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Pierluigi Gerbino

12.07.2016

SALVATAGGIO E’ LA PAROLA MAGICA PER FAR SALIRE TUTTO

La settimana è partita bene per le borse europee, quasi come si è conclusa quella precedente.
Un’improvvisa accelerazione politica ha risolto in poche ore il problema della leadership dei conservatori inglesi e consentito di scegliere Theresa May al posto di Cameron anche come Primo Ministro, con applausi dell’indice azionario inglese che ha segnato il nuovo massimo annuale. E’ festa speculativa anche in Giappone, dove Abe ha vinto le elezioni ed ottenuto addirittura una maggioranza sufficiente a cambiare a suo uso e consumo la Costituzione.
Ma la notizia del giorno è il superamento dei massimi storici di tutti i tempi per l’indice americano SP500, che ha toccato per la prima volta quota i 2.143 punti, aggiornando un record che resisteva dal 20 maggio dello scorso anno.
Alla faccia di tutti i timori e le parole al vento sulla pericolosità della Brexit, le Borse che non avevano altri problemi hanno già voltato pagina e stanno addirittura approfittando della rete protettiva messa in piedi dalle Banche Centrali per premere l’acceleratore con nuovi strappi speculativi.
Sta recuperando anche l’Europa, alle prese con il problema delle banche, che tenta di risolvere con i suoi tempi ed i suoi modi, fatti di numerose e pletoriche riunioni a Bruxelles, dove decine di rappresentanti dei vari paesi della UE si trovano, discutono per ore, per poi decidere quel che vuole la Germania.
Le borse europee sono molto indietro rispetto alle altre e debbono ancora salire abbastanza per archiviare lo spavento Brexit e tornare ai valori che segnavano prima del Referendum inglese.
Ma lo stanno facendo abbastanza di corsa, grazie alla convinzione che la manica della Commissione Ue si allargherà per consentire al Governo italiano di mettere una pezza al problema NPL (acronimo inglese elegante che indica le sofferenze bancarie), dato che una certa indulgenza sui salvataggi bancari a spese dello stato potrebbe anche servire alla stessa Germania, alle prese con le tonnellate di derivati strani in pancia a Deutsche Bank, che hanno suscitato ripetuti allarmi da parte del FMI.
Ieri comunque è arrivata da Schaeuble la richiesta di una pausa di riflessione in attesa degli stress test della BCE, che verranno pubblicati il 29 luglio. Difficile pertanto che arrivino decisioni ufficiali prima di tale data. I mercati avranno difficoltà a continuare a correre sulle aspettative per tanto tempo.
Mi aspetto che dagli stress test escano piuttosto male le banche italiane, o almeno alcune tra esse, mentre Deutsche Bank dovrebbe essere promossa e tutti gli allarmi sulla sua pericolosità rientreranno. La cosa è solo apparentemente sorprendente. Infatti gli stress test della BCE sono fatti “pro domo” tedesca, poiché ai derivati non quotati viene attribuita la valutazione data dalla banca che li ha emessi, in pieno conflitto di interessi, senza alcuna verifica. Inoltre a questi strumenti viene attribuito un rischio molto basso, mentre sulle sofferenze verso la clientela ( che non mancano nelle banche italiane) viene calcata la mano. Gli stress test serviranno a riportare l’attenzione sulle banche italiane e magari allora arriverà il via libera benevolo dalla Germania.
Tornando agli USA, è impressionante la performance dell’indice SP500, che ha segnato il record proprio nel giorno in cui è partita la stagione delle trimestrali con il tradizionale battistrada Alcoa (per la cronaca ha battuto le stime di utile degli analisti). Gli esperti ipotizzano che quella appena iniziata dovrebbe essere la quarta tornata trimestrale consecutiva di utili in calo per le società USA quotate.
Utili che scendono e borsa azionaria che sale. Un perfetto connubio di finanza creativa, ad uso e consumo della speculazione e contro il buon senso.
Non è la prima volta che capita. Si continua a tirare la corda delle assurdità nella speranza che l’abitudine all’assurdo lo faccia diventare ragionevole.
Finché le banche centrali cadono nel giochino delle paure per mantenere i tassi a zero ed erogare sempre più liquidità, basta ogni tanto trovare qualche fonte di preoccupazione, magari finta, come la Brexit, per garantirsi liquidità gratis a gogò e continuare tranquillamente a speculare al rialzo.
Finché dura….

 

11/07/2016


In arrivo i salvataggi bancari: grazie brexit


Sui mercati ci sono momenti precisi in cui avvengono le svolte e spesso capitano proprio quando tutto sembra perduto o quasi, quando i listini si affacciano sull’orlo del baratro.
In quei momenti, quando basterebbe poco per assestare un colpo decisivo alla traballante fiducia degli investitori, ecco che la situazione, senza particolari motivi, si ribalta, un rimbalzo improvviso e potente allontana la bufera e cambia radicalmente l’umore degli investitori.
E’ quel che è successo in Europa venerdì scorso. L’ultimo giorno di una settimana borsistica che, nei 4 precedenti sembrava in procinto di annullare del tutto il rimbalzo post-brexit e rigettare gli investitori nello sconforto già sperimentato il 27 giugno, nella seconda seduta successiva al drammatico referendum britannico, e l’11 febbraio, al termine del terribile crollo di 50 giorni di inizio anno.
Ma venerdì la debolezza iniziale è stata subito digerita ed una strana euforia è tornata a pervadere gli investitori, che si sono catapultati sui titoli bancari, acquistando a piene mani quel che fino al giorno precedente non hanno fatto altro che gettare via a qualsiasi prezzo.
Eppure l’accordo tra la Commissione UE e il governo italiano per trovare un modo di salvare la capra del sistema bancario ed i cavoli dei risparmiatori, e non è arrivato nemmeno nel week-end. Forse arriverà domani, al termine della due giorni dei ministri finanziari a Bruxelles, chiamati a discutere ufficialmente di brexit e di unione bancaria, ma che probabilmente fisseranno i paletti negoziali attorno ai quali Commissione Ue e governo italiano stenderanno la recinzione per proteggere le banche italiane. Ci sono ancora molte questioni da definire.
Il problema è come giustificare l’intervento con denaro pubblico nell’ambito delle attuali regole.
In termini molto semplici, le regole attuali consentono agli stati di intervenire a tre condizioni:
1) che si tratti di un intervento precauzionale per prevenire una situazione di pericolo sistemico;
2) che le necessità di ricapitalizzazione siano certificate da stress test;
3) che lo stato non sia il solo né il primo a pagare, ma che vengano prima coinvolti i privati che hanno avuto fiducia nella banca.
La prima condizione è ormai acquisita dando la colpa alla Brexit, che non c’è ancora, non sappiamo se e quando ci sarà e nemmeno quali conseguenze avrà, ma casca a fagiolo per attribuire ad essa la colpa del rischio di volatilità che crea una situazione di potenziale pericolo sistemico.
La seconda lo sarà il 29 luglio, quando la Bce pubblicherà gli studi che attesteranno quali banche italiane saranno tenute a ricapitalizzarsi e quanti soldi ci vorranno.
La terza condizione è la più problematica. Le regole sui bail-in non lasciano scampo: un intervento con soli fondi pubblici non è previsto. Qualcun altro deve pagare. Il bail-in prevede che paghino azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti senior non garantiti e correntisti oltre i 100.000 euro, prima che intervenga lo stato.
Ovviamente Renzi non ha affatto intenzione, con tutti i problemi di consenso che ha già, di ripetere un’esperienza peggiore di quella che alla fine dello scorso anno è considerata da molti osservatori politici il punto iniziale della parabola discendente del consenso popolare, quando le “Banche Boschi“ vennero salvate facendo pagare il conto ad azionisti ed obbligazionisti subordinati (non gli obbligazionisti senior ed i correntisti, che vennero risparmiati, anche perché il bail-in non era ancora in vigore). Il governo vorrebbe una eccezione al principio generale. L’ideale sarebbe la sospensione del bail-in. La riunione dell’Eurogruppo, oggi e domani, servirà a contare quanti ministri sbatteranno la porta in faccia a Renzi. Probabilmente si troverà una mediazione meno favorevole. Si va da ipotesi di preservare dal bail-in gli obbligazionisti subordinati e senior oltre ai correntisti, purché che non siano istituzionali, fino a quella più generosa di preservare anche gli istituzionali.
Personalmente credo che questa partita costerà a Renzi un altro po’ di consenso, dato che, qualunque soluzione venga presa, le opposizioni avranno vita facile a contestarlo. Se verranno toccati i risparmiatori quello sarà il motivo per scatenare le proteste, ma anche se, nel migliore dei casi, si ottenesse la sospensione del bail-in, la piazza contesterà a Renzi di aver salvato le banche con i soldi di tutti i contribuenti.
Per i mercati invece è cosa ben diversa. Preferirebbero di gran lunga che a pagare fosse ancora una volta solo il Pantalone pubblico, ma anche una soluzione mista non troppo penalizzante verrebbe gradita, proprio perché toglierebbe dalla scena il macigno delle sofferenze che da molti mesi sta corrodendo la quotazione delle banche italiane. Ecco perché venerdì, all’assemblea dell’ABI, mentre il presidente dell’associazione delle banche italiane Patuelli, penosamente, con tre anni di ritardo si è accorto che le norme sul Bail-in sono anti-costituzionali, i mercati hanno scrutato Visco e Padoan e, appena costoro hanno lasciato intendere che l’accordo con la Commissione Ue è in dirittura d’arrivo, gli acquisti si sono scatenati, a prescindere dal contenuto, che sarà caso mai valutato a posteriori.
E’ ovviamente presto per capire se la soluzione che verrà trovata riuscirà ad essere risolutiva oppure sarà l’ennesimo calcio al barattolo delle sofferenze bancarie, destinate a riemergere tra qualche tempo nella lista delle priorità ed a trascinare le banche italiane nuovamente in cima alla lista dei problemi da risolvere.
Credo però che un po’ di sollievo alla quotazione del settore dovrebbe portarlo e magari favorire una continuazione del rimbalzo, che, anche se tale rimanesse, di strada da fare ne avrebbe molta, così come parecchia potrebbe consentire di farne al listino italiano ed a quelli europei.
Ieri peraltro è apparsa la notizia che anche i tedeschi cominciano ad essere preoccupati delle banche. Il capo economista di Deutsche Bank, in un intervista ad un giornale tedesco, invoca un fondo europeo da 150 miliardi per salvare le banche europee. Il mal comune si sta rapidamente trasformando in mezzo gaudio.
La settimana entrante pertanto si preannuncia orientata al rialzo.
Wall Street è ormai ad un passettino dai massimi assoluti, che mi stupirei se non venissero ritoccati. L’indice giapponese Nikkei inizia in forte rialzo per la vittoria elettorale del premier Abe, che ha raggiunto in Parlamento una maggioranza che gli consente addirittura di cambiare la Costituzione, trasformando il Giappone da stato pacifista a guerrafondaio (si sa che alle borse le spese militari piacciono un sacco).
Le borse europee dovrebbero proseguire sullo slancio, trainate delle buone notizie, o almeno dalle buone aspettative sulle banche italiane, ed anche il nostro Ftse-Mib dovrebbe per qualche giorno ridurre il distacco di performance che lo separa dalle altre borse europee.
Tutto bene allora? Sì, almeno in ottica di breve. Si dovrebbe volgere lo sguardo per qualche giorno alle resistenze, lasciando finalmente nell’oblio i supporti da ultima spiaggia che ci hanno accompagnato nelle ultime settimane.


 

30 giugno 2016

LA FIGURACCIA DI RENZI STOPPA IL RECUPERO DI PIAZZAFFARI

Ieri il rimbalzo dei mercati azionari occidentali è proseguito in modo abbastanza corale, dimostrando che lo spavento Brexit comincia ad assumere sempre più l’aspetto di una bufala creata per movimentare i mercati e fornire ai manovratori delle borse l’opportunità speculativa di fare guadagni che l’attività di cassettista sull’obbligazionario non consente più da tempo.
Certo, se confrontiamo dove sono tornati ieri i principali indici con i valori che segnavano il giorno prima dei risultati del Brexit, la situazione è variegata. C’è chi ha ormai recuperato tutto il terreno perduto nei giorni del terremoto finanziario. Questo indice è, udite, udite, proprio quello inglese, alla faccia di quel che ci hanno raccontato gli esperti delle istituzioni sovranazionali e degli istituti di ricerca, tutti a stracciarsi le vesti su chissà quali devastazioni avrebbe provocato la Brexit sull’economia inglese.
C’è chi ha recuperato ormai i due terzi di un movimento ribassista che è stato comunque abbastanza composto. E questo indice è l’americano SP500, a dimostrazione che l’argomento Brexit non era poi così in cima ai pensieri ed alle paure degli investitori americani, i quali, tutto sommato, sono più interessati a quel che farà (o non farà) la Yellen piuttosto che alle litigate da comari che si vedono in Europa.
C’è anche chi, quatto quatto, mentre in Europa si litiga, sta approfittando della bonaccia monetaria che gli spaventi della scorsa settimana impongono ai banchieri centrali, tutti impegnati a confermare i tassi fermi o se possibile addirittura a farli scendere ancora, per contrastare l’effetto protezionistico che vedono arrivare dal Brexit sull’economia mondiale. Questi indici sono i cosiddetti BRIC (Brasile, Russia India e Cina), che stanno quasi tutti forzando i massimi di quest’anno.
Ma in Europa la Brexit è ancora tutt’altro che dimenticata. Il principale indice europeo (Dax) ha recuperato, ma per ora meno della metà di quel -10% che ha perso al momento del risveglio di venerdì scorso. L’indice globale Eurostoxx50 più o meno è nella medesima situazione. Assai peggio stanno alcuni altri indici europei, che sono ancora ben più vicini ai minimi di inizio settimana che ai massimi della vigilia del Brexit. Sono quelli dei paesi mediterranei, che non riescono a scrollarsi di dosso l’acronimo PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna). Questi, che oltre ad aver ospitato l’epicentro del terremoto, subendo i cali più terrificanti, ora rimbalzano con maggior fatica.
Tra tutti, purtroppo, occorre puntare l’attenzione sul nostro Ftse-Mib, ieri frenato dall’ennesimo passo falso delle banche, che dopo una mattinata in gran recupero, nel pomeriggio hanno messo la retromarcia e molte hanno chiuso la seduta con pesanti cali, mentre le 3 sole in grado di presentare il segno positivo (Intesa, Unicredit e Mediobanca) hanno chiuso ben lontano dai massimi mattutini. L’indice Ftse-Mib è stato salvato dall’impetuoso rialzo di molti titoli energetici, che hanno approfittato del gran recupero del petrolio, tornato ieri addirittura a toccare i 50 dollari nella serata americana.
La difficoltà del settore bancario italiano è nota. La Brexit ha messo in mostra più di quanto non si conoscesse la fragilità sistemica delle nostre banche, schiacciate da mercati che le penalizzano per le molte sofferenze, Vigilanza UE che impone sempre nuove ricapitalizzazioni per mantenere i parametri di solidità al di sopra dei minimi richiesti, impossibilità di intervento con soldi pubblici per le note norme sul Bail-in, che impongono agli stati di azzerare il valore di azioni ed obbligazioni non garantite e di attingere ai conti correnti della clientela al di sopra dei 100.000 euro prima di poter erogare soldi pubblici.
In questo quadro estremamente difficile, che rende di fatto impossibile pensare ad aumenti di capitale, i pasticci comunicativi del nostro premier sono riusciti a confezionare un perfetto assist per i ribassisti.
Dapprima è stata fatta circolare la notizia prematura che si stava lavorando per concordare con “l’Europa” un periodo di 6 mesi di sospensione della norma sul bail-in per consentire agli stati di salvare le banche senza danneggiare i correntisti. Poi che il governo pensava di creare un veicolo da 40 miliardi di capitale pubblico e privato, per togliere definitivamente di mezzo il problema delle sofferenze.
E’ inevitabile che simili voci alimentino la speculazione, che martedì ha infatti provocato un forte recupero dei bancari e del nostro indice, e si è estesa anche alla mattinata di ieri.
Ma nel pomeriggio la professoressa Merkel ha umiliato lo scolaretto Renzi troppo chiacchierone, gelandolo con l’ovvia affermazione che se mettiamo delle regole non possiamo cambiarle ogni due anni. Ed il nostro impavido condottiero ha dovuto incassare lo stop rifugiandosi nella solita narrazione megalomane di un’Italia che non è sotto esame, non ha bisogno di nessun aiuto, caso mai sono gli altri che vogliono violare le regole. Faremo tutto da soli e i risparmiatori possono stare tranquilli.
Il piano governativo si riduce così a una manciata di miliardi di ricapitalizzazione di Atlante a carico della solita Cassa Depositi e Prestiti e, come sempre, “io speriamo che me la cavo”.
La seduta di ieri è stata salvata dagli energetici, ma oggi sento molto puzza di bruciato. I fondi Hedge annusano l’odore del sangue e non mi stupirei se le condizioni di emergenza, che potrebbero consentire agli stati di intervenire evitando il Bail-in, venissero provocate dall’ennesima bordata ribassista sulle banche italiane.
Spero ardentemente di sbagliarmi. Ma è un film che abbiamo già visto altre volte. Se illudi i mercati di essere in grado di risolvere un problema e poi dimostri di non esserlo, la punizione arriva impietosa.
Il branco dei lupi di Wall Street si accanisce sempre sulle prede più deboli, a maggior ragione se queste li provocano.


29 giugno 2016


L’EUROPA TENTA DI RIALZARE LA TESTA

Dopo le due terrificanti giornate che hanno seguito il risultato Brexit, i mercati azionari mondiali e soprattutto quelli europei hanno finalmente tentato ieri di imbastire una prima reazione.
La strada da recuperare è tanta. Tantissima per gli indici che più hanno sofferto la batosta del Brexit, come il nostro Ftse-Mib e l’Ibex spagnolo. Quasi infinita per il settore bancario europeo, su cui si è scaricato l’epicentro del terremoto ribassista degli ultimi giorni e, a dire il vero, anche dei precedenti 3 eventi sismici che in questo 2016 hanno già colpito.
Ma non possiamo ignorare che il rubinetto delle vendite si è momentaneamente chiuso ed i “cercatori di monnezza”, come chiamo quelli che si buttano sempre alla ricerca di investimenti a prezzi di saldo, hanno cominciato ieri ad operare.
Qualche motivo di maggior serenità comincia a far capolino, anche se fatti concreti per definire il nuovo scenario europeo senza la Gran Bretagna non ne sono stati fatti. Anzi, abbiamo avuto la conferma che Cameron, il più grande sconfitto dal Brexit, non ha fatto la comunicazione ufficiale alla UE per attivare la procedura di separazione prevista dall’art. 50 del trattato di Lisbona, né ha intenzione di farlo, preferendo che sia il suo successore a prendersi questa responsabilità a settembre, quando verrà varato il nuovo governo senza di lui.
Pertanto per 3 mesi tutto resta nel limbo e le forze politiche scontente del risultato elettorale hanno tempo per depotenziarlo. Del resto pare essere questa la volontà persino di buona parte dei fautori del Leave, che evidentemente si stanno rendendo conto della frittata fatta e cercano di negoziare sotto banco con la UE una “via d’uscita dall’uscita”, per vanificare la volontà popolare.
Già si studiano gli strumenti tecnici per neutralizzare il referendum. Uno potrebbe essere la presa d’atto da parte di Boris Johnson, se sarà lui a prendere il posto di Cameron dopo la faida interna tra le due anime (quella pro-UE e quella pro-Brexit) del partito Conservatore, che la separazione dalla UE è tecnicamente troppo complessa, che i rischi economici sono troppo elevati e che quindi è meglio ripetere il referendum, magari dopo aver negoziato qualche altro piccolo sconto sulla quota sociale che la Gran Bretagna finora paga per partecipare all’Unione.
Mi rendo conto che questa ipotesi è ridicola. Ma da politici che per mesi hanno cavalcato il populismo più becero ed egoista e mentito al popolo in campagna elettorale promettendo che il Brexit avrebbe portato solo vantaggi e nessuna conseguenza spiacevole , c’è da aspettarsi di tutto tranne che la coerenza e la dignità.
Un’altra via, che sarebbe sicuramente più seria, sarebbe quella di indire nuove elezioni, permettendo al popolo di prendersi una rivincita e spazzare via le centinaia di politici inetti che abbondano nei due schieramenti. I due partiti principali potrebbero mettere chiaramente nel programma di governo la permanenza oppure l’abbandono dell’Unione e chi vincerà le elezioni sarà legittimato a ufficializzare il Brexit (se vincerà il partito ostile alla UE) oppure a non dar corso all’esito del referendum (se vincerà la coalizione propensa a restare in UE), perché superato dall’esito elettorale.
Sarà il tempo a chiarirci la situazione, dopo che l’avrà chiarita ai due principali partiti britannici, i cui leader sono sfiduciati dalla base e in pieno caos.
Un altro possibile elemento in grado di rianimare i mercati potrebbe (qui il condizionale dubitativo è assolutamente d’obbligo) essere nei rumor che si stanno diffondendo circa un possibile piano per risolvere il problema delle banche aggirando la normativa sul Bail-in.
L’avvitamento delle banche, che in Italia è costato mediamente la perdita di quasi un terzo del valore già estremamente sacrificato dei nostri istituti di credito, ha di fatto bloccato ogni possibilità di soluzione del problema sofferenze ed ogni futuro aumento di capitale. Il circolo vizioso rischia veramente di far esplodere un rischio sistemico a livello europeo. Per fronteggiarlo è necessario che lo Stato possa intervenire con soldi pubblici e senza attivare la procedura di Bail-in, che comporterebbe l’insurrezione dei risparmiatori. Ma questo è possibile solo in caso di situazione eccezionale di rischio sistemico grave. Sembrerebbe proprio di essere a quel punto. Pertanto sembra che si stia valutando di dichiarare la presenza di situazioni eccezionali per 6 mesi, per dare la possibilità agli stati di intervenire nazionalizzando qualche banca o istituendo una sorta di Atlante 2, abbondantemente capitalizzato con soldi pubblici, che si faccia carico di togliere di mezzo il problema delle sofferenze.
Questa soluzione richiede che la Germania accetti di transigere al suo proverbiale rigore e che il governo Renzi trovi i soldi necessari. Non so se sia praticabile l’eccezione alla regola del Bail-in fatta completamente in deficit e ben oltre i limiti di flessibilità concessi. Non sarà una passeggiata. Ma il solo fatto che se ne parli da due giorni senza che sia ancora arrivato il Nein del terribile ministro Schaeuble, lascia qualche speranza.
Per questo il rimbalzo potrebbe avere ancora gambe per camminare.
C’è un grande gap ribassista apertosi venerdì su tutti gli indici azionari. Non dico che si debba chiudere subito, ma almeno un avvicinamento è nell’ordine delle possibilità. Accontentiamoci.










 

24.06.2016

VINCE BREXIT: ECCO A VOI IL GIGNO NERO

L’improbabile e totalmente imprevista vittoria del Brexit è avvenuta. Neanche Wall Street, che ieri ha chiuso sui massimi di seduta, dopo che le borse europee avevano galoppato per tutta la giornata, era riuscita a capire che nelle urne si annidava il rancore inglese nei confronti di un’Europa vista non come una famiglia, ma come un condominio litigioso da cui traslocare al più presto.
Ai ricchi fondi Hedge non è servito commissionare exit poll privati per sondare in anticipo gli umori inglesi.
Né le agenzie di sondaggi, poco apprezzate dopo che lo scorso anno non avevano previsto la vittoria di Cameron e, questa volta, neanche i bookmaker, tradizionalmente molto precisi, hanno azzeccato il pronostico.
Evidentemente parecchi, che magari al telefono, nel timore di chissà quale ritorsione da parte del Governo, hanno dichiarato ai sondaggisti di scegliere quel che Cameron voleva, poi nel segreto dell’urna hanno fatto un gigantesco sberleffo ai burocrati inglesi e soprattutto a quelli europei, scegliendo di andarsene.
A questo punto tutto torna nelle mani dei politici che dovranno rispettare la volontà popolare ma anche cercare di minimizzare i danni reciproci per UE e Gran Bretagna di una separazione ostile.
Tutto ciò richiederà tempo ed è ora impossibile prevedere come avverrà la separazione. Non sappiamo nemmeno chi la gestirà, poiché Cameron ha subito una cocente sconfitta e la logica politica vorrebbe le sue dimissioni.
Quel che è molto più facile prevedere è che tutta l’emotività che i politici e la grande speculazione hanno fomentato, per spaventare gli elettori inglesi e creare volatilità sui mercati, ora si sfogherà al ribasso.
Già si vedono conseguenze di enorme portata sui mercati asiatici e su tutti i future che aprono prima delle borse ufficiali. Al momento si prefigura un venerdì nero come da molto tempo non si vedeva.
Il Nikkei giapponese ha già perso quasi l’8%. Le borse europee potrebbero in mattinata anche raggiungere perdite a doppia cifra. La sterlina è stata già violentemente scaricata, perdendo intorno al 10% rispetto a ieri nei confronti del dollaro. Anche l’euro sta uscendo rapidamente dai portafogli e col dollaro è già sceso fino ad un minimo di 1,09 rispetto a 1,14 toccato ieri. I capitali si rifugiano su tutto quel che ha la parvenza di bene rifugio, che nei giorni scorsi veniva venduto in previsione della vittoria del Remain: oro e metalli preziosi, yen giapponese, bund tedesco e T-Bond americano.
Il petrolio, che non gradisce la rivalutazione del dollaro, sta perdendo mentre scrivo anch’esso intorno al 5% rispetto ai prezzi di ieri.
Oggi è una giornata che ricorderanno tutti a lungo. Quelli che ieri si sono lasciati trascinare dall’entusiasmo fomentato dai sondaggi, che stasera conteranno le ampie perdite subite. Quelli che hanno deciso di prendere in larga parte profitto nei giorni scorsi, rinunciando alla puntata rialzista sulla roulette del referendum. Costoro ricorderanno lo scampato pericolo ed i benefici alle loro coronarie.
Quelli che hanno azzardato il “Big short”, la puntata controcorrente, che spesso fa perdere soldi, ma che qualche volta, come oggi succederà, dà l’impagabile soddisfazione di ridere quando gli altri piangono.
Ora non è il momento di analisi che vadano oltre l’emotività di oggi. Vedremo dove si fermeranno le bocce stasera e nel week-end si potrà forse ragionare sugli scenari futuri, sapendo che, sebbene politici e banche centrali si siano ieri detti pronti ad ogni evenienza, in realtà nessuno li sa prevedere.



23.06.2016

CORAGGIO, IL TORMENTONE BREXIT STA PER FINIRE

Le prese di beneficio, che mi aspettavo arrivassero sugli indici europei prima del referendum inglese, dopo la sgroppata rialzista di 3 sedute, si sono viste solo nella mattinata di ieri e sono state completamente riassorbite nel pomeriggio, con chiusure positive, anche se non brillantissime, per la quarta seduta consecutiva. Paradossalmente le prese di profitto si sono viste di più dove minori sono stati i profitti generati dal rimbalzo anti-Brexit, cioè sugli indici americani, anche ieri scarsamente volatili, ma tendenti alla prevalenza delle vendite.
Nel positivo contesto europeo ha fatto eccezione la nostra Piazzaffari, colpita questa volta più dallo storno di alcuni titoli energetici che dalle prese di profitto sui bancari. Ha avuto una brusca frenata finale e chiuso col segno meno, unica tra i principali indici europei, interrompendo cosi il suo “magic moment”.
La sostanza appare comunque quella di mercati ancora molto confidenti nella vittoria del “Remain” e pronti a festeggiare con l’ultimo fuoco artificiale rialzista che dovrebbe durare poco, poiché gli effetti pirotecnici si stanno già svolgendo da 4 giorni. Ovviamente il forte sbilanciamento a favore dell’ipotesi che ritengono favorevole, li espone a cocenti delusioni se, per una volta, toppassero le loro previsioni e dalle urne uscisse la vittoria del fronte “Leave”. In questo caso la scivolata sarebbe molto pronunciata e durerebbe anche nella prossima settimana, causando la probabile rottura dei minimi raggiunti a metà mese e trasformando in pesante candela nera il movimento di giugno. L’evento Brexit, che per almeno due anni non avrà alcuna conseguenza sull’economia reale inglese ed europea, è stato infatti caricato dall’establishment istituzionale mondiale di implicazioni fantasiose per impaurire gli elettori inglesi e spingerli a votare Remain e dalle mani forti che operano sui mercati finanziari, per creare volatilità che dia opportunità speculative, sempre più rare nell’era dei rendimenti azzerati imposta dalle banche centrali globali.
Sono reazioni che le borse europee avranno solo domani, poiché le urne si chiudono alle 22 ora di Londra (le 23 ora italiana). Lo spoglio inizierà subito, ma i dati ufficiali saranno disponibili all’alba di domani. Le borse USA potrebbero anticipare l’esito nelle fasi finali della loro seduta odierna. Infatti alcuni importanti fondi hedge hanno commissionato exit poll privati che potrebbero consentire di avere un’idea dell’esito anche un po’ prima della chiusura delle urne. Anche l’affluenza alle urne potrebbe dare qualche indicazione: un’affluenza elevata darebbe maggiori chance di successo al fronte Remain
Ovviamente nessun exit poll può essere reso pubblico ad urne aperte.
Pertanto oggi possiamo essere sicuri di una sola cosa: domani avremo un’esplosione di volatilità all’apertura dei mercati europei e certamente vedremo un significativo gap, qualunque sia l’esito del Referendum.
Su tutto il resto si possono solo fare ipotesi. Il movimento che seguirà dovrebbe esaurirsi più in fretta se sarà rialzista, mentre dovrebbe proseguire più a lungo se sarà ribassista.
Di più un’analisi seria non può sbilanciarsi.
Coraggio. Ancora qualche giorno di pazzia emotiva e poi potremo voltare pagina ed occuparci di cose più sostanziali, come le prospettive di crescita mondiale e l’evoluzione degli utili delle imprese, che dovrebbero essere le vere cause dei movimenti dei mercati azionari, in tempi normali.


22.06.2016

BREXIT: QUALUNQUE COSA ACCADA SARA’ UNA BUFALA

Siamo alle battute finali di quello che da molti commentatori e policy maker ci è stato presentato come “il giorno del Giudizio” sulle sorti dell’Unione Europea: il referendum che porterà i cittadini britannici ad esprimere la loro volontà sulla permanenza (Remain) o sull’uscita (Leave) della Gran Bretagna dall’Unione Europea.
Si è arrivati qui dopo un lungo percorso di progressivo “raffreddamento” dei rapporti tra il Regno Unito e gli altri paesi europei, che ha portato da anni alla costruzione di un regime da “separati in casa”, con la Gran Bretagna che partecipa alle decisioni comuni, ma sulle principali materie, quelle più caratterizzanti, conserva sempre la clausola detta “opting out”, cioè di non partecipare, lasciando contemporaneamente agli altri la possibilità di andare avanti.
E’ stato questo il modo che ha consentito agli inglesi di tenere un piede, anzi due, nella stanza dei bottoni UE nel momento in cui si prendono le decisioni, si concordano i benefici reciproci e si nominano i funzionari ai vertici dei dicasteri europei. Ma il suo ruolo è stato quasi sempre di freno e di controllo, sempre attento ad ostacolare decisioni che non fossero più che convenienti ai loro interessi nazionali. In questo modi tutti i vantaggi del mercato unico sono stati colti, dalla libertà di esportare senza dazi all’usufruire del meccanismo delle quote agricole per ottenere prezzi remunerativi per i suoi produttori, fino alla “concorrenza sleale” che le banche e le società assicurative inglesi possono fare alle concorrenti “europee” quando emettono prodotti finanziari ed assicurativi che sfruttano le normative meno stringenti esistenti in GB, e li vendono in tutta Europa, grazie al principio del “Passport Right” o licenza unica, che consente appunto ad ogni istituzione finanziaria che abbia la licenza in un paese europeo, di poter vendere i propri prodotti in tutta Europa soggiacendo solo ai controlli del paese d’origine.
Invece tutti gli oneri che avrebbero limitato la loro sovranità nazionale sono stati tranquillamente aggirati. Il più celebre è stato il rifiuto di aderire alla moneta unica rinunciando alla sterlina, che ha evitato agli inglesi di partecipare ai “sacrifici” per mantenere la stabilità dell’euro. Anzi, per parecchio tempo e soprattutto nei momenti più drammatici per l’Eurozona del 2011-2012, la sterlina è stata addirittura vista come bene rifugio per scappare dal rischio Euro, al pari di Franco Svizzero, Dollaro USA e Yen.
Per questi motivi non è semplice capire il motivo per cui da qualche anno è cresciuto lo spirito euroscettico fino a diventare la pulsione maggioritaria, almeno stando ai sondaggi sugli elettori già decisi, che fino a pochi giorni fa davano il fronte Brexit in vantaggio di qualche punto.
Ad un italiano, ad uno spagnolo ed ancor più ad un greco, tutti più o meno massacrati dall’austerità imposta dalle regole stringenti per restare nell’eurozona, la posizione attuale della Gran Bretagna fa soltanto invidia.
Ma tant’è. Il processo di raffreddamento nei confronti dell’Europa si è via via consolidato, anche grazie al comportamento piuttosto azzardato di Cameron. Questi negli scorsi anni ha soffiato sul fuoco dello scetticismo e dell’ostilità all’Europa, esaltando in contrapposizione la sua fedeltà all’alleanza con gli USA, che tanti guasti, a mio parere, ha fatto in Medio Oriente con tutte le varie guerre (all’Iraq, alla Libia, alla Siria di Assad ed ora con l’ambigua guerra all’ISIS) combattute senza la minima visione del futuro, che hanno creato lo Stato Islamico e rafforzato l’integralismo politico musulmano, contribuendo alla escalation del terrorismo.
Cameron, dopo aver contribuito per anni a rafforzare lo spirito anti-europeo, ha vinto la campagna elettorale da euroscettico, sventolando agli inglesi la possibilità di votare con un referendum per l’uscita dallo scomodo condominio europeo.
Ma poi ha sterzato bruscamente, avviando una faticosa trattativa per mendicare, in cambio della permanenza nella UE, qualche sconto sui quattrini versati dagli inglesi al bilancio Europeo e qualche altra materia su cui esercitare il privilegio dell’Opting Out.
Ottenuto qualcosa da Junker si è poi presentato al suo popolo con un clamoroso voltafaccia, invitando a votare per la permanenza, come se i regali ottenuti bastassero a trasformare quella che lui stesso definiva come la matrigna Europa in una madre premurosa. E’ stato abbastanza comico vedere Cameron evocare sciagure inaudite se gli inglesi scegliessero quella Brexit che fino ad un anno fa lui stesso riteneva la soluzione inevitabile per il suo paese.
A rafforzare lo spirito ostile all’Europa è stata anche la paura dell’immigrazione e dei profughi mediorientali, una paura assai condivisa in Europa, che con la costruzione quasi ovunque di muri di filo spinato ha portato a minare le fondamenta del trattato Schengen, quello che consente la libertà di spostamento in tutta l’area UE.
La voglia di erigere un muro virtuale, fatto di divieti e restrizioni, di violazioni egoistiche ai principi di solidarietà ed ai diritti fondamentali dell’uomo, tra cui quello di essere salvato dalla morte e dalla guerra, hanno coagulato forti consensi egoistici intorno al progetto Brexit, che progetto non è, dato che nessuno dei fautori ha in mente come organizzare i rapporti con l’Europa se dovesse vincere il Leave.
Ma ora siamo giunti alla resa dei conti, dopo aver assistito impietriti, giovedì scorso, anche al martirio politico. L’uccisione della deputata Jo Cox, fautrice del Remain, ad opera di un folle di estrema destra, fanatico del Brexit, ha rappresentato il punto più basso del degrado politico che ci sia mai capitato di vedere.
E’ un evento che potrebbe cambiare le sorti del referendum, come nel frattempo ha già cambiato il modo di fare campagna elettorale da parte delle forze più responsabili dei due fronti, che non possono assistere a questo delirio di violenza senza riflettere.
Come andrà a finire?
Personalmente credo che proprio la tragica violenza di questi giorni dovrebbe convincere molti indecisi a scegliere di votare Remain, manifestando emotivamente anche nel segreto dell’urna la propria partecipazione al lutto della famiglia Cox, e la risposta alla violenza. Questi voti aggiuntivi, fino a pochi giorni fa non immaginabili, potrebbero portare la bilancia a favore del Remain. Mi preparo alle ipotesi complottistiche che nei prossimi giorni divamperanno nella rete se vincerà il Remain, raccontandoci di chissà quali trame ordite dai servizi segreti o dalle lobby dei potenti, che, impauriti dalla Brexit, hanno assoldato il sicario di Jo Cox per cambiare l’esito del voto.
Ma fino a quando le urne non saranno aperte rimarrà il dubbio su chi vincerà e così continuano ad essere sfornate previsioni sulle conseguenze dei due possibili esiti.
L’esito favorevole al Remain è più semplice da prefigurare. Rimarrebbe lo status quo. Cameron verrebbe immeritatamente premiato per la seconda volta, dopo la vittoria alle elezioni, per la sua politica ondivaga e confusa. La sterlina, che da qualche mese è arretrata rispetto al dollaro, potrebbe recuperare parte delle perdite. Le borse azionarie europee, pesantemente colpite nella prima metà di giugno dal terrorismo mediatico che evocava i disastri del Brexit, potrebbe recuperare circa il 10% medio che ha perso o qualcosa meno se deciderà di passare fin da subito ad altre preoccupazioni. Non dimentichiamo che tre giorni dopo il referendum ci sono le elezioni politiche spagnole, mediaticamente sovrastate dal caso Brexit, che rischiano di ripetere lo stallo politico già avuto a febbraio e di aggravare i problemi di stabilità politica in quel paese. I mercati USA potranno continuare, come stanno già facendo, ad ignorare le questioni europee ed a concentrarsi sulla FED e le sue confuse visioni del futuro economico americano.
Molto più complesso è lo scenario in caso di vittoria del Leave. Si sono sentite analisi di ogni tipo. Tutte hanno cercato di realizzare l’impossibile, cioè tradurre in numeri futuri l’impatto di lungo termine sul PIL, sulla sterlina e anche sull’area Euro.
E, siccome tutto dipenderà da come verranno definiti i rapporti tra Gran Bretagna e UE dopo lo strappo, si sono viste diversità enormi tra i vari scenari.
E’ ovvio che se dovesse realizzarsi lo scenario del divorzio ostile, cioè quello che Schaeuble ha evocato per condizionare le scelte degli inglesi (“in caso di Brexit la Gran Bretagna sarà fuori dal mercato unico”) l’impatto nel breve periodo sarebbe piuttosto duro e si concentrerebbe su tre fronti: una caduta considerevole della sterlina; una diminuzione sensibile dell’interscambio con la UE, che però andrebbe a colpire soprattutto Irlanda, Malta, Norvegia, assai poco l’Italia; un sensibile ridimensionamento del suo ruolo dominante nella finanza mondiale, che oggi mantiene proprio grazie ai privilegi del Passport Right. Venendo a mancare, causerebbero l’esodo di molte banche e istituzioni finanziarie europee, che andrebbero ad occupare le piazze francesi e tedesche, oppure farebbero il gran salto verso Singapore, che si candiderebbe a diventare probabilmente il regno della finanza corsara ed opportunistica mondiale.
Sicuramente queste conseguenze verrebbero scontate dai mercati finanziari con una certa volatilità nei due sensi ed una direzionalità ribassista nel comparto azionario.
Se Londra reggesse a questo shock, poi le cose potrebbero cambiare in meglio, poiché la svalutazione della sterlina le darebbe vantaggi competitivi, il taglio dei vincoli europei potrebbe addirittura spingerla a diventare un nuovo paradiso fiscale e prendere il posto della Svizzera, che ha invece fatto in questi anni la scelta esattamente contraria di abbandonare segreto bancario e normative di comodo pro-evasori per integrarsi maggiormente con il mercato unico europeo.
Ma questa ipotesi di divorzio ostile ha poche possibilità di avverarsi, dato che troppe sarebbero le incognite, non solo per la Gran Bretagna, ma anche per l’eurozona, dato che, se l’esperimento finisse bene, avrebbe un effetto seduttivo nei confronti dei paesi più sofferenti dell’Eurozona (Spagna, Italia, Portogallo, Grecia) dove le forze ostili all’euro stanno crescendo e potrebbero sfondare, portando di fatto alla dissoluzione del progetto di Unione Europea.
Ritengo perciò che il giorno dopo l’eventuale esito Brexit, tutti riporrebbero nel cassetto i toni battaglieri e si preparerebbero a negoziare le regole che andranno a sostituire quelle appena gettate al macero dal popolo britannico.
Ovviamente i fautori del Leave vorranno negoziare con Junker il massimo del mantenimento dei vantaggi ora acquisiti, senza pagare più il biglietto annuale di partecipazione all’Unione. L’Europa non potrà concederlo, anche per ovvi motivi di prestigio offeso dalla richiesta di divorzio, ma starà attenta a non calcare troppo la mano per non innescare scenari vicini a quelli più ostile, dei cui effetti non sarebbe indenne. La trattativa, che dovrebbe essere gestita da Cameron, sempre che riesca a resistere dopo la cocente sconfitta della sua politica, inizierebbe solo ad ottobre, quando il Parlamento ratificherebbe l’esito del referendum e farebbe scattare la procedura dell’art. 50 del Trattato di Lisbona, quella che gestisce la separazione consensuale. Questa dice poco, ma almeno fissa un termine di due anni per definire le regole da applicare al divorzio, in sostituzione delle precedenti. Il termine può addirittura essere prorogato in caso di necessità. Nel frattempo varranno ancora le vecchie regole. Il processo ha tutte le carte in regola per essere molto lungo e personalmente credo che finirebbe con un accordo che cambierebbe tutte le regole per mantenere in sostanza una situazione molto simile all’attuale, in perfetto stile Gattopardo (cambiare tutto perché nulla cambi). Nel frattempo il tempo passerebbe. L’opinione pubblica, che in questa era della velocità digitale non riesce a fermarsi su un tema per più di 3 giorni, si dimenticherebbe il Brexit e sarebbe nel frattempo sommersa da chissà quali altre preoccupazioni.
I mercati dopo lo shock emotivo provocato dall’esito teoricamente dirompente, che causerà volatilità per pochi giorni, ritorneranno alla normalità e si concentreranno sui veri temi in grado di creare movimenti significativi: il rallentamento della Cina e dell’economia americana, la politica monetaria della FED, che nei giorni scorsi ha subito una cocente battuta d’arresto sulla via della normalizzazione, i prossimi stimoli monetari che Draghi e il giapponese Kuroda elargiranno.
Insomma. Cameron ha creato un gran casino per rafforzare la sua posizione interna. La speculazione ne sta approfittando per estrarre un po’ di rendimento in un mondo a tassi azzerati. Ognuno si diletta in questi giorni a fare previsioni impossibili, gareggiando a chi la spara più grossa. Ma la tempesta rimarrà rigorosamente confinata nel bicchier d’acqua in cui si sta sfogando.
E tutti noi avremo perso tempo a discutere di un “non-evento”. Anche se vinceranno i separatisti.

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