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Pierluigi Gerbino

4° class. al Campionato Italiano di Trading Top Trader 2000

 

 

 


 

 

10 GIUGNO 2008



LA TEMPESTA PERFETTA. E LA FED HA L’OMBRELLO FUORI USO


Supponiamo che in un solo giorno il prezzo del petrolio decolli di 11 dollari, salendo di oltre il 10% e venga addirittura sospeso per una parte della seduta (evento storico), il dollaro si riporti quasi ai minimi nei confronti dell’euro perdendo due centesimi (che per questo cambio è moltissimo), i principali indici azionari USA perdano oltre il 3%, annullando completamente il tentativo di recupero del giorno precedente. Come potremmo definire questo evento, se non l’innesco di una possibile “tempesta perfetta”?
E’ quel che è successo venerdì 8 giugno, in una giornata in cui si sono materializzati insieme tutti i fantasmi che sembravano scomparsi o in grado di non nuocere ai mercati. Una giornata come questa ha avuto la fortuna di essere seguita da un week-end, ed è stato ciò che a mio parere ha salvato i mercati da un massacro emotivo.
Fino a venerdì scorso sembrava che il peggio della crisi americana fosse alle spalle, secondo quanto dichiarato dai due principali responsabili dell’economia a stelle striscienei giorni precedenti. Sia Bernanke, capo della Federal Reserve, che il Ministro del Tesoro Paulson si erano lasciati andare a dichiarazioni fiduciose sullo stato di salute economica dell’America, con rassicuranti messaggi sulla prossima uscita dal tunnel della crisi scansando la recessione. Ora la percezione della situazione da parte dei mercati appare totalmente differente.
Vediamo allora quali sono questi spettri di cattivo auspicio.
Il primo è l’inflazione, che in realtà si è già presentato nei giorni precedenti, quando sia Trichet che Bernanke. Alla guida delle due principali banche centrali del mondo, hanno dovuto ammettere che su questo terreno le cose stanno peggio del previsto e per evitare avvitamenti dovrà essere fermata e forse invertita la politica del “denaro facile” a cui la Federal Reserve ha attinto a piene mani e che tutti invocavano anche da parte della BCE. I mercati, che continuavano tenacemente ad ipotizzare futuri tagli ai tassi hanno dovuto prendere atto che la migliore delle ipotesi è diventata quella di tassi fermi. La BCE, per bocca di Trichet, ha addirittura voluto comunicare chiaramente che fin dal prossimo mese un rialzo, per ora simbolico, è l’evento più probabile.
Questo cambiamento repentino di politica è l’ammissione che le munizioni usate per sparare alla recessione e per difendere i mercati non possono più essere usate, perché il nemico stagnazione ha preso in ostaggio il potere d’acquisto e se ne fa scudo. Sparando contro la stagnazione si rischia perciò di colpire l’ostaggio.
E’ un mutamento importante perché il taglio dei tassi e la continua immissione di liquidità è proprio l’arma che finora ha permesso ai mercati di credere che la crisi sarebbe stata superata a breve.
Il secondo fantasma sono le bugie del sistema bancario.
Si è sostenuto nelle ultime settimane che quel che doveva emergere dal fronte delle svalutazioni bancarie probabilmente era emerso e che il discutibile ed epocale salvataggio di Bear Stearns da parte di JPMorgan con i soldi pubblici sarebbe stato probabilmente l’ultima e definitiva battaglia vinta dalla Fed.
Negli ultimi giorni però è emerso che il modello che le banche e le assicurazioni usano per calcolare le perdite fa un po’ acqua, per cui non siamo più così sicuri che le perdite siano soltanto quelle che finora sono venute fuori.
Praticamente il problema è valorizzare quella enorme massa di strumenti finanziari basati sui mutui subprime (CDO, ABS, commercial paper immobiliari) che non hanno più mercato perché nessuno li compra. Il valore lo si ricava applicando modelli matematici che stimano il valore teorico. Il problema però è che il valore è puramente teorico, poiché niente assicura che tale valore residuo possa essere veramente realizzato. La dimensione del problema è enorme, poiché qualcuno stima che per alcune tra le principali banche USA queste “immobilizzazioni forzate” superino la loro stessa capitalizzazione di borsa. Questo fatto ha provocato il credit crunch nei mesi scorsi, poiché ha significato il blocco delle possibilità di finanziarsi, fronteggiato in parte dalle misure di accesso privilegiato al credito attuate dalla FED.
Il problema ora si complica perché qualcuno piuttosto importante (la SEC, cioè la Consob americana ed alcune procure) sta valutando se i modelli matematici usati siano realistici o se invece si tratti di modelli un po’ troppo “tolleranti”. Nel secondo caso è evidente che i delle svalutazioni si debbano riaprire e reagisce riportando i titoli finanziari USA sui minimi di marzo, mentre da Lehman Brothers vengono indicazioni di nuove ed impreviste sofferenze e necessità di aumenti di capitali indigesti per il mercato.
Il terzo fantasma che da venerdì preoccupa i mercati è quello della recessione, che torna a far capolino dopo il dato non positivo sul mercato del lavoro americano.
Intendiamoci. Il dato pubblicato, relativo alla diminuzione dei posti di lavoro per 49.000 unità non è stato in sé negativo. Gli analisti ne stimavano addirittura di più.
Occorre tuttavia ricordare la distorsione statistica che il metodo attuato dal Dipartimento del Lavoro USA produce nelle stime. Una distorsione che viene generalmente corretta qualche trimestre più tardi. A conferma di ciò il 21 maggio è stata pubblicata la revisione ufficiale delle stime pubblicate nel 3° trimestre 2007. Ebbene, quello che originariamente era stato presentato come un trimestre positivo per l’occupazione, con la creazione di 206.000 posti di lavoro, a distanza di 8 mesi i dati sono stati corretti in negativo per 441.000 unità e sono diventati -235.000 buste paga.
Nel frattempo a fine 2007 la comunità degli analisti ha potuto stupirsi di quanto l’economia americana sembrasse ancora vitale ed i mercati esultare portandosi oltre i massimi assoluti, quando nella realtà l’economia Usa aveva già cominciato a licenziare. Peccato che ce l’abbiano comunicato ufficialmente solo 20 giorni fa e che i mezzi di informazione non ne abbiano minimamente parlato.

Attendiamo perciò con santa pazienza e mesta rassegnazione che vengano rifatti i conti anche dei mesi scorsi. Probabilmente tra 8 mesi scopriremo che la perdita di posti di lavoro è stata ben superiore alle modeste stime provvisorie.
I mercati comunque venerdì scorso sono rimasti molto impressionati dall’aumento del tasso di disoccupazione, passato dal 5 al 5,5% in un solo mese, con un incremento che non si vedeva da 22 anni.
A partire da maggio dello scorso anno, quando ammontava al 4,5%, il tasso di disoccupazione ha fatto segnare un incremento di un punto percentuale. I seminatori di belle speranze ci hanno puntualmente avvisato che il motivo di tale balzo era riconducibile al fatto che molti studenti si erano iscritti nelle forze di lavoro tutti insieme. Una semplice distorsione statistica (questa ce la comunicano). In realtà tutte le categorie di lavoratori hanno rimarcato un aumento significativo di disoccupazione, per cui la distorsione statistica accentua di poco un fenomeno di per sé evidente.
Quel che forse non tutti sanno è che esiste una relazione molto forte tra tasso di disoccupazione e recessioni negli USA.
La tabella mostra in rosa i periodi di recessione ufficiale negli USA nel dopoguerra e li sovrappone al tasso di disoccupazione. Il risultato è inequivocabile. Ogni volta che la disoccupazione è salita di almeno un punto percentuale gli Stati Uniti hanno vissuto un periodo di recessione. Se questa volta non capitasse sarebbe un caso eccezionale.
Ecco perché molti hanno ricominciato a grattarsi la testa preoccupati.

 

02 GIUGNO 2008

SI FESTEGGIA LA MANCATA RECESSIONE. INTANTO ARRIVA LA STAGFLAZIONE

Mentre in queste settimane si è passato il tempo ad esultare per lo scampato pericolo dalla recessione USA, nel mondo si sta imponendo un pericolo altrettanto insidioso per i mercati finanziari, oltre che per le tasche dei cittadini. Il mostro degli anni ’70, quello che riuscì a piegare le economie per anni in un vortice di bassa o inesistente crescita accompagnata da erosione della ricchezza dei cittadini e dele risparmio, sembra nuovamente far capolino dietro l’angolo. Torna il fantasma della stagflazione.

Le schiere degli ottimisti prezzolati (analisti delle banche d’affari, promotori piazzisti di fondi, governi ed autorità monetarie) che per dovere istituzionale non possono che prevedere la fine delle difficoltà e la luce in fondo al tunnel, altrimenti non campano, stanno ancora esultando per il dato sul PIL USA del 1° trimestre, che pochi giorni fa è stato addirittura rivisto dal +0,6% al +0,9% su base annua e sembra dimostrare che forse questa volta gli USA eviteranno la recessione.

Ricordo che tecnicamente si parla di recessione se vengono comunicati due trimestri consecutivi con variazione negativa del PIL. Siccome tutti hanno fiducia negli effetti taumaturgici dell’aiutino che Bush ha inviato in questi giorni agli americani (160 miliardi di dollari di rimborsi fiscali salva-mutui, non bruscolini), si pensa che avremo in negativo soltanto il 2° trimestre, che è arrivato ai 2/3 del suo percorso accompagnato da dati macro ancora brutti. Poi la corsa a spendere il regalo di fine mandato del Presidente uscente consentirà di rianimare i consumi e far riprendere al PIL la via della crescita nel terzo e soprattutto nel quarto trimestre. Tutto è bene quel che finisce bene: torniamo a comprare.

Sull’onda di questa convinzione i mercati hanno esteso il loro rimbalzo fino al 19 maggio e sono arrivati a recuperare buona parte del calo partito dai massimi del novembre 2007 e durato 5 mesi. SP500, il più rappresentativo indice del mercato USA ha realizzato un recupero proprio di circa il 60% della precedente discesa ed è arrivato molto vicino al punto oltre il quale gli analisti grafici avrebbero dovuto cambiare idea e prendere in forte considerazione l’eventualità che quella in corso fosse una sorta di riedizione del 1998. Allora i mercati barcollarono, a causa della crisi russa e del fallimento del grande hedge fund LTCM (quello che si vantava di essere gestito con la consulenza di tre Premi Nobel per l’economia), ma l’economia evitò la recessione ed i mercati ripartirono per l’euforico biennio ’99-2000 e nuovi sfavillanti massimi, trascinati dalla new economy.

Apparentemente una situazione simile a quella odierna. Graficamente, se SP500 riuscirà a riportarsi oltre il massimo del 19 maggio a 1.440 e supererà anche quota 1.455, che equivale al 61,8% di ritracciamento del calo dai massimi di novembre, fornirà un segnale di forza che avrà come primo obiettivo il ritorno ai massimi assoluti (1.576) e magari oltre, se l’euforia tornerà a farla da padrona.

Le analogie con il 1998 però, a mio parere, finiscono qui, per cui mi sbilancio ad affermare che, se l’andamento dell’economia significa ancora qualcosa per i mercati, lo scenario grafico ottimista ha poche probabilità di avverarsi, checchè ne dicano i seminatori di entusiasmo che hanno ricominciato ad occupare la scena.

Infatti da un lato guardo con molto scetticismo il dato positivo del PIL americano, ottenuto grazie alle esportazioni favorite dal mini dollaro (di cui tutti gli ottimisti prevedono la ripresa: se sarà così questo sostegno in futuro verrà a mancare), alle scorte di magazzino invendute (che sono un segno di enorme debolezza della domanda e non di forza della produzione, e dovranno essere riassorbite con minore PIL futuro), al trucchetto contabile di deflazionare i consumi con un deflatore che riflette l’inflazione “core” (al netto degli aumenti di prezzo di energia ed alimentari), che è il 2,6%, anzichè l’inflazione globale, mediamente intorno al 4% nel trimestre. Questo trucchetto ha consentito quasi l’1% di contributo fasullo alla crescita del PIL. Senza questi trucchetti il PIL sarebbe sceso, e non salito al ritmo di +0,9% annuo.

Dall’altro lato guardo con grande preoccupazione alla continua iniezione di liquidità che la Federal Reserve sta inutilmente pompando nel sistema bancario nel tentativo, per ora vano, di far arrivare credito al sistema economico. Le banche continuano ad irrigidire le condizioni per la concessione di prestiti (fanno fatica addirittura a prestarsi i soldi tra loro) e non trasmettono all’economia lo stimolo espansivo provocato dal calo degli interessi ufficiali al 2%. In tali condizioni pompare liquidità serve solo ad alimentare l’inflazione.

Non è perciò un caso che la peggiore delle notizie ultimamente giunte è proprio il ritorno prepotente dell’inflazione, come conseguenza dell’esagerato aumento dei prezzi di petrolio ed alimentari. Guarda caso, proprio di quei generi che nel calcolo dell’inflazione “core”, la prediletta da Bernanke e soci, non vengono conteggiati. Perciò abbiamo la paradossale situazione che la Fed, pur destando preoccupazioni, al momento l’inflazione è ancora contenuta, mentre tutti gli altri americani, che dovendo purtroppo mangiare, scaldarsi e viaggiare, devono acquistare anche i beni “non core”, percepiscono una forte erosione del potere d’acquisto. Una evidenza che è ben testimoniata dal continuo calo della fiducia dei consumatori americani, elaborata dal Conference Board, che nell’ultima rilevazione del 27 maggio ha fotografato un dato globale a 57,2, il minimo dall’ottobre 1992. E’ molto interessante però andare a scavare nelle varie componenti dell’indice. Si nota che sia la valutazione della situazione corrente che le aspettative future sono in calo. Però le aspettative si sono ridotte ad un livello di fiducia che per ritrovarlo così basso occorre andare indietro fino al 1973 (guarda caso quando ci fu la stagflazione). Ed è proprio la componente delle attese sui prezzi futuri a fornire il maggior contributo di sfiducia alle aspettative. Negli USA il tasso globale è ora misurato al 3,9%. Gli americani si attendono però mediamente per il prossimo anno una inflazione in salita fino al 7,7%, quando solo qualche mese fa attendevano poco più del 5%. Il calo di fiducia si motiva perciò con questa percezione dello dello shock inflazionistico addirittura in accentuazione, mentre il contributo del rimborso fiscale, positivo per le loro tasche, viene visto come transitorio.

A questo proposito, anche per calmierare un po’  l’ottimismo di maniera di chi pensa che regalando 160 miliardi una tantum si possa far ripartire l’economia USA, è molto illuminante il risultato di un sondaggio, pubblicato da Mish’s Global Economic Trend Analysis, su come gli americani pensano di utilizzare la somma che Bush ha regalato: ebbene, il 45% la userà per pagare debiti e il 18% la risparmierà. L’impatto positivo sui consumi si riduce così a poco più di un terzo di tale somma. Un po’ pochino per affidare solo ad esso l’arduo compito di far ripartire l’allegra locomotiva del consumismo yankee.

Faccio notare che il diffondersi nel vasto pubblico di attese inflazionistiche, magari addirittura esagerate (personalmente condivido il timore di un aumento dell’inflazione in USA, ma non riesco a vederla fino al 7,7% tra un anno, nemmeno dando fondo a tutta la mia capacità di pessimismo, che alcuni lettori mi attribuiscono molto spiccata), consente all’inflazione di alimentarsi, poiché portando alla rassegnazione chi la subisce, ne abbassa le difese, mentre spinge chi aumenta i prezzi a farlo sempre più, dato che il sistema, prevedendoli, è portato ad accettare senza lamentarsi molto aumenti dei prezzi anche non troppo giustificati.

Dobbiamo prendere atto che la lunga epopea della stabilità dei prezzi è giunta al termine.

Pressioni verso una rinascita dell’inflazione globale si diffondono uniformemente già ora in tutto il mondo. Anche in Europa ci avviciniamo al 4%, la Cina è ormai praticamene al 10%, l’India registra oltre l’8%, la Russia è al 14%. L’unico paradiso rimasto contro l’erosione dei prezzi è in Giappone, a costo di una stagnazione ormai decennale, ma anche lì qualcosa comincia a muoversi.

L’evento non sarà senza conseguenze. E saranno conseguenze di lungo periodo.

Per cui avremo occasione di tornarci chissà ancora quante volte.

Per ora godiamoci le partite degli imminenti Europei di calcio e l’altrettanto interessante match tra rialzisti e ribassisti, che si sta giocando sui mercati finanziari. Oltre 1.455 di SP500 vinceranno i rialzisti e si tornerà ai massimi. Sotto 1.370 avranno la meglio i ribassisti e si tornerà probabilmete a ritestare i minimi di marzo. All’interno di questi due livelli è pareggio e si potrebbe andare ai supplementari per alcune settimane.


 

Anno 2008 Numero 5 del 6 Maggio

COLPO DI SPUGNA


RECESSIONE ? MA VA LA’!!… E’ ARRIVATO IL COLPO DI SPUGNA

Sui mercati è arrivato il colpo di spugna. Fino a pochissime settimane fa c’era il timore di una crisi finanziaria mondiale, con effetti di lungo periodo imprevedibili e forse devastanti, al punto che non mancava chi parlasse di fine del sistema finanziario americano, su cui poggia tutta quanta la globalizzazione.
A cancellare tutti i timori ha provveduto una dose massiccia di tranquillanti che ha fatto dimenticare ai risparmiatori tutte le precedenti ansie, ma ha mandato in tilt la capacità di comprensione di chi ricerca un po’ di razionalità dietro le oscillazioni degli indici.
Se non fosse per la certezza che le autorità che sovrintendono ai mercati svolgono a dovere il loro obbligo di garantire la regolarità e la trasparenza delle contrattazioni (?!) ci sarebbe quasi da pensare che dietro i movimenti isterici delle borse ci sia una regia occulta che spinge regolarmente verso opposti estremismi le naturali forze che si confrontano quotidianamente nel tentare di dare un valore agli strumenti finanziari.


Ricapitoliamo quel che è successo.
Nei primi tre mesi del 2008 il capitombolo dei mercati è stato causato dalla presa d’atto della recessione americana, dal riemergere dell’inflazione, dalla gravità della crisi nel sistema bancario globale, quasi tutto coinvolto nella bolla subprime e pieno di perdite: palesi per circa 300 milioni di dollari ed occulte per almeno il doppio, con previsioni di progressiva manifestazione nei mesi seguenti e la probabile difficoltà da parte di più di una tra le principali banche del mondo.
Che cosa è successo nelle ultime 3 settimane?
Nella sostanza le stime sulle perdite bancarie si stanno rilevando esatte, anche se mancano all’appello parecchie “sofferenze” che non a caso stanno provocando il protrarsi della grave crisi di fiducia all’interno del sistema, con i tassi interbancari a breve assai superiori al tasso di riferimento determinato dalle banche centrali, sia in Europa che in USA.
L’inflazione sta ancora crescendo e si diffonde su scala planetaria, spinta dai prezzi delle risorse naturali e dell’energia, in crescita da anni, ma anche dalle derrate alimentari. A fronte di salari sostanzialmente stabili, l’erosione del potere d’acquisto sta diventando cronica e difficile da sopportare, tanto che se nel ricco mondo occidentale si mugugna, in diverse parti del mondo meno fortunate si vedono i segni della carestia e i tumulti di piazza.
L’unico dato che non ha rispettato le fosche attese è stato il PIL americano, che nella prima stima ufficiale del primo trimestre è stato fotografato in crescita dello 0,6% su base annua ed al di sopra del previsto +0,2%. Non c’è quindi la certificazione ufficiale della recessione, per merito del segno più davanti alla percentuale realizzata. Tuttavia la crescita è oggettivamente striminzita e ci proietta una immagine di stagnazione. Infatti non c’è una differenza significativa tra il dato uscito ed un ipotetico -0,1% che invece avrebbe certificato l’inizio della recessione.
Per di più, se andiamo a leggere dentro il dato, scopriamo che la positività è tutta dovuta alla distorsione statistica che questi indicatori incorporano.
Infatti tra le componenti del PIL in positivo troviamo praticamente soltanto le esportazioni (favorite dal calo del dollaro) e le scorte di magazzino. La crescita delle scorte fa salire il PIL ma non è certo
un indice di buona salute dell’economia, poiché le scorte sono merci invendute, che dovranno essere
riassorbite da minor produzione futura. Anche l’aumento delle esportazioni non è un gran segno di salute della domanda interna, ma caso mai del fatto che gli stranieri aumentano i loro acquisti negli USA per merito del dollarino. Il mercato immobiliare, d’altra parte, sta limitando il suo tonfo, comunque fragoroso, grazie all’arrivo di europei ed asiatici a caccia grossa di immobili a prezzi di saldo nelle grandi città americane.
Il dato globale non muta quindi la realtà delle cose, ma ha avuto un importante effetto psicologico sulla fiducia nella ripresa futura. E’ bastato a far rialzare la cresta a non pochi analisti, che tornano baldanzosi a parlare di recessione evitata e pronosticano l’imminente uscita dal tunnel.
Come è possibile che una rondine, e per lo più abbastanza spennacchiata, basti a far pensare al ritorno della primavera?
Questione di feeling. Non parlo della celebre canzone del duo Mina-Cocciante. Ma di quello che si è creato tra i mercati e le autorità monetarie e fiscali, cioè il duo Bernanke-Paulson. Chi sia il primo lo sanno tutti. Il secondo è Segretario del Tesoro USA, l’eminenza grigia della politica economica USA, quello che prepara le dichiarazioni che deve fare Bush.
Ebbene il duo è riuscito a far capire ai mercati che due o tre colpi ben assestati sarebbero stati sufficienti a riportare la “fiducia” sul sistema economico americano e far passare tutte le ansie.
Due di questi colpi li ha affibiati Bernanke. Il primo è stato il salvataggio, deciso a metà marzo nel giro di una notte, del colosso bancario Bear Stearns da parte di JP Morgan praticamente con i soldi della Fed. Con questa mossa inaspettata si è comunicato che nessuna grande banca sarebbe fallita, perché la Fed non l’avrebbe permesso. Non è un caso che da allora il settore bancario, sia in USA che in Europa, abbia messo a segno un recupero vasto e generalizzato, nonostante le numerose comunicazioni di nuove perdite, che da quel momento hanno smesso di far paura.
Il secondo è stato il protrarsi e l’ampliarsi della continua immissione di liquidità, con ogni mezzo e senza andare troppo per il sottile, culminato con l’accettazione della carte straccia subprime in garanzia per ottenere finanziamenti dalla Fed. Una gigantesca opera di nazionalizzazione del rischio che non è servita a debellare il credit chrunch, ma ha dato il chiaro segnale che la Fed c’è ed è disposta a giocare tutte le carte per evitare il peggio.
Il terzo colpo lo ha messo a segno Paulson ed il mondo politico, approvando senza litigare troppo ed in tempi più rapidi del solito il bonus fiscale di 160 miliardi di dollari che nei prossimi giorni arriverà nelle cassette postali degli americani.
Molti analisti hanno una grande fiducia negli effetti taumaturgici di questo regalo e pensano che gli americani useranno i quattro soldi che riceveranno per ributtarsi a spendere e spandere come ai vecchi tempi, dimenticando il caro benzina, la rata del mutuo sempre più alta, la crescita del prezzo del pane e persino quella dei viaggi all’estero per colpa del mini dollaro.
Si aspettano quindi un’estate che faccia dimenticare le difficoltà e ripartire l’America.
I mercati stanno assecondando questo ottimismo e stanno recuperando dai minimi di marzo.
L’indice SP500 ha ormai recuperato il 50% delle perdite subite da novembre a marzo ed ha fornito importanti segnali tecnico-grafici che potrebbero estendere la portata del recupero a livelli impensabili solo pochi giorni addietro. In questa inaspettata frenesia rialzista il mercato è stato favorito da risultati societari migliori delle grigie attese. La stagione delle trimestrali relative al primo trimestre 2008 non è ancora conclusa, ma da quel che si è visto il calo degli utili è stato minore del previsto e non sono mancati risultati decisamente positivi. E’ infatti proseguito l’effetto doping valutario sui bilanci dei colossi multinazionali americani, che producono e vendono fuori dagli USA, realizzando profitti in valuta pregiata. Il rimpatrio contabile di questi profitti fa lievitare i risultati consolidati di gruppo, che sono espressi in dollari, sorprendendo gli analisti che non sono avvezzi a considerare nelle loro stime gli effetti delle plusvalenze valutarie.


Ed ora?
Come sempre è bene affidarsi ai grafici, magari turandosi il naso, piuttosto che intestardirsi in una visione, magari corretta, ma che, se non è condivisa dal mercato, rischia di compromettere i rendimenti dei propri investimenti.
Il colpo di spugna psicologico c’è stato. Ora i mercati vivono una sorta di luna di miele con il futuro.
E’ presumibile che questa situazione duri ancora qualche settimana, in attesa che maturino le notizie sul secondo trimestre e si verifichi se la mancata recessione è un miracolo di San Bernanke oppure è soltanto una illusione ottica ed un semplice rinvio della resa dei conti.
Il peggio è dietro le spalle o deve ancora arrivare? Sarà questo l’enigma dell’estate.

 

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