma
chiudiamo bonariamente un occhio sul mancato controllo a priori, per
valutare il comportamento a posteriori.
SALVARE I TRUFFATORI
Scoppiata la bolla
si dovevano impegnare soldi pubblici per limitare i danni. Ovviamente
occorreva decidere chi salvare e chi lasciare affondare. Occorreva inoltre
punire i colpevoli e correggere gli incompetenti. Infine occorreva creare
le condizioni affinché questo macello non si potesse più verificare in
futuro.
Chiunque dotato di
buon senso di fronte alla scelta su quale categoria aiutare risponderebbe:
innanzitutto i truffati. Poi, dato che aumentare il debito statale
significa impegnare i soldi delle future generazioni, valutiamo se non
costa troppo salvare anche gli incompetenti, ma a patto che si redimano.
Se lo stato
americano avesse rilevato tutti i mutui subprime insolventi, ripristinando
così la garanzia per tutti i derivati costruiti su di loro (la gigantesca
piramide rovesciata che costituisce un pilastro portante della finanza
mondiale) avrebbe impedito ai cittadini insolventi di andare a dormire
sotto i ponti; avrebbe posto un argine all’avvitamento dei prezzi delle
case causato dai pignoramenti ed interrotto la spirale perversa che si è
dispiegata nei due anni successivi e dalla quale non siamo ancora fuori
oggi; avrebbe impedito il crollo dei prezzi dei titoli tossici, poiché la
garanzia statale avrebbe tranquillizzato; avrebbe ottenuto un po’ di tempo
per smontare la piramide, vietando le attività truffaldine delle banche e
obbligando le banche d’affari a ridurre con un po’ di ordine la leva
finanziaria eccessiva che avevano accumulato nel periodo della “finanza
creativa”; avrebbe potuto cercare i responsabili e punirli ed infine
creare delle regole più efficaci per impedire nuove bolle e crolli futuri.
Questo andava fatto.
Era sicuramente una soluzione equa per cercare di salvare chi più lo
merita.
Oltretutto sarebbe
costato alla collettività assai meno di quanto è costata la scelta
scellerata di salvare i truffatori e parte degli incompetenti.
Ipotizziamo pure un
indice di insolvenza clamorosamente alto: 50%.
Siccome l’ammontare
totale dei mutui subprime era di circa 1.700 miliardi di dollari, si
sarebbero spesi meno di 1.000 miliardi di denaro pubblico.
La scelta invece fu
quella di spendere tre volte tanto per salvare i truffatori bancari e
lasciar affogare i poveracci indebitati: più o meno come quelle scene del
film “Titanic”, in cui i ricchi corrotti occupano le poche scialuppe
disponibili mentre ai poveracci vengono sprangate le uscite dalla stiva.
Si è ottenuto il
risultato peggiore ad un costo maggiore.
LA DISTRUZIONE DEL
MERCATO
Ma non è tutto,
perché il sistema finanziario è stato salvato a costo di minare le
fondamenta principali del mercato, che sono la concorrenza e la
trasparenza, e di ipotecare la crescita futura.
L’efficienza dei
mercati richiede che nessun operatore sia in grado di sottrarsi alla
libera concorrenza, nessuno possa manipolarne i prezzi e nessuno possa
godere di vantaggi competitivi eccessivi. Senza la parità di condizioni,
la concorrenza è una farsa.
La scelta di evitare
a tutti i costi il fallimento le 19 banche più grandi degli USA (quelle
“too big to fail”, per intenderci) è un chiaro privilegio che alle altre,
più piccole, non è concesso. Ne sono già fallite oltre 100 solo nel 2009
ed altre 400 sono a rischio. Si tratta di una clamorosa violazione al
principio della libera concorrenza. Può essere tollerato come male minore
soltanto se le condizioni che lo hanno provocato vengono prontamente
rimosse. Se diventa permanente trasforma il mercato in barzelletta.
Da questa crisi e
dalle sue vicende è uscita una concentrazione bancaria che ha reso le più
grandi ancora più grandi di quanto fossero prima della crisi. Le banche
d’affari prima della crisi erano 6. Ora sono rimaste 2 (Goldman Sachs e
Morgan Stanley). Le altre sono state smembrate e cedute a pezzi (Lehman)
oppure acquisite da altri colossi, che pertanto sono ulteriormente
cresciuti. Goldman Sachs controlla ora più di un quarto delle transazioni
da computer che si effettuano in USA ed ha deciso di associare alla
tradizionale intermediazione per conto della clientela anche il
potenziamento del “proprietary trading”, cioè nel trading in proprio. Non
è difficile immaginare che cosa possa fare chi gestisce una massa enorme
di ordini della clientela, indirizza il sentiment del mercato con
continue indicazioni
e previsioni ed effettua il trading in proprio. Troppo facile in questo
modo far decollare gli utili ed i bonus per traders e manager nel secondo
trimestre.
La maggiore
concentrazione rende tutte queste poche banche privilegiate ancora più
“big” di prima.
E rende ridicola
l’affermazione di Obama di lunedì scorso, quando, in occasione
dell’anniversario del grande fallimento di Lehman ha voluto spargere un
po’ di retorica a beneficio dei suoi ammiratori:
“La prossima volta
non le salveremo più”.
In realtà finché
esistono colossi di questo tipo, in grado col loro fallimento di
trascinare nel baratro l’intero sistema finanziario mondiale, i governi
saranno obbligati a salvarli sempre e comunque.
Questo significa che
i governi sono di fatto in ostaggio dei banchieri. Anzi, di pochi
banchieri. Oligarchia…?
Ci voleva il
coraggio, che Obama non ha avuto, di dire: “Basta colossi bancari. Le
banche devono smembrarsi in tante strutture più piccole, autonome tra
loro”.
Nonostante i fiumi
di parole che sono stati detti e scritti in passato, non c’è una sola
funzione bancaria che non possa essere svolta in modo efficiente da banche
più piccole. Il mito delle fusioni e del gigantismo bancario è stato
alimentato solo per assecondare la conquista del potere di mercato da
parte di pochi colossi, che ora posseggono anche un potere di ricatto
politico che pone seri dubbi sull’effettività della democrazia
occidentale.
Anche la trasparenza
è stata fatta a pezzetti.
La Fed ha condotto
tutte le operazioni di salvataggio senza comunicare a chi venissero
erogati i fondi di emergenza (per il nostro bene, per non spaventare…).
L’introduzione dei
nuovi principi contabili che hanno abolito la valutazione degli asset col
principio del “mark to market” ha consentito alle banche di taroccare i
bilanci e mettere tutta la polvere dei titoli tossici sotto il tappeto. I
bilanci hanno perso anche quel poco di capacità che ancora avevano di
fotografare la situazione finanziaria di una banca. Anzi, sono diventati
lo strumento di falsificazione legale della realtà.
E’ chiaro che la
polvere non è stata eliminata, ma solo nascosta. Ma questo ha permesso nel
secondo trimestre di quest’anno di presentare utili fittizi, che hanno
consentito di ripartire con i bonus per i manager e spinto al recupero i
titoli delle banche, illudendo che le svalutazioni fossero terminate,
mentre sono solo rinviate.
Durante la crisi si
era “scoperto” che il mercato dei derivati era sfuggito ad ogni
possibilità di controllo, poiché gran parte dei 600.000 miliardi di
derivati presenti a livello mondiale venivano scambiati al di fuori di
mercati ufficiali. Gli scambi “Over the Counter” sono transazioni
bilaterali effettuate su circuiti bancari senza tutti i meccanismi di
controllo della liquidità e del rischio (stanze di compensazione,
standardizzazione dei contratti, margini di garanzia, organismi di
vigilanza, trasparenza e concentrazione delle proposte di scambio) che
sono invece previsti per i derivati regolamentati. Non è nemmeno possibile
avere un’esatta percezione dell’ammontare di tali contratti e
dell’esposizione al rischio di insolvenza da parte degli operatori.
La crisi doveva
essere l’occasione per ridurre drasticamente questo tipo di
contrattazioni, addomesticandole all’interno di mercati trasparenti e
regolamentati. Nulla è stato fatto.
La massa di questi
strumenti, vere e proprie mine vaganti, è libera di tornare ad espandersi
con il ritorno della fiducia e la rinascita della speculazione, fino al
prossimo crack.
A pesare sul futuro
delle economie sarà poi anche l’eredità lasciata dalle misure governative.
Le attività tossiche drenate dalla Fed per aiutare le banche e l’enorme
liquidità immessa nel sistema ha portato il suo attivo di bilancio da 800
a 2.200 miliardi. Il debito Federale americano viaggia verso il raddoppio.
Al momento si parla
di exit strategy soltanto per dire che è prematura. Per cui
l’indebitamento continuerà a salire.
Non c’è dubbio però
che, se i segnali di ripresa dell’economia si consolideranno un pochino,
la Fed dovrà iniziare a stringere il credito ed alzare i tassi e queste
manovre restrittive si aggiungeranno alla pioggia di titoli pubblici che i
governi stanno cominciando ad emettere per finanziare tutte le manovre di
stimolo dei mesi scorsi e dei prossimi. Le conseguenze sulla possibilità
di crescita futura saranno enormi.
Questo è lo scenario
migliore. Ma mi chiedo che cosa mai si potrebbe ancora mettere in campo se
per caso la ripresa non si consolidasse, a dispetto delle unanimi
previsioni, e magari tra qualche mese arrivasse una seconda gamba di
recessione.
Non ci sono più
spazi di manovra. Dopo aver bruciato il futuro dei figli si dovrebbe
passare a quello dei nipoti. Ma fino a quando si potrà continuare a
stampare carta straccia?
In conclusione,
anche se il rimbalzo dei mercati, che sembra senza fine, ha portato i
media a celebrare il compleanno di Lehman con toni trionfalistici e lodi
sperticate al mitico Bernanke, e poche voci si sono levate in disaccordo
con questa “tesi ufficiale”, mi sento di sottoscrivere in pieno la tesi
del Premio Nobel Joseph Stigliz, che pochi giorni fa ha affermato che ad
un anno dall’inizio della crisi il sistema bancario USA “sta peggio di
prima” ed il governo Obama è ostaggio dei banchieri.
Il potere
dell’”illusionismo finanziario” è enorme. Ma può solo ritardare la resa
dei conti. Per evitarla occorrono le misure che ho indicato, ma che
certamente questa volta non vedremo attuate. Ci toccherà aspettare la
prossima crisi…. il prossimo Bernanke… il prossimo Obama.
IL TORO E’ STANCO…
Il mercato azionario,
dopo il terribile semestre settembre ’08 – febbraio ’09, ne ha vissuto uno
da incorniciare a partire da metà marzo.
Attuando un rimbalzo
prodigioso e senza dolorose correzioni, SP500, che rappresenta l’indice
guida per il mercato azionario mondiale, ha recuperato molto della
dolorosissima discesa del 2008, rimbalzando dal minimo del 6.3 di 666
punti fino al massimo di giovedì scorso di 1.074.
I miei lettori
ricorderanno che avevo indicato come obiettivo del movimento rialzista
estivo l’area tra 1.040 e 1.050. Pertanto l’obiettivo è stato raggiunto e
addirittura superato di qualche punto.
Se facciamo due conti
si è trattato di un rimbalzo del 61%. Questo rimbalzo ha permesso di
recuperare molte perdite a chi ha resistito senza vendere per tutta la
fase ribassista precedente, durata ben 17 mesi (all’ottobre 2007 al marzo
2009). Certo, chi avesse comprato l’intero indice il giorno del massimo
assoluto (11.10.2007) lo avrebbe pagato 1576 punti e vederlo giovedì a
1074 avrebbe solamente alleviato la pena. La perdita sarebbe ancora del
32% circa, che non è poco.
Però tutti coloro che
hanno comprato dopo i primi giorni dello scorso ottobre sono almeno in
pareggio, e chi è stato così temerario da investire nel marzo scorso
guarda il futuro con occhi piuttosto fiduciosi, qualunque cosa accada da
oggi in poi.
Cerchiamo però di
vedere che cosa può accadere da oggi in poi, secondo l’analisi grafica.
Innanzitutto definiamo
l’attuale trend di breve periodo come chiaramente rialzista, così come è
diventato da luglio in poi anche quello di medio periodo. Rimane ancora
impostato al ribasso solo il trend di lungo termine.
Il trend di breve,
secondo i grafici, rimarrà solido al di sopra di area 1.040, che, mentre
ha fatto da resistenza fino al suo superamento, dobbiamo pensare che ora
farà da supporto ed attirerà compratori se l’indice vi si appoggerà
dall’alto.
Al di sotto di 1.040 il
trend di breve comincerà a porre dei dubbi, ma non potremo mandarlo al
cimitero fino allo sfondamento di area 990.
La rottura di area 990
farà vacillare le certezze anche agli investitori di medio periodo, che
però potranno resistere fino 880 punti prima di vedere il termine del
trend rialzista.
Riguardo al trend di
lungo periodo il discorso è diverso, poiché è ancora impostato
negativamente e lo sarà fino a quando non verranno superati ostacoli
dinamici e statici che al momento non sono ancora stati avvicinati. Mi
riferisco alla trend-line ribassista che unisce i principali massimi
discendenti degli ultimi due anni, che nei prossimi giorni transiterà in
area 1.130, ed ai principali livelli di ritracciamento che secondo la
teoria di Fibonacci si possono individuare. Il 38,2% di ritracciamento
dell’intero movimento ribassista è già stato superato, mentre il 50% passa
proprio in area 1.120, in corrispondenza del livello che raggiungerà la
trend-line di cui sopra ad inizio ottobre.
La prosecuzione del
movimento rialzista penso che troverà lì un ostacolo veramente improbo, se
avrà la forza di arrivarci. Superato quel livello potremmo dichiarare
definitivamente morto anche l’orso di lungo periodo.
Dal punto di vista
dinamico la continuità del movimento rialzista è stata molto accentuata e
sugli indicatori che potrei definire “di buon senso” (RSI, Stocastico) si
vedono eccessi e divergenze ribassiste, che rendono probabile una
correzione.
Tuttavia a questo punto
non escludo affatto che si possa arrivare alla resa dei conti con il trend
ribassista di lungo periodo. Il superamento invece mi appare piuttosto
difficile senza una correzione piuttosto significativa, che permetta di
“ripulire” il mercato dai suoi eccessi e consenta, a chi ha perso il treno
o non ha creduto a questo rialzo, di entrare a prezzi migliori. D’altra
parte occorrerà che la correzione riesca a mantenersi piuttosto
“controllata” e non vada ad infrangere i livelli di controllo del trend
medio, perché altrimenti la situazione potrebbe scappare nuovamente di
mano e far tornare d’attualità i vecchi scenari ribassisti che vedono
SP500 raggiungere minimi addirittura inferiori a quelli segnati a marzo.
E’ ovviamente
un’eventualità che ora pare assolutamente demenziale.
Ricordo però che nella
primavera dello scorso anno ch avesse ipotizzato il raggiungimento di 666
sarebbe stato internato, così come ricordo i sorrisini di chi, nel maggio
scorso, alla Fiera di Rimini, mi ha sentito indicare un obiettivo
rialzista a quota 1.050.
Dopo quel che è
successo lo scorso anno non dimentichiamo che tutto è diventato possibile.
A sostegno
dell’impossibile porto una riflessione sull’indice VIX, che ho in passato
definito come l’”indice della paura”, perché misura la volatilità
implicita che i market makers si fanno pagare sulle opzioni sull’indice
SP500. Questo indice sale nei momenti di panico ribassista, mentre si
adagia al ribasso quando tutto va bene ed i mercati salgono
tranquillamente.
Dopo aver segnato
addirittura quota
90 a fine ottobre 2008, l’indice ha cominciato
lentamente a scendere e durante i minimi di marzo non è più riuscito a
tornare al di sopra di 50. Anzi, realizzò allora delle divergenze di
comportamento con l’indice (l’indice faceva minimi discendenti mentre il
VIX faceva massimi discendenti) che potevano far supporre un rimbalzo
significativo dei mercati. Cosa che peraltro avvenne e riuscì in estate a
calmare il VIX fino a quota 22.
Però da luglio in
avanti, nonostante la continuazione del rialzo dell’indice, il VIX non è
mai riuscito a portarsi al di sotto di 22. Anzi, sta realizzando una fase
che potrei definire “di accumulazione” al di sopra di 22, che rappresenta
anch’essa una divergenza rispetto alle attese teoriche.
Pertanto se
l’accumulazione di forza, che si vede in queste settimane, riuscirà a
scaricarsi in un impulso di volatilità, potrebbe venire quella paura
sufficiente a farci vedere sui mercati cose oggi inattese dai più.
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