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Pierluigi Gerbino

4° class. al Campionato Italiano di Trading Top Trader 2000

 

 

 

 

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03/02/2012

IL LAVORO PRIMA DI TUTTO

I mercati azionari chiudono anche questa settimana sui massimi, estendendo il rally ben oltre le attese. Per il nostro indice è la quarta settimana di rialzo, per SP500 la quinta, per il Dax addirittura la settima consecutiva.
Il sereno sembra tornato anche nel cielo obbligazionario, con il tanto temuto spread BTP-Bund che ha passato praticamente tutta la giornata ben sotto il livello 380.
E’ un altro chiaro segnale che il nostro paese sta uscendo dal mirino dei cecchini speculativi anglosassoni, che sembrano orientati a sparare ora sul Portogallo, ritenuto bersaglio molto più facile.
Ad alimentare la salita sono ancora le voci sull’imminente accordo tra Grecia e creditori, che dovrebbe essere annunciato nel week-end, ma soprattutto oggi i mercati sono galvanizzati dal bel dato sul mercato del lavoro USA, che finalmente è riuscito a creare a gennaio 243.000 nuove buste paga. Era dall’aprile dello scorso anno che non si vedevano numeri così alti.
E’ un chiaro segno che la fiducia degli imprenditori USA sta crescendo, e questa evidenza è testimoniata anche dagli indici ISM, che misurano la fiducia dei manager delle principali imprese americane. Quello manifatturiero, mercoledì scorso, è balzato nuovamente ben oltre 50, mentre oggi quello del settore servizi è schizzato quasi a 57, molto più del 53 atteso. Ricordo che il livello che separa la fiducia nella crescita dal timore di recessione è appunto 50.
SP500 oggi ha superato anche la boa di 1.333, massimo della scorsa settimana e del rally in atto prima d’ora, e si dirige decisamente verso l’area 1.350-1.370, che ha fermato finora ogni tentativo di estensione del recupero azionario, dopo il grande crollo del 2008-2009.
L’area indicata è estremamente importante poiché, se il mercato USA riuscirà a superarla, archivierà definitivamente il mercato orso del 2011 e ripristinerà il trend rialzista di lungo periodo. L’obiettivo diventerebbe perciò senza alcun dubbio il ritorno alla vetta storica di 1.576, da cui ruzzolò l’11 ottobre 2007 per fermarsi a 667 il 3 marzo 2009.
La situazione degli indici europei è assai meno rosea, anche se tra essi occorre distinguere quelli che ancora riescono a rimanere agganciati al ritmo americano, come il Dax tedesco, molto più vicino ai massimi che ai minimi del 2011, da quelli come il nostro FTSE-MIB, che invece a quota 16.500 circa, non ha ancora recuperato nemmeno un terzo della strada che lo separa dai massimi del 2011. C’è chi tira e chi arranca, ma la direzione, per tutti, ora è a salire, fino a quando SP500 non arriverà alle resistenze indicate.
Lì l’orso piazzerà le ultime zampate e non è detto che non riesca a tramortire nuovamente il toro. Del resto, come dice il proverbio, non vendere mai la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato.

 

 

02/02/2012

IL BRANCO CAMBIA PREDA?

Una ventata di ottimismo ha colpito ieri i mercati finanziari europei, che sono volati al rialzo mostrando un entusiasmo d’altri tempi.
E’ difficile trovare un motivo convincente per spiegare non tanto il rialzo di ieri, quanto le dimensioni che ha assunto.
Non dimentichiamo che i listini sono stati trascinati in alto proprio dai titoli bancari, che nelle settimane precedenti avevano già galoppato e solo negli ultimissimi giorni avevano un pochino frenato la marcia. Inoltre il rialzo azionario è coinciso con un’apparente schiarita anche sul fronte dei bond, con una sensibile riduzione dello spread BTP-Bund, sceso in area 380 punti base, quasi ai minimi dell’era Monti ed abbondantemente al di sotto di 400, livello che delimita la zona di maggior preoccupazione.
Non può essere merito della politica europea, poiché il vertice di lunedì non ha portato nulla di rilevante. Piuttosto sembra aver giocato qualche ruolo ancora una volta l’eterna attesa per la soluzione del rebus Grecia e la conclusione dell’accordo tra governo e rappresentanti dell’associazione delle banche creditrici, per stabilire la lunghezza del “taglio di capelli” e le modalità di mascheramento del default, che dovrebbe far risparmiare 100 miliardi di debito ai greci. L’accordo viene presentato come risolutivo e continuamente sussurrato come ogni giorno più vicino, quasi ad alimentare aspettative catartiche che non mi appaiono molto motivate. Infatti ogni giorno l’accordo diventa meno decisivo, poiché pare che i tedeschi vogliano ancora una volta alzare il prezzo, chiedendo altre manovre di risanamento, prima di concedere il benestare al nuovo piano di aiuti, che ora è lievitato intorno ai 150 miliardi del fondo ESFS. Una qualche motivazione ulteriore a giustificare l’ottimismo potrebbe essere fornita dagli ultimi segnali macroeconomici europei che farebbero pensare ad una recessione meno grave del temuto, che pertanto finirebbe di pesare meno sui bilanci pubblici di Italia e Spagna.
Inoltre sembrerebbe che l’EBA, che ufficialmente ha imposto la ricapitalizzazione a parecchi istituti di credito italiani, dopo le perplessità di Draghi, sia un po’ più disponibile ad accettare piani alternativi che consentano di ridurre ed in qualche caso anche di evitare le ricapitalizzazioni.
Mi pare di intravedere anche un’altra motivazione, che ha a che fare con la legge della giungla.
La muta dei predatori, che comprende fondi hedge e banche d’affari anglosassoni, che non è un mistero che stia azzannando da tempo tutte le possibili prede europee, sembra aver individuato una preda facile da attaccare nel Portogallo, che in questi giorni, non a caso, sta percorrendo la strada verso il baratro che ha fatto la Grecia un anno fa.
Rendimenti a breve intorno al 20% sono indice di forti vendite sui bond lusitani e di attacco speculativo. L’individuazione della preda facile potrebbe aver favorito l’abbandono, almeno momentaneo, della caccia all’Italia, che è una preda assai più grossa e difficile da abbattere.
In ogni caso occorre vivere alla giornata, poiché il mercato è molto nervoso e potrebbe far seguire all’euforia immotivata, altrettanto forti prese di beneficio.

 

 

01/02/2012

IL BAROMETRO DI GENNAIO


I mercati finanziari ieri hanno metabolizzato lo scarno risultato della riunione di vertice dei leader europei. Al rialzo mattutino europeo è seguita la frenata pomeridiana proveniente da Wall Street, più preoccupata del calo della fiducia dei consumatori dell’indice PMI di Chicago e dei prezzi delle case che entusiasta delle “decisioni” europee.
La seduta si è perciò sgonfiata anche in Europa ed ha mostrato qualche presa di beneficio, segno che tutto sommato il rialzo di gennaio ha raggiunto eccessi che inducono qualche operatore a “portare a casa”.
La fine del primo mese dell’anno induce a qualche commento di tipo statistico. Come molti sanno, Gennaio è da molti utilizzato come un vero e proprio barometro per prevedere l’andamento dell’intero anno, specialmente per gli indici americani. Negli ultimi 70 anni di borsa esiste una correlazione superiore all’80% tra la performance di gennaio e quella dell’intero anno.
Ciò significa che se gennaio termina in positivo dobbiamo aspettarci un risultato positivo per l’intero anno, mentre una negatività su Gennaio si riflette assai spesso in una performance negativa dell’intero anno. E’ come se noi potessimo ipotizzare come finirà il 2012 fin dalla fine di gennaio.
Ebbene, siccome l’indice SP500 in gennaio ha guadagnato il 4,4% (il nostro FTSE-MIB addirittura il 4,9%) esiste una certa probabilità statistica che anche a fine anno questi indici terminino col segno positivo. Almeno, questo direbbe la cabala. A noi la scelta se crederci o meno.
Intanto rimaniamo sempre in attesa di capire il destino della Grecia, mentre in sala d’attesa del pronto soccorso monetario sembra essere arrivato il Portogallo, almeno a giudicare dai rendimenti dei titoli di stato emessi da questo paese. In questi giorni hanno superato il 20% e si è manifestata la tipica inversione della curva dei rendimenti, con quelli a breve che cominciano a rendere di più dei decennali. Sono sintomi di insolvenza, che abbiamo già visto in Grecia un anno fa e che hanno condotto al default quasi dichiarato di questi giorni.
Prepariamoci perciò a vedere prossimamente anche i lusitani sotto i ferri della troika (UE, BCE, FMI) ed a sfogliare anche per loro la margherita del “fallirà - non fallirà”.

 

26/01/2012

LA MUSICA DI BERNANKE

Mentre la BCE viene frenata dalle ritrosie tedesche e fatica a svolgere il ruolo di difensore dell’euro, dati i limiti alle politiche espansive che i guardiani della Bundesbank impongono al pur volonteroso, ma timido Draghi, Bernanke dà a tutti una dimostrazione di come si adempie al moderno ruolo di Banca Centrale nell’epoca della crisi finanziaria e come si può dare una mano ai politici in tempi di elezioni.
Sebbene dagli ultimi dati macroeconomici americani vengano indicazioni sempre più convincenti di ripresa (anche oggi gli Ordini di Beni Durevoli sono balzati ben oltre le attese), che giustificherebbero pensieri di riduzione degli stimoli monetari e una pausa alle presse che stampano allegramente dollari, ieri il comandante in capo della Federal Reserve ha dichiarato che la manterrà i tassi fermi a zero ancora per 3 anni e, come se non bastasse, è pronto ad ulteriori aiuti all’economia se l’occupazione non dovesse aumentare come si conviene ad un’economia in ripresa. Traduzione dal Bernankese: è in arrivo la terza puntata del Quantitative Easing: un’altra bordata di dollari freschi di stampa per monetizzare il debito di Obama e magari anche per salvare i bilanci di qualche banca che avesse troppa porcheria europea in portafoglio.
Questa dichiarazione è musica per le orecchie dei mercati, che oggi hanno celebrato la generosità di Bernanke con un nuovo balzo rialzista, immaginando nuove future opportunità di carry trade.
Stamattina l’asta di titoli triennali del nostro paese è andata bene (ma non è una novità sui titoli che scadono entro l’ombrello del rifinanziamento della BCE), i titoli bancari, che sono pieni di BTP, hanno ringraziato e impostato nuovi rialzi, lo spread si è nuovamente ridimensionato dopo il rialzo di ieri ed anche il tasso sui decennali sta scendendo verso il 6%.
Intanto l’ottimismo che si respira porta a scommettere nuovamente sull’esito positivo delle trattative tra Grecia e Banche Creditrici, che sono riprese oggi e beneficiano anche dell’attesa fiduciosa della Merkel.
Il mercato arriva addirittura a snobbare le nuove difficoltà che sta incontrando il Portogallo, che non ce la fa a centrare gli obiettivi di risanamento concordati e potrebbe necessitare di nuovi aiuti per non unirsi alla Grecia nel club dei paesi sull’orlo del fallimento.
Quando il mercato esalta le buone notizie e snobba quelle cattive o incerte significa una sola cosa: c’è euforia e a nulla serve la cautela.



25/01/2012

AGGRAPPATI AI MASSIMI

Ieri i mercati hanno digerito abbastanza bene le incertezze provenienti dallo stallo delle trattative anti-default con la Grecia, dall’ennesima riunione interlocutoria dei ministri finanziari UE e dalla nota del FMI che, senza peli sulla lingua, ha affermato che l’Italia, per quanto si sforzi, non ce la potrà fare da sola a salvarsi dal baratro. Si tratta di una serie di notizie che a novembre o dicembre avrebbero spinto le borse europee al ribasso di 2-3 punti percentuali.
Invece ieri lo sbandamento dei mercati si è ridimensionato nel finale di seduta, quando gli USA hanno accentuato il recupero, ed il nostro FTSE-MIB ha addirittura chiuso in frazionale rialzo.
E’ l’ulteriore prova che i mercati azionari continuano a beneficiare dell’inerzia rialzista accumulata col rally partito prima di Natale. Il sentiment prevalente è ora decisamente quello rialzista, dopo che gli operatori hanno preso atto di un certo risveglio di fine anno da parte della ripresa USA, come hanno mostrato gli indicatori macroeconomici. A fine settimana avremo la prima lettura del PIL del 4° trimestre, previsto dagli esperti al tasso annualizzato del +3,1%, assai più del dal +1,8% del 3° trimestre. In questi giorni i rialzisti guardano alle molte trimestrali di società americane e confidano che ancora una volta la maggioranza superi le stime. L’accoppiata PIL-utili societari potrebbe facilmente portare l’indice SP500 alla battaglia con i massimi dello scorso anno, a 1.370 punti, che ormai distano meno di una manciata di punti percentuali. Basta solo che riesca a superare la trendline discendente generata dai due massimi discendenti del 2 maggio e del 7 luglio dello scorso anno.
Il traino USA spiega bene il motivo per cui le brutte notizie europee riescono solo a fermare la corsa degli indici di Eurolandia in prossimità delle loro resistenze (6.430 per il Dax tedesco e 16.155 per il nostro FTSE-MIB), ma non a farli arretrare in modo significativo.
Operativamente perciò occorre essere pronti a sfruttare indicazioni rialziste che dovessero venire oggi, ma senza anticiparle. Comprare su una resistenza spesso comporta, oltre il danno subito nella successiva correzione, anche la beffa di aver comprato sui massimi.

 

 

23 gennaio 2012


C’E’ UNA STRANA EUROFORIA…


La giornata che apre la quarta settimana di gennaio continua a presentare le stesse caratteristiche delle precedenti giornate.
Lo spread dei PIGS rispetto al Bund tedesco continua a restringersi (quello italiano si è ormai avvicinato molto a quota 400 punti) e le borse azionarie hanno esteso ancora il rally.
Questa insistenza rialzista, per certi versi sorprendente, ci consegna due dati da valutare attentamente, specialmente il secondo.
Il primo è il declassamento conclamato delle agenzie di rating da parte del mercato. L’impressione è che il mercato abbia una sua visione, che le agenzie di rating non sono in grado di condizionare. Se le valutazioni delle agenzie coincidono con quelle che il mercato, autonomamente e con le strane modalità seguite negli ultimi anni di grande emotività, si è formato, allora le agenzie possono al più confermare la view del mercato.
Ma se il mercato ha in testa un movimento che non coincide con le valutazioni delle agenzie, semplicemente se ne frega e va per la sua strada, dando alle agenzie il giusto ruolo che si meritano, che è quello di un ente tra i tanti, di un parere tra i tanti.
Il secondo dato è che il ritorno ad una maggior tranquillità che si percepisce sui bond, evidenzia un momentaneo allentamento della morsa della grande speculazione, che evidentemente ha chiuso parecchie posizioni ribassiste e attende con meno ostilità l’esito delle trattative del governo greco con le grandi banche del mondo per concordare il livello di beneficienza volontaria che queste ultime accetteranno di fare alla Grecia. Se dovessero terminare positivamente, come molti sostengono, anche se per ora sono in stallo, andrà in porto il default mascherato e in settimana si dovrebbe sbloccare anche il nuovo piano di aiuti per la Grecia che impegnerà una bella fetta del fondo salva-stati. L’ipotesi di abbandonare la Grecia al suo destino verrebbe così accantonata, fornendo agli ellenici una ulteriore possibilità di redenzione.
La prossima settimana i capi di stato europei dovrebbero poi ufficializzare il “fiscal compact”, cioè la camicia di forza “made in Germany” entro cui costringere i bilanci pubblici degli indisciplinati, forzandone il rientro sui parametri virtuosi di Maastricht, come deliberato un po’ confusamente l’8 dicembre scorso, e magari decidere anche il rafforzamento del fondo salva-stati, necessario dopo il declassamento operato da S&P e l’utilizzo per la Grecia.
Non siamo ancora alle misure che ci vorrebbero per uscire dalle secche della crisi del debito di Eurolandia. Ci vorrebbe un nuovo ruolo per la BCE, con possibilità di stampare moneta senza limiti e di intervenire a protezione degli stati, e ci vorrebbero gli Eurobond. Su queste misure la Germania continua ad opporsi, ma il ghiaccio tedesco sembra cominciare a sciogliersi.
Credo che il ragionamento dei mercati sia il seguente: se la Germania volesse abbandonare i PIGS al proprio destino, avrebbe colto l’occasione della trattativa tra Grecia e banche per lasciar fallire il paese ed accelerare così la disgregazione dell’Euro. Siccome le trattative sembrano evolvere positivamente, e comportare ulteriori aiuti da ben 160 miliardi (un quarto a carico della Germania), se la Germania si muove per la Grecia, a maggior ragione si muoverà per Italia e Spagna, se si trovassero in difficoltà maggiori delle attuali. Tanto più che questi due paesi i compiti li hanno fatti rapidamente e con incisività. E tutto ciò qualche cosa dovrà pur contare…
E’ presto per esultare. Il lieto fine è ancora tutto da scrivere. Anche perché ogni giorno ha la sua pena, e quella di oggi è l’impennata del petrolio in seguito alla decisione di embargo petrolifero presa dall’Europa nei confronti dell’Iran, che non starà con le mani in mano, ma aumenterà la tensione nel Golfo.
Una nuova crisi petrolifera è tutt’altro che scontata dai mercati, che ora preferiscono focalizzarsi sulle aspettative in Eurolandia, puntando sul fatto che questa storia, pur restando drammatica, cominci pian piano ad abbandonare gli aspetti della tragedia.
Non dimentichiamo inoltre che i mercati azionari sono ormai giunti su livelli di resistenza piuttosto importanti, che segnano la separazione tra rialzo e ribasso di medio periodo.
Questa settimana potrebbe trasformare il sogno in realtà, ma anche ridurlo nuovamente ad incubo.
Perciò è bene essere ancora piuttosto cauti.

 

19 gennaio 2012

IL BICCHIERE MEZZO PIENO

Anche oggi le borse azionarie confermano il loro buon stato di salute mettendo a segno diffusi rialzi. Come ho già fatto notare ieri, si nota una strana atmosfera, di quelle che si respirano nelle fasi di inversione, che porta i mercati a vedere le notizie con le lenti dell’ottimismo, esaltando quelle positive ed ignorando quelle negative.
Tra le prime vi sono tutte quelle che riguardano il sistema bancario e la tenuta dei PIGS.
Sono state pubblicate buone trimestrali per alcune banche USA. In Italia Unicredit, passata la paura di 10 giorni fa, sta chiudendo in gloria la prima fase dell’aumento di capitale, quella della trattazione dei diritti, in cui gli investitori debbono decidere se aderire o non all’operazione. Ed il rally di Unicredit contagia tutto il settore bancario europeo. Lo spread dei titoli di stato dei PIGS col Bund tedesco continua a scendere (il nostro viaggia verso quota 450), avvantaggiandosi del buon esito delle aste odierne in Francia e Spagna ed anche della favorevole impressione destata da Monti a Londra, dove non solo ha convinto il Financial Times che al governo in Italia non c’è più Berlusconi, ma a tratti è sembrato addirittura più inglese di Cameron. Dopo una tale performance gli speculatori della City debbono essersi sentiti rassicurati e forse hanno iniziato a smontare qualche posizione ribassista sul nostro paese.
Dal lato delle notizie negative oggi irrompe l’anticipazione della revisione al ribasso delle stime di crescita mondiale e soprattutto europea da parte del Fondo Monetario. Si attribuisce un calo produttivo pari al -0,5% per l’area euro, mentre le previsioni sul nostro PIL sono agghiaccianti: -2,2% nel 2012 e -0,6% nel 2013. Si comprende così il motivo della ricerca di 500 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti per aiutare i paesi che si troveranno in difficoltà.
Ma, come dicevo, oggi i mercati non sono disposti al pessimismo e si aggrappano alla convinzione che la crescita americana saprà irrobustirsi anche senza il contributo europeo e che in qualche modo il sistema bancario di Eurolandia verrà aiutato.
Pertanto anche oggi si festeggia in anticipo un finale che è ancora tutto da scrivere.
Non è la prima volta che i mercati giocano d’anticipo. Il più delle volte, in passato, hanno avuto ragione. Ma altre volte hanno preso cantonate che poi sono state duramente pagate. Personalmente conservo ancora un po’ di scetticismo, almeno fino a quando l’ottimismo non riuscirà a far svoltare anche i grafici.
Avrò infatti maggior fiducia se il Dax tedesco riuscirà a superare quota 6.430 ed il nostro Fib andrà oltre 15.700. Se poi SP500 riuscisse a superare 1.370, allora si ripristinerebbe in pieno il bull trend di lungo periodo.

 

18 gennaio 2012

… E SE AVESSERO MOLLATO LA PRESA?

Le borse azionarie continuano a vivere in apparente stato di equilibrio le giornate che, secondo logica, avrebbero dovuto segnare il ritorno della speculazione ribassista. I mercati obbligazionari e l’euro riescono addirittura a migliorare la loro cera, evidenzando una certa riduzione degli spread col Bund, una buona partecipazione alle aste che si sono svolte oggi e un timido tentativo di recupero oltre 1,28 contro il dollaro da parte della moneta europea.
Tutto ciò quando continuano ad accavallarsi dichiarazioni preoccupate dei politici europei e revisioni al ribasso sulla crescita mondiale da parte di agenzie mondiali. Oggi la Banca mondiale ha rivisto pesantemente al ribasso, dimezzandola al 2,5%, la previsione di crescita del PIL mondiale per il 2012, Fitch ha ammesso che sta per adeguarsi al punto di vista di S&P e taglierà anch’essa il rating dei PIGS europei entro gennaio; Moody’s per non essere da meno ha dichiarato che per i PIGS la recessione quest’anno è una certezza, mentre la Germania dovrebbe evitarla. Ha così anch’essa girato il coltello nella piaga degli squilibri europei che danno fiato agli attacchi speculativi. Se tutto ciò non bastasse, aggiungiamo che si dà ormai quasi per certo il fallimento della Grecia entro marzo, dato che non si riesce a sbloccare la trattativa con le banche per concordare il livello del “taglio di capelli volontario” al valore nominale dei titoli di stato greci.
Se tutta questa sventagliata di brutte notizie non riesce a smuovere la speculazione potrebbe significare che forse i fondi hedge e le banche d’affari anglosassoni sono sazie e potrebbero mollare la presa, dedicandosi a cercare altre occasioni per fare quattrini al di fuori dell’area euro.
E’ ancora presto per dirlo. Potremmo piuttosto essere in presenza di un appannamento dei riflessi ribassisti dopo i bagordi di fine anno. Riflessi che si potrebbero svegliare di colpo.
Ma l’ipotesi che forse il mercato abbia già scontato il peggio comincia a far capolino e ogni giorno che passa con una divergenza tra cattive notizie in arrivo e una tenuta dei mercati europei, rafforza questa ipotesi sorprendente.
D’altra parte le borse passano la maggior parte del loro tempo a stupire coloro che cercano in esse soltanto il buon senso.
Che sia così anche stavolta?
Non arrovelliamoci. Aspettiamo qualche giorno e forse capiremo, a patto di abbandonare ogni pregiudizio e fidarci di quel che ci diranno i grafici.
 

 

05/01/2012 16:37

Povera Italia!

I mercati prendono violentemente atto che le ricapitalizzazioni bancarie, iniziate con l’aumento di capitale di Unicredit, non saranno affatto una passeggiata.
Anche oggi il settore è bersagliato dalle vendite e trascina giù le borse maggiormente cariche di bancari, come la nostra. Il nostro indice è decisamente il peggiore perché ospita proprio l’occhio del ciclone (Unicredit).
Gli indici dei paesi rifugio (Germania e USA) tengono assai meglio le loro posizioni e per ora scendono solo frazionalmente. E’ la tipica situazione di panico che genera il “fly to quality” verso i listini più forti e d il crollo di quelli ritenuti più deboli.
Sta di fatto che oggi il nostro FIB ha già bruciato tutta la seconda gamba del rally di fine anno ed è tornato ai valori del 28 dicembre. E’ molto importante rimanere al di sopra dei minimi di quel giorno (14.750), che sancirono la ripartenza rialzista dopo la minicorrezione post-natalizia.
Se venissero superati avremmo inversione di tendenza e gli obiettivi ribassisti (14.400 poi 13.600) tornerebbero nel mirino.
C’è da sperare che non accada, dato che tornerebbe a rischio non solo la tendenza dell’indice di borsa, ma la stessa tenuta del nostro sistema economico e finanziario.

 

Mercoledì 21 dicembre 2011

canottiera e cappotto

Ieri i mercati azionari hanno inviato un segnale di rimbalzo, forte, chiaro ed abbastanza inatteso, dopo le incertezze dei giorni precedenti.

A spingere i mercati sono stati i dati confortanti dell’immobiliare americano ed i buoni risultata dell’asta di titoli di stato spagnoli, con rendimenti in forte calo.

Oggi il mercato azionario ha continuato per metà mattinata a salire, nell’aspettativa di buoni risultati dell’asta di liquidità che la BCE oggi ha tenuto nei confronti delle banche europee. Sono stati collocati quasi 490 miliardi di euro di pronti contro termine a 3 anni al tasso irrisorio dell’1%. Le 14 banche italiane ammesse hanno richiesto quasi 40 miliardi consegnando titoli garantiti dallo stato come collaterale. Considerato che le stime erano per una richiesta complessiva intorno a 300 miliardi, possiamo dire che l’adesione è stata ben al di sopra delle attese.

Tutto ciò ha dato il via alla classica interpretazione stile “bicchiere mezzo vuoto”, che si è subito contrapposta alla classica visione da “bicchiere mezzo pieno” che si è vista ieri. Se ieri e nella prima parte della giornata odierna il mercato ha apprezzato la possibilità che con la liquidità recuperata le banche potrebbero comprare titoli di stato lucrando ricchi margini da carry trade e sostenere così i prezzi dei titoli di stato dei PIGS, contribuendo alla diminuzione dello spread ed a portare più calma sul mercato obbligazionario, dopo la massiccia richiesta di liquidità ha fatto capolino la triste congettura che un’asta così affollata non riveli la voglia di speculare al rialzo sui BTP, ma una crisi di liquidità delle banche ben peggiore delle attese.

Sono così partite le prese di beneficio ed il mercato ha perso per strada tutta la baldanza mattutina. L’apertura negativa di Wall Stret ha contribuito ad ammosciare gli indici, che potrebbero segnare oggi una correzione immediata del rialzo impetuosi realizzato ieri.

E’ assai presto per parlare di negazione del segnale rialzista, ma non per evidenziare ancora una volta il forte nervosismo di mercati che in questi giorni si sentono spiazzati da qualunque notizia e cambiano continuamente idea in modo assai impulsivo, come quel tale che mette il cappotto appena sente un filo di vento e si mette in canottiere al primo raggio di sole.

 

 

Martedì 20 dicembre 2011

RALLY DI DRAGHI?

La strenua difesa che il nostro mercato azionario è riuscito ad opporre alle spinte ribassiste, si è manifestata sul nostro FIB in ben 3 candele inside, cioè con massimi e minimi compresi all’interno della candela ribassista del 14.12.
Questa configurazione rivela da un lato la grande incertezza operativa, con sostanziale equilibrio tra compratori e venditori, ma dall’altro un accumulo di energia che si dovrebbe scaricare nella direzione dalla quale il mercato riuscirà ad uscire. Siccome oggi il rimbalzo, grazie ai dati immobiliari provenienti dagli USA, migliori delle attese, sembra avere maggior convinzione dei giorni scorsi, occorre tenere d’occhio il massimo del 14.12, che si situa a quota 14.960.
Il superamento, confermato dalla chiusura oltre questo livello, infonderà al mercato una decisa spinta rialzista, che lo potrebbe portare presto al primo obiettivo in area 15.700, dove troverà la trend line discendente che ha fermato i tentativi rialzisti di maggio, luglio e dicembre. E’ un ostacolo di rilievo, che separa dalla resistenza di 16.200 (massimo di inizio dicembre) e, successivamente, dall’area 17.000. Qui dovrebbe fermarsi l’eventuale rally di fine anno, estremamente utile per il “window dressing”, cioè l’imbellettamento dei risultati dei fondi e delle gestioni per nascondere un po’ le rughe accumulate in questo brutto 2011.
E’ chiaro che un tale evento potrebbe proiettare gli indici più tonici, che sono quelli americani, addirittura fino ai massimi di ottobre, a 1.290.
Potrebbe aiutare l’impresa il regalo di Natale che Draghi ha portato alle banche, con l’elargizione di liquidità illimitata per 3 anni al tasso dell’1%, che permette un lussuoso carry trade sui titoli italiani e spagnoli, e potrebbe anche restringere un po’ lo spread.
Insomma, Babbo Natale Draghi ha fatto il possibile compatibilmente a quanto gli permettono i mastini della Bundesbank. Bisogna vedere se le banche vorranno aprire il pacco oppure non si avvicineranno, temendo magari che sia un pacco bomba degli anarchici dei fondi hedge.

 

Venerdì 16 dicembre 2011

SALVARE IL MULO

Il mercato cerca con molta fatica il rimbalzo, dopo pesanti giornate ribassiste. Ieri la seduta si è chiusa in recupero ed oggi il mercato ha provato in mattinata ad estendere il recupero, ma le preoccupazioni che permangono sulla situazione macroeconomica e sulla salute del sistema bancario europeo.

Ogni giorno spuntano nuovi declassamenti da parte delle agenzie di rating, che si alternano a bastonare ora un gruppo di banche, ora un altro. Oggi è stata la volta di Fitch, che ha declassato nientepopodimeno che Deutsche Bank e Credit Suisse, dopo che nei giorni scorsi la scure si è abbattuta su molti istituti francesi.

Dal fronte delle stime macroeconomiche ha destato molta impressione leggere ieri il rapporto del Centro Studi Confindustria, tradizionalmente molto serio ed oggettivo, che, in seguito alle manovre estive ed autunnali,  ha stimato la probabile (de)crescita del nostro paese nel 2012 a -1,6%. La sorpresa deve aver fatto sobbalzare quelli che si affidano all’ottimismo di maniera dei guru nostrani, tutti prezzolati e pieni di conflitti di interesse, che si guardano bene dal pericolo di spaventare il popolo, ma assai meno da quello di illuderlo con proiezioni oltremodo generose.

Non dovrebbero essere stati invece molto sorpresi coloro che assistettero ai miei interventi al TOL Expo di Milano il 27-28 ottobre, quando, quasi due mesi fa, affermai tra la sorpresa e l’incredulità generale che, a mio parere, il 2012 ci avrebbe portato una recessione più vicina al -2% che al -1%. Ora cominciamo ad essere qualcuno in più a vedere il re nudo.

Non che mi faccia piacere, ma questo è quel che le politiche dissennate targate Merkozy ci stanno regalando: sacrifici inutili, che provocano recessione e che faranno chiedere ai sacerdoti del rigore e dell’ortodossia monetaria altri sacrifici a nostro carico. E’ la maledetta spirale che ha travolto la Grecia.

Nessuno si azzarda a proporci  a tassi sostenibili i finanziamenti che ci permettano per un paio d’anni di evitare le aste dei titoli di stato, né Monti si sbilancia a chiederli, per non rovinare la sua algida reputazione di testa d’uovo monetarista. I tedeschi invece continuano ad affannarsi a darci lezioni di rigore, magari senza guardare alle proprie banche, che di qualche insegnamento rigorista pur necessiterebbero (Deutsche Bank e Commerzbank, ormai vicina alla richiesta di salvataggio).

E’ vero che i soldi necessari non ci sono, perché il nostro debito in scadenza è eccessivo e né il FMI, né il fondo salva-stati basterebbero.

Però sarebbe ora che chi di dovere si preoccupasse maggiormente di come salvare il mulo malato invece di continuare a caricare sul mulo ceste sempre più pesanti e pretendere che acceleri l’andatura. Il mulo potrebbe stramazzare al suolo e schiaccerebbe, come ha dimostrato Confindustria con una simulazione pubblicata ieri, tutti i suoi padroni che lo stanno incitando e bastonando.

 

Giovedì 15 dicembre 2011

Quel che passa il convento Azionario

Ieri abbiamo vissuto sui mercati azionari europei l’ennesima giornataccia, questa volta con la Francia nell’occhio del ciclone, a causa del sempre più probabile declassamento del rating sul suo debito sovrano.

Stamattina le parole di Draghi in conferenza stampa, a mio parere semplicemente preoccupate della situazione debitoria degli stati e delle banche, sono state usate a pretesto per impostare un rimbalzo sulla speranza di interventi più cospicui della BCE. Il recupero si è esteso dopo la prima batteria di dati macro americani, alle 14,30. Sussidi, indice manifatturiero e prezzi alla produzione sono stati migliori delle attese. Alle 15,15 invece il dato sulla produzione industriale di novembre ha segnato un calo inaspettato, mentre alle 16 l’indice Fed Philadelphia è migliorato oltre le aspettative. Il saldo di tutte queste notizie è comunque positivo e dovrebbe consentire ai mercati di chiudere in rialzo la seduta odierna, sempre che non si mettano di traverso dichiarazioni dei burocrati europei.

Il rimbalzo odierno ha comunque il compito improbabile di superare i massimi di ieri, che sono al momento ancora piuttosto lontani.

In mancanza dovrà essere catalogato come mera espressione della volatilità dei mercati e non modificherà l’impostazione ribassista di breve periodo del mercato. L’obiettivo continua ad essere il raggiungimento dei minimi di novembre, specialmente per il nostro FIB. Ricordo che l’area in questione è a 13.600, circa 800 punti sotto il minimo di ieri.

Per parlare di fine della correzione e ripresa del movimento rialzista intermedio occorrerà superare con convinzione i 16.000 punti. Lo spazio tra 16.000 e 13.600 si presta alle scorribande della volatilità. Può dare gioie a chi azzecca le momentanee folate di vento e dolori a chi le sbaglia, ma non fornisce alcuna indicazione direzionale di medio periodo e rappresenta un trading range, appunto adatto al trading stretto, magari intraday e fatto con grande disciplina operativa. Chi non ha la possibilità di operare intraday in questo modo, se opera in ottica multiday assume rischi forse eccessivi. Chi invece cerca le ampie praterie direzionali per operare in trading di posizione di medio periodo, può anticipare le vacanze di Natale, poiché non credo che prima di Natale vedremo segnali di ampio respiro.

Questo è ciò che passa in convento azionario italiano. Superfluo ricordare che Babbo Natale è molto più generoso.

 

Lunedì  12 dicembre 2011

capricci inglesi e sculacciate tedesche

La conclusione del Vertice UE di Bruxelles e la pubblicazione del lungo comunicato finale mi consentono di fare il punto della situazione nell’area euro.

Ricapitolo in sintesi i punti dell’accordo, partendo dal disaccordo. Infatti il primo e più clamoroso risultato del vertice è stato lo sganciamento della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Cameron ha messo il veto alla modifica dei trattati ed ha obbligato gli altri 26 a trovare un accordo che dovrà essere formalizzato a marzo, cercando le giuste modalità che consentano di evitare l’impossibile modifica dei trattati.

La decisione di Cameron è politicamente un grave colpo di mano che imprigiona l’intera Unione Europea nella norma che impone l’unanimità di tutti i membri quando si vogliono modificare i trattati costitutivi dell’UE. La Gran Bretagna ha perciò in ostaggio il resto d’Europa, a meno che non decida di uscirne definitivamente. Personalmente penso che sarebbe la soluzione migliore, ma anche la più improbabile, poiché gli inglesi è un’eternità che lucrano grossi vantaggi dal rimanere in Europa minacciando continuamente di volerne uscire e dicendo sempre no ad ogni modifica che potrebbe rafforzarla.

Se la formalizzazione dell’accordo è stata rinviata, pare sia stata invece definita la struttura della nuova Unione di Bilancio. Il Patto prevede tre punti forti, quelli voluti ed imposti dalla Germania: il principio della parità del bilancio (per essere precisi, il deficit di ciascun paese potrà essere al massimo lo 0,5% del PIL, contro il precedente 3% di Maastricht) che dovrà essere recepito nelle Costituzioni nazionali; sanzioni semiautomatiche per chi avrà deficit superiori al 3% del PIL (le sanzioni già oggi previste scatteranno in automatico e senza tutta la procedura di infrazione oggi richiesta. Ci vorrà la maggioranza qualificata dei membri per sospenderle); obbligo per i paesi con debito superiore al 60% del PIL di ridurlo ogni anno per 1/20 dell’eccedenza (per intenderci, il nostro paese, che è al 120%, dovrà ridurlo del 3% l’anno: sono circa 45 miliardi aggiuntivi da trovare oltre al pareggio di bilancio).

Direi che, se riusciranno a risolvere gli ostacoli giuridici al veto inglese e trovare una modalità applicativa efficiente, sono state poste le basi della germanizzazione dell’Europa e sicuramente l’euro nel lungo periodo dovrebbe beneficiare della rafforzata virtù accettata da tutti, obtorto collo.

Il problema però è soprattutto nel breve periodo. Ho già scritto nei giorni scorsi che si doveva trovare un sistema per dissuadere la speculazione dagli attacchi agli anelli deboli di Eurolandia ed impedire il fallimento di Italia e Spagna. Si dovevano mettere sul tavolo le risorse per poter finanziare questi paesi nel 2012, consentendo loro di evitare l’accesso al mercato dei capitali, che ora è troppo gravoso e richiede interessi insostenibili. In caso contrario avremmo subito un rapido deterioramento dell’affidabilità di questi paesi e la veloce scivolata nell’insolvenza, sull’esempio della Grecia.

Ebbene, su questo fronte pochissimo è stato fatto: l’anticipo di un anno (a luglio 2012) dell’entrata in funzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM, che brutto nome), praticamente la versione stabile del fondo salva stati, che sarà assorbito in esso. Le sue risorse dovrebbero essere portate a 500 miliardi e sarà controllato tecnicamente dalla BCE, che però non potrà finanziarlo in caso di bisogno. Si è poi deciso di ricapitalizzare il Fondo Monetario Internazionale per 200 miliardi di euro, per renderlo maggiormente attivo nei salvataggi, ma non si è chiarito bene chi metterà i soldi.

Soprattutto non si è parlato di Eurobond e si è chiusa la porta alla BCE come finanziatore degli stati in difficoltà. Lo stesso Draghi non ha osato prendersi più libertà di quella ora concessa dai mastini della Bundesbank ed ha ribadito che gli stessi acquisti di titoli di stato italiani e spagnoli sono temporanei e limitati. In compenso ha tagliato i tassi all’1% e ha elargito nuova liquidità per le banche, che potranno accedere a prestiti triennali per circa 1.000 miliardi di euro, assistiti anche da collaterale di scarsa qualità  (i nostri BTP, per esempio).

Come si può vedere, viene lasciata aperta una finestra di debolezza almeno fino a marzo. Se i mercati, come ritengo probabile, non si accontenteranno delle misure di lungo periodo, di ambigua realizzazione, e comunque di effetto chiaramente recessivo, se le agenzie americane di rating procederanno questa settimana al declassamento della Francia, dell’Italia e magari anche della Germania, come è possibile, dato che Moody’s ha già annunciato insoddisfazione per gli esiti del vertice, saranno dolori. Le difese sono sguarnite e le aste di titoli pubblici di gennaio e febbraio (il nostro paese dovrebbe raccogliere 35 miliardi a gennaio ed oltre 40 a febbraio) sono fortemente a rischio. L’emergenza potrebbe imporre quelle scelte che per il diktat della Germania e lo scarso coraggio di Draghi non sono state fatte. Però in modo molto più drammatico ed a costo di ulteriori sofferenze per i risparmiatori e per le tasche dei cittadini. Sempre che la situazione non scappi decisamente di mano.

 

 

Giovedì 8 dicembre 2011

LA RECESSIONE E’ IL MALE MINORE

Ci sono momenti che segnano la storia di un paese o magari del mondo intero. Momenti destinati a finire sui libri di storia ed essere ricordati come i momenti topici di cambiamenti epocali. Quello che sarà stato deciso al termine del Consiglio Europeo venerdì 9 dicembre è destinato ad assumere proprio l’importanza dei momenti “topici”.
Da quella riunione dipende il futuro dell’Euro e probabilmente dell’intera Unione Europea.
Cerchiamo di riepilogare in modo sintetico ma il più possibile chiaro la gravità della situazione e l’importanza delle scelte che i leader europei sono chiamati ad effettuare.
Il mondo sta vivendo uno scenario economico che possiamo definire come la seconda gamba della terribile crisi economica apertasi a fine 2007 con il crollo dell’illusione immobiliare americana. Quella prima ondata recessiva fu generata dal fallimento di molti mutuatari “subprime” e dal conseguente crollo dei valori della miriade di titoli strutturati, costruiti dalle banche d’affari americane proprio sul collaterale “mutui subprime”, ed abbondantemente venduti sul mercato finanziario riservato agli istituzionali, con la complicità delle agenzie di rating che attribuirono il massimo merito di credito (la mitica tripla A) a questi prodotti. Quando il mercato immobiliare si sgonfiò molti mutui non vennero più onorati e questi titoli divennero “tossici”, poiché arrivarono a quotazioni infime, livelli tali da distruggere gran parte del capitale, e la loro tossicità provocò il fallimento di centinaia di banche di medie dimensioni e del colosso Lehman Brothers, mentre l’intero sistema bancario dovette essere salvato con l’immissione di cospicui finanziamenti statali sia in USA che in Europa. Nel frattempo il blocco del credito che si generò per la psicosi del “chi sarà il prossimo a fallire” causò a fine 2008 una pesantissima recessione, la peggiore dopo quella del ’29, in tutte le economie occidentali ed un marcato rallentamento della crescita anche nelle economie emergenti. L’enorme impiego di risorse pubbliche, mobilitato in stato di emergenza per salvare le banche e per stimolare l’economia bloccata, causò il drastico peggioramento dei bilanci pubblici negli anni seguenti.
La ripresina che si è vista nel 2010 e nella prima parte di quest’anno è così costata un peggioramento drastico del debito di tutti i principali stati facenti parte del mondo cosiddetto sviluppato. Il rapporto debito/PIL, che nel 2007 per USA, Germania, Francia e Gran Bretagna viaggiava a ridosso del 60%, ritenuta la soglia di equilibrio e sostenibilità del debito, negli anni seguenti è salito e continua tuttora a salire, ed ha raggiunto quest’anno un livello dappertutto superiore all’80% (gli USA sono ormai al 100%). Il nostro paese, che partiva da quota 108% nel 2007, è passato al 120% quest’anno e dovrebbe raggiungere il 128% il prossimo anno (stime OCSE). La differenza relativa rispetto ai principali paesi occidentali si è ridotta, ma solo perché gli altri hanno peggiorato la loro situazione più di quanto non abbia fatto il nostro paese. L’imponente livello raggiunto ha mantenuto comunque l’Italia sul podio del campionato dei debitori (preceduta solo dal Giappone con circa il 200% e dalla Grecia con oltre il 160%) e reso il nostro paese estremamente fragile, poiché circa il 45% di questo debito è in mani straniere, che possono decidere con un click di cambiare debitore.
L’enorme sforzo compiuto nel mondo per fermare la recessione ha prodotto risultati sostanzialmente deludenti, poiché negli ultimi due anni solo i paesi emergenti sono riusciti a tornare ai ritmi produttivi precedenti, mentre le economie occidentali sono riuscite ad ottenere soltanto una debole ripresa, che si è arenata quest’estate, quando è venuto al pettine il nodo del finanziamento dei debiti pubblici europei.
La debolezza della ripresa economica, contrapposta alla forte lievitazione dei debiti pubblici dei principali paesi, ha indotto in primavera i mercati finanziari, chiamati a sottoscrivere una mole sempre più ingente di titoli di stato, a chiedersi se questa situazione fosse sostenibile.
E’ normale e saggio che i finanziatori si chiedano se i debitori saranno in grado di onorare i propri impegni finanziari. Ogni sistema finanziario, su cui si appoggiano i sistemi economici, si regge sulla fiducia nel futuro. Debbono aver fiducia gli imprenditori, che investono per aumentare e migliorare la propria capacità produttiva e per far ciò si rivolgono al mercato finanziario per ottenere finanziamenti. Debbono aver fiducia i finanziatori, per accettare di prestare le loro risorse a chi si indebita per investire nella crescita.
Questo meccanismo, che già si era inceppato nel 2008 a causa del venir meno della fiducia nel mercato immobiliare americano, si è inceppato nuovamente proprio nei mesi scorsi, quando è venuto al pettine il problema della enormità dei finanziamenti che gli stati drenano sui mercati finanziari. Le necessità di risorse necessarie per collocare titoli pubblici ha superato le capacità di finanziamento del sistema da parte del risparmio mondiale. Venendo meno la disponibilità di finanziamenti a basso costo per tutti, il mercato ha cominciato a fare una selezione naturale tra i soggetti che al mercato chiedono finanziamenti. Coloro ritenuti più affidabili hanno avuto ancora accesso al credito a tassi convenienti, mentre per i soggetti meno virtuosi il costo si è progressivamente inasprito. Si è venuto così ad accentuare il fenomeno dello “spread”, che dall’estate tormenta il sonno di chi segue i mercati finanziari. Aumenta sempre più la differenza di rendimento che il mercato pretende per prestare ai paesi meno affidabili.
Anche in questo caso il mercato ha applicato la legge della giungla, dove i soggetti più forti sopravvivono e quelli più deboli diventano cibo per i predatori.
Il fenomeno della “selezione dei debitori” è poi stato manipolato dalle politiche attuate dalle varie banche centrali. Alcune hanno deciso di intervenire in modo pesante sul mercato per difendere le loro valute e si sono presentate come compratori e finanziatori dei debiti pubblici, acquistando con moneta sonante, stampata di fresco, i titoli pubblici emessi dai rispettivi governi, contribuendo così a mantenere bassi i tassi di interesse pagati. E’ il caso della Federal Reserve americana (FED) e della Bank of England (BOE), che hanno così monetizzato il debito pubblico americano e britannico. Non così si è comportata la Banca Centrale Europea (BCE), che, vuoi per rigide norme statutarie che impediscono esplicitamente di finanziare direttamente gli stati di Eurolandia, vuoi per la politica portata avanti dal precedente Presidente Trichet, sempre molto preoccupato di evitare l’inflazione e condizionato dai tedeschi, ha per parecchi mesi assistito inerte al deterioramento dei rendimenti sui titoli di alcuni stati più fragili di Eurolandia (Grecia, Irlanda, Portogallo, poi addirittura la Spagna ed ultimamente anche l’Italia). All’inerzia della BCE si è aggiunta la farraginosità e le lungaggini burocratiche dei regolamenti europei e gli egoismi nazionali dei principali paesi (Francia e Germania). Tutto ciò ha causato l’incapacità di decidere strategie efficaci di difesa degli anelli più deboli da parte delle istituzioni europee.
La grande speculazione internazionale, rappresentata soprattutto dai fondi Hedge e dalle grandi banche d’affari americane, ha colto enormi possibilità di successo nell’attaccare le prede più fragili del branco di Eurolandia, puntando proprio sull’assenza di efficaci difese coordinate.
E’ stato un gioco da ragazzi per i trader americani dei fondi hedge generare impulsi ribassisti sui prezzi dei titoli pubblici dei paesi PIIGS (acronimo che indica Portogallo, Irlanda, Italia, Gracia, Spagna), che presto hanno spinto anche i gestori di fondi non speculativi e le stesse tesorerie delle banche di tutto il mondo a vendere per proteggere i loro patrimoni.
Il vortice ribassista ha condotto stati come l’Italia, che solo pochi mesi fa veniva considerata affidabile, a rischiare l’insolvenza, a causa di interessi non sostenibili da pagare sul suo debito enorme. Anche il sistema bancario è piombato nella crisi di liquidità poiché gli attivi dei bilanci bancari includono masse enormi di titoli pubblici che il mercato valuta assai meno del loro valore nominale. Le perdite teoriche debbono venire coperte da incrementi patrimoniali per non deteriorare gli indici di solvibilità (il famoso core tier 1 ratio). Nell’impossibilità di attingere facilmente ad aumenti di capitale, le banche reagiscono diminuendo gli attivi ove possibile, cioè limitando il credito all’economia sana. Si viene perciò a creare un circolo vizioso, con le banche che bloccano la loro naturale attività: non si prestano più i soldi tra loro per paura che i debitori falliscano, non prestano più all’economia per ridurre gli attivi e migliorare gli indici patrimoniali. Intanto le loro quotazioni vengono falcidiate e con queste gli indici di borsa.
Il sistema produttivo viene strozzato, il credito si prosciuga, molte imprese falliscono per motivi finanziari, i consumi rallentano per motivi precauzionali e l’economia ricade così pesantemente in recessione. Questo è il film che stiamo vedendo in Europa in questi mesi e che continuerà purtroppo probabilmente nei mesi prossimi.
Le autorità europee, condizionate dal potere della Germania, che si è affermata sempre più come la vera nazione guida dell’Unione Europea, reagiscono alla situazione imponendo agli stati più indebitati manovre di risanamento sempre più pesanti. Noi italiani abbiamo visto quest’estate e stiamo vedendo in questi giorni la durezza degli interventi richiesti per azzerare il deficit di bilancio e fermare l’avanzata del debito. Ma questi interventi portano con sé un carico recessivo molto imponente e peggioreranno la situazione dei paesi nell’occhio del ciclone (Italia e Spagna), che sono tornati in recessione già in questo trimestre (Grecia, Irlanda e Portogallo non sono riusciti a vedere un po’ di crescita nemmeno nel 2010). La stessa Eurolandia molto probabilmente nel primo trimestre 2012 andrà anch’essa nel suo complesso in recessione.
Il meccanismo della crisi finanziaria che si trasferisce all’economia reale, che già operò nel 2007, si sta ripetendo. La stessa Cina, la fabbrica del mondo, venendo a mancare la domanda europea e rimanendo piuttosto fiacca quella americana, comincia a segnalare una decelerazione produttiva rilevante. E’ di queste settimane la caduta in Cina dell’indice PMI, che misura le aspettative dei manager industriali, ben al di sotto di quota 50, che fa da spartiacque tre le attese di crescita e quelle di contrazione dell’economia. La Banca Centrale cinese ha abbandonato le politiche monetarie restrittive ed ha abbassato i livelli di riserva obbligatoria delle banche, cominciando a temere la caduta produttiva più di quanto tema l’inflazione.
Il mondo è nuovamente alle prese con problemi addirittura peggiori di quelli che dovette affrontare nel 2008: oltre alle banche da salvare ed alle economie da stimolare, oggi si aggiungono gli stati da salvare e purtroppo non c’è più la possibilità di attingere ai bilanci pubblici, che sono già stremati.
E’ in questo contesto che in questi giorni sta emergendo il problema più urgente di tutti: salvare l’Eurozona. L’accelerazione della fuga degli investitori da tutto quel che odora di Eurolandia, che si è vista a fine novembre, quando persino la Germania ha faticato a trovare finanziatori alla sua asta di titoli di stato, ha chiarito a tutti che il Consiglio d’Europa che si tiene i giorni 8 e 9 dicembre a Bruxelles è l’ultima spiaggia per fornire una risposta convincente alle pressioni dei mercati.
A parole tutti vogliono salvare l’Euro, ma al vertice si scontreranno due diverse filosofie. La prima è quella tedesca, che vorrebbe risolvere il problema di credibilità dell’Euro dotando finalmente l’Eurozona di una autorità che definisca una politica fiscale comune che preveda il principio del pareggio di bilancio ed il progressivo rientro dei debiti alla soglia virtuosa del 60% del PIL. Tale autorità dovrebbe avere il potere di controllare l’applicazione delle misure da parte di tutti gli stati aderenti alla moneta unica, sanzionando efficacemente chi non fa i compiti assegnati. Secondo questa impostazione i mercati premierebbero istantaneamente la ritrovata virtù comune e tornerebbero ad investire sui titoli europei.
Si contrappone la filosofia “mediterranea” che in sostanza fa notare che rivedere i trattati europei impone tempi che non sono compatibili con l’urgenza suscitata dai mercati, ma soprattutto che in questo modo si toglierebbe sovranità nazionale ai singoli stati e si imporrebbe, a quelli che hanno un carico di debito maggiore, una mole di sacrifici insopportabile ed una prospettiva di recessione per gli anni a venire. Meglio sarebbe condividere il debito mediante la creazione di Eurobond o la monetizzazione dei debiti autorizzando la BCE a stampare moneta per finanziare direttamente gli stati indebitati.
Dal dibattito che in queste settimane si è svolto e dagli incontri ufficiali ed informali che si sono succeduti sembra prevalere l’impostazione tedesca, sposata finalmente in questi giorni a malincuore anche da Sarkozy ed appoggiata da Monti, che deve ingraziarsi la Germania.
Il Vertice dovrebbe perciò riuscire, magari un po’ a fatica e prolungando drammaticamente la riunione anche nel week-end, a prevedere una revisione dei trattati per l’istituzione dell’autorità fiscale europea.
Personalmente dubito però che i mercati si placherebbero se questa decisione trovasse applicazione a distanza di mesi e non venisse elaborato qualche surrogato di pronta applicazione. Ho anche forti dubbi che i mercati pretendano, per tornare ad investire in Europa, una qualche forma di monetizzazione del debito, attraverso l’intervento potente della BCE sui mercati, che dia la sensazione che per quanto si vendano i titoli italiani e spagnoli, la Banca Centrale Europea li comprerà, in modo molto più convinto di quanto abbia fatto finora, e che le banche potranno finanziarsi senza limiti presso la BCE consegnando come garanzia titoli pubblici di qualunque stato dell’Unione Monetaria.
Basterebbero questi semplici annunci per far arretrare la speculazione e tornare almeno per un po’ la fiducia. In tal modo la Bce non avrebbe neanche bisogno di passare ai fatti.
Non so se Draghi avrà il coraggio di intraprendere una simile coraggiosa strada, la stessa percorsa dalla FED e dalla BOE, senza che in qualche modo i tedeschi diano il loro assenso esplicito. Temo che i tedeschi questo assenso non lo daranno, ma è pur sempre vero che ad ogni piè sospinto i tedeschi non fanno che ricordare l’autonomia della BCE. Ora Draghi potrà dimostrare che autonomia significa anche autonomia dai tedeschi e decidere di potenziare l’intervento della BCE, fino al punto di averla vinta sulla speculazione.
Se lo farà, acquisteremo altri mesi di tempo per attuare la ricetta tedesca, sulla quale ho molte perplessità, poiché è potentemente recessiva e non so quanto possa essere sopportata dai PIIGS.
Ma intanto il temuto crollo dell’Euro dovrà essere perlomeno rimandato ed il 2012 sarà “solo” l’anno della seconda recessione, non quello della devastazione.


 

Mercoledì 7 dicembre 2011

VIGILIA NERVOSA

Come si conviene, alla vigilia di decisioni cruciali per il futuro dell’Europa, non manca chi cerca di rompere le uova nel paniere.
Ieri sono state le improvvide dichiarazioni dell’agenzia americana Standard & Poor’s, che ha blaterato su tagli generalizzati del rating al debito sovrano di tutti gli stati della zona euro. Oggi sono arrivate alcune dichiarazioni tedesche pessimiste sull’esito del Consiglio d’Europa perché alcuni stati non avrebbero compreso bene la gravità della situazione. Ecco allora prese di beneficio sui listini azionari ed nuovi allargamenti di spread sui mercati obbligazionari.
Di per sè quel che vediamo oggi è la semplice continuazione della correzione di cui abbiamo assistito ieri alle fasi iniziali. Dopo una salita, per il nostro mercato azionario, di quasi il 20% in soli 8 giorni non è affatto strano che si arretri del 2% o poco più.
Quel che più preoccupa però è il modo. Infatti lo scoglio di 16.070, che oggi, nelle fasi iniziali della mattinata, è stato per qualche minuto superato, alla lunga ha nuovamente avuto la meglio degli entusiasmi rialzisti ed ha respinto assai più di ieri il mercato. Si sta così disegnando, sui grafici giornalieri del nostro FIB, una barra di inversione ribassista (barra outside, ma anche un modello bearish engulfing) che, presentandosi in prossimità della resistenza, potrebbe causare l’inversione del mercato verso i minimi di novembre.
Tutto ciò sarebbe molto preoccupante se i mercati in questi giorni non fossero pesantemente condizionati da dichiarazioni e scelte politiche, in grado di ribaltare gli umori nello spazio di una intervista.
Perciò confido veramente che per una volta il segnale tecnico venga smentito dalla volontà politica di risolvere i problemi della casa comune europea.
Speriamo, insomma, per una volta la politica abbia il sopravvento sulla tecnica. In fondo solo in Italia i tecnici prendono il posto dei politici.
 

 

Lunedì 5 dicembre 2011

IL COMPITINO DI MONTI

I mercati hanno vissuto una settimana di speranza, recuperando molto delle precedenti perdite, in attesa della manovra di Monti, presentata ieri sera, e soprattutto delle decisioni che prenderà il Consiglio Europeo per salvare l’euro il 9 dicembre (o nel prossimo week-end, se la battaglia sarà più dura del previsto).
La manovra di Monti è di quelle che piacciono ai mercati e sicuramente piace ai tedeschi. E’ stata presentata con decreto-legge ed entra subito in vigore. Il decreto-legge aumenta le possibilità di approvazione evitando gli assalti alla diligenza dei peones parlamentari, poiché, se necessario, il Governo può porre la fiducia sull’intero provvedimento troncando dibattito e addolcimenti vari. La mossa decisionista consentirà a Monti di presentarsi giovedì al Consiglio d’Europa in veste di studente che si è impegnato ed ha fatto i primi compiti assegnati dalla maestrina Merkel. L’effetto psicologico positivo per la credibilità italiana agli occhi degli esaminatori europei è pertanto garantito.
Dal punto di vista dell’impatto macroeconomico, a mio parere, la manovra è abbastanza deludente poiché è rappresentata per il 70% da tasse e solo per il 30% da tagli di spesa. Misure per la crescita bisogna proprio andarle a cercare con fatica ed accontentarsi di abbozzi di razionalizzazione. E’ una manovra pesantemente recessiva e contribuirà ad accentuare la caduta produttiva che è già tra noi, portando il tasso di (de)crescita del PIL del 2012 probabilmente ad avvicinare più il -2% che il -1%.
Dal punto di vista distributivo, o dell’equità, pare una manovra che non farà piangere solo il ministro Fornero, ma parecchio anche la classe media, che ultimamente ha la lacrima fiscale piuttosto facile, avendo già pagato abbondantemente sotto l’era berlusconiana.
Farà però piangere anche le classi più disagiate poiché toglie ulteriormente risorse ai servizi sociali e sanitari erogati dagli enti locali e priva brutalmente le pensioni da 1.000 euro della protezione contro l’inflazione. Pagano anche i più ricchi un pochino di più del solito nulla, anche se rispetto a quanto ci si attendeva il loro esborso pare assai tollerabile e comunque non certo fonte di lacrimazione. Irrita l’ennesimo nulla di fatto contro i soliti privilegiati: la casta dei politici e gli evasori.
Ho l’impressione che se Monti si fermerà qui brucerà presto il patrimonio di pazienza che gli italiani gli stanno anche oggi mettendo a disposizione. Spero che a questo provvedimento seguano altri che ristabiliscano un po’ più di equità e facciano finalmente pagare chi finora l’ha fatta sempre franca o addirittura ha approfittato delle inefficienze del nostro sistema. E’ urgente che si diminuisca il carico fiscale sui redditi da lavoro e impresa, e che si sposti sulle rendite e sui grandi patrimoni.
Tuttavia, dal punto di vista operativo, non è importante il mio parere, quanto piuttosto quello dei mercati, che oggi sembrano dare un bel voto ai compiti di Monti, facendo salire le banche, gli indici e diminuire lo spread BTP-Bund addirittura sotto quota 400 punti base.
Non dimentichiamo però che l’evento clou della settimana è il Consiglio d’Europa. Quella sarà la vera e propria resa dei conti di tutte le tensioni che da mesi agitano l’Europa.
Lì si vedrà se gli statisti europei, pressati dai mercati, ma facilitati dal lavoro italiano di Monti, riusciranno ad andare oltre gli egoismi nazionali per concordare almeno un credibile organismo unico in grado di gestire da Bruxelles la politica fiscale dei singoli stati, che debbono accettare di cedergli una fetta consistente della propria sovranità economica. Dovrà poi essere previsto un meccanismo di finanziamento sufficiente a salvare Italia e Spagna, che, nonostante le parole di Monti sulle nostre responsabilità e la manovra da 25 miliardi, è evidente che da soli non ce la possono fare, se non si prevede qualche maxi-finanziamento per consentire di portare avanti il risanamento senza il fiato sul collo delle aste mensili di titoli di stato. Si dovrà trovare qualche soluzione che allarghi la dotazione del fondo Salva-stati e gli consenta, in collaborazione con altre istituzioni (FMI) di prestare quel che serve a chi serve. La soluzione migliore, come ho già scritto nei giorni scorsi, sarebbe trasformarlo in banca e mandarlo a farsi finanziare dalla BCE, che potrebbe così stampare moneta senza violare il trattato che gli impedisce di finanziare direttamente gli stati, ma gli consente di finanziare le banche.
Questa soluzione per ora è osteggiata dalla Merkel, ma non è detto che nella due giorni cruciale non si possano ottenere quelle concessioni che per ora non si vedono. D’altra parte la Germania, se vuole ottenere disciplina, deve mostrare disponibilità e fiducia.
Quel che conta è che le decisioni debbono essere concrete e percepite come credibili dal mercato.
Questa volta i mercati stanno dando credito in anticipo ai leader europei, ma non si accontenteranno di promesse irrealizzabili come quelle che vennero sfornate a fine ottobre e causarono, dopo il momentaneo rimbalzo, un penoso impulso ribassista durato un mese e la dilatazione degli spread a livelli record, col coinvolgimento nella bufera anche di Belgio e Francia.
 

 

Venerdì, 02 dicembre 2011

L’EURO-PARTITA VOLGE AL TERMINE

Prosegue, per i mercati e, se permettete, per la vita di tutti i giorni di ogni cittadino europeo, il conto alla rovescia dei giorni che ci separano all’Armageddon finanziario.
I mercati hanno ormai determinato che la partita che ha in palio il futuro dell’euro e dell’economia europea si concluderà il 9 dicembre, al termine della due giorni dei leader europei.
Le decisioni che verranno prese lì determineranno il nostro futuro.
I media si focalizzano molto sulla manovra che il governo Monti presenterà lunedì. A mio parere la si sta caricando di troppa importanza. Certamente ne ha, poiché un provvedimento vago ed evasivo, come quelli a cui ci aveva abituato il governo Berlusconi e la creatività di Tremonti, equivarrebbe ad un autogol per la squadra che vuole mantenere in piedi l’euro ed il risanamento dell’Italia. La presentazione di una manovra coraggiosa ed incisiva, magari di entità superiore a quanto l’Europa ci richiede, che metta in sicurezza il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013 e dimostri che l’Italia ha voglia di fare i compiti e non è più il paese dei trucchi e delle bugie mediatiche tipo “stiamo meglio di altri”, è assolutamente necessaria, direi quasi inevitabile.
Ma potrebbe non essere sufficiente, poiché i mercati hanno ormai stabilito che da solo il nostro paese non ce la potrà mai fare ad evitare il fallimento, se permane il contesto di sfiducia generalizzata e di mancata solidarietà europea.
Pertanto per evitare la fusione nucleare dell’euro c’è assolutamente bisogno che al Consiglio Europeo di giovedì e venerdì prossimi vengano prese decisioni ancora più incisive di quelle che deve assumere il governo italiano a casa sua. La prima è quella che la lady di ferro tedesca Merkel ha oggi lasciato intravedere, suscitando la reazione entusiastica dei mercati e la diminuzione immediata dello spread BTP-Bund al di sotto di quota 430: concordare una vera e propria Unione Fiscale, con la creazione rapida di un’autorità che abbia lo scopo di determinare gli obiettivi di stabilità finanziaria per tutti gli stati membri e il potere di pretenderne il rispetto, magari correggendo le leggi finanziarie dei singoli stati che non fossero compatibili con la stabilità. La cessione di sovranità richiederebbe una modifica dei trattati, ma si possono fin da subito adottare accordi bilaterali di più rapida attuazione.
Occorre però uno sforzo in più, al momento più difficile da concordare, vista l’irremovibilità della Germania. Se non si può arrivare agli eurobonds oppure alla modifica dello Statuto della BCE per farla diventare prestatore di ultima istanza come sono la FED e la BOE, almeno si dovrebbe creare uno strumento in grado di prestare ai paesi in difficoltà ma con i compiti a posto le somme necessarie a finanziare a tassi decenti il loro fabbisogno per i prossimi 18-24 mesi. Potrebbero così evitare il capestro di doversi presentare ogni mese sul mercato a raccogliere fondi con le aste. Servirebbe un migliaio di miliardi ed il fondo Salva-stati ESFS ne ha solo 250. Occorre allargarlo ricapitalizzandolo (ma la Germani a non è d’accordo) oppure trasformarlo in Banca. In questo secondo caso potrebbe attingere direttamente ai finanziamenti BCE, che così indirettamente finanzierebbe gli stati senza violare formalmente i trattati che glielo impediscono. Anche il FMI potrebbe partecipare a questa cordata.
Questa serie di provvedimenti basterebbe a calmare i mercati per qualche mese ed abbasserebbe considerevolmente gli spread.
Il problema è convincere i tedeschi dando loro il contentino formale, ma strappando l’assenso ad un aggiramento delle norme fato a fin di bene. In questo noi italiani siamo maestri.
E’ proprio quel che confidano i mercati, che oggi salgono sulle attese di un accordo che potrebbe diventare concreto.

 

 

Giovedì, 01 dicembre 2011

I GENDARMI E IL GATTO MORTO

Come nei film d’azione, ad un certo punto arriva la polizia e mette fine alle scorribande delle gang di periferia, ieri abbiamo assistito ad un intervento dei gendarmi finanziari, che ha riportato momentaneamente il sereno sui mercati.
L’intervento congiunto ed a sorpresa delle principali banche centrali del mondo per favorire il finanziamento in dollari alle banche e l’abbassamento dei requisiti di riserva deciso da quella cinese, hanno regalato un po’ di ossigeno all’asfittico mondo bancario, che ne ha subito beneficiato recuperando sui mercati azionari buona parte dei cali delle ultime settimane.
I mercati sono sempre molto impressionati quando vedono le banche centrali agire in modo coordinato. L’abbiamo già visto un paio di mesi fa, quando venne istituita quella linea di credito speciale in dollari, che ieri è stata ulteriormente facilitata abbassando il costo del finanziamento. Le borse anche ieri hanno immediatamente preso il volo con uno strappo rialzista memorabile in pochissimi minuti, a cavallo delle ore 14, quando è stata diffusa la notizia. Considerato poi che dagli USA sono arrivati anche alcuni dati macro piuttosto positivi (PMI di Chicago, stima ADP sui nuovi posti di lavoro, boom di vendite di auto), il rialzo si è alimentato per il resto della giornata e stamattina si è allargato anche all’Asia.
Oltre che sulle notizie, si continua a speculare sulle possibilità che il FMI finanzi direttamente Italia e Spagna, anche se gli interessati hanno continuato a smentire per il terzo giorno consecutivo.
Nessuna novità invece dal fronte delle trattative sui due argomenti più delicati e decisivi: il ruolo della BCE da trasformare in prestatore di ultima istanza e gli eurobonds. I tedeschi continuano ad essere irremovibili, mentre avanza invece la loro proposta di stringere i vincoli di stabilità per obbligare gli stati alla disciplina di bilancio.
Il rimbalzo dei mercati appare per lo più emotivo, nonostante l’entità (anzi, forse proprio anche guardando all’entità). Non ci sono ancora tracce di provvedimenti concreti per risolvere il grave credit crunch bancario ed evitare il possibile fallimento italiano.
Per questo direi di guardare ancora con scetticismo a questo corposissimo rimbalzo, che per una volta ha contagiato in positivo anche l’entità dello spread BTP-Bund, sceso sotto quota 480 punti base.
Occorrerà guardare con attenzione ai minimi di ieri, che probabilmente il mercato vorrà verificare nei prossimi giorni. Se riuscirà a trasformarli in un momentaneo pavimento, difendendoli dalle prese di beneficio di chi ieri ha impostato il classico mordi e fuggi, allora quel che vediamo per ora con scetticismo potrebbe trasformarsi in qualcosa di più duraturo. Magari in un tentativo di rally di Natale per migliorare i bilanci e le pesanti performances di questo 2011 per il sistema bancario ed il risparmio gestito. Potrebbero aiutare sicuramente le “misure impressionanti” del governo Monti, che dovrebbero essere comunicate lunedì, e soprattutto le mosse seguenti della BCE, che potrebbe diventare più aggressiva negli acquisti di titoli di stato italiani. Ma sarà certamente l’esito del confronto europeo dell’8 e 9 dicembre, dove si devono assolutamente prendere provvedimenti di notevole spessore, a fare la differenza tra l’inversione di tendenza ed un semplice “dead cat bounce” (rimbalzo del gatto morto).

 

 

Lunedì, 28 novembre 2011

FARE SHOPPING PER DIMENTICARE

La frenesia consumistica del Black Friday ed alcune voci che si sono inseguite nel week-end, circa possibili mega-salvataggi all’Italia da parte del Fondo Monetario Internazionale, hanno improvvisamente provocato uno squarcio di bel tempo nel cielo tempestoso che ha avvolto i mercati la scorsa settimana.
A fomentare quello che prende sempre più le forme di un corpulento rimbalzo dei mercati azionari, è stata soprattutto l’indiscrezione, per ora smentita ufficialmente, che al FMI si stia preparando un maxi-finanziamento da 600 miliardi per il nostro governo, a tassi quasi normali (4-5%) e per la durata di 18-24 mesi. La cifra coincide più o meno con il fabbisogno di finanziamento del nostro governo per il periodo previsto, e toglierebbe parecchie castagne dal fuoco a Monti, dato che sgombrerebbe il campo dalla necessità di affrontare lo stillicidio mensile delle aste e di dover convincere investitori sempre più riluttanti a sottoscrivere titoli che, sulle bocche degli addetti ai lavori, vengono ormai equiparati a carta straccia.
La voce manca, oltre che di conferma, anche di alcuni dettagli non secondari: innanzitutto che cosa dovremmo fare noi per ringraziare e per garantire la restituzione. Qualche preoccupazione non dovrebbe mancare, dato che ultimamente la lista delle badanti che accudiscono al Professore e gli suggeriscono dieta e medicine è già piuttosto lunga: Commissione UE, BCE, Merkozy e chi più ne ha più ne metta.
Secondo particolare: dove prende i soldi il Fondo, dato che non si tratta di spiccioli? Dalla BCE? Se così fosse sarebbe uno stupendo aggiramento della norma statutaria che impedisce alla BCE di non finanziare direttamente gli stati membri di Eurolandia. Altrimenti sarebbe utile sapere chi altri verrà farci le pulci e dirci a che età dobbiamo andare in pensione.
Del resto, dato che si è smentita la voce, è ovvio che nessuno si preoccupi di riempirla di particolari.
Comunque oggi i mercati sembrano volerci credere, fosse anche soltanto per non pensare per qualche giorno all’incubo del fallimento, che deve aver fatto passare notti insonni a parecchi banchieri nei giorni scorsi.
Se i mercati credono ad una voce, spesso hanno ragione, ma a volte no. Ricordiamo il forte rimbalzo del 27 ottobre, praticamente un mese fa, quando credettero alla bufala dell’accordo salva-tutto raggiunto dai leader europei a notte fonda. Quell’errore l’abbiamo pagato scendendo per un mese intero e tornando quasi ai minimi di quest’estate.
Ricordare quell’esperienza deve servire a non farsi troppe illusioni, anche perché comunque questo finanziamento che si sta festeggiando in anticipo non basterebbe affatto a togliere Eurolandia dalla graticola: infatti il mercato individuerebbe subito un’altra vittima da spolpare (la Spagna, il Belgio, o magari la Francia?).
Ripeto anche oggi, a scanso di equivoci e pericolose illusioni, che l’unico pacchetto di misure in grado di impedire l’annientamento di Eurolandia dovrà comprendere 3 pilastri: la determinazione di una Unione Politica Europea in materia finanziaria (traduzione volgare: l’accordo che i compiti li devono fare tutti e che si correggono a Bruxelles); la definizione per la BCE del ruolo di “prestatore di ultima istanza” agli stati membri e senza limiti alla stampa di moneta; la creazione degli eurobond garantiti in solido a livello europeo per finanziarsi sul mercato a tassi bassi e prestare agli stati membri che più ne hanno bisogno e che fanno i compiti.
Solo se il 9 dicembre arriverà un accordo su questi 3 temi i mercati si placheranno.
Altrimenti ogni rimbalzo, per corposo che sia, sarà seguito da altri affondi, e ad ogni affondo aumenteranno le probabilità che salti qualche grossa banca e scateni l’irreparabile.
Oggi in America, oltre a festeggiare il sollievo anticipato che si vede in Europa, c’è un altro motivo per rimbalzare: l’incoraggiante boom di acquisti a saldo che gli americani hanno effettuato venerdì scorso, nel cosiddetto “Black Friday”. Il giorno che segue la Festa del ringraziamento è utilizzato in USA per dare il via alla campagna acquisti natalizia e le grandi catene commerciali preparano robusti sconti per invogliare a comprare.
Ebbene, pare che il volume d’affari presso i maggiori centri commerciali sia stato quest’anno addirittura il 16% superiore a quello dell’anno scorso, in barba ai timori di recessione (o magari proprio per questo: si compra ora a saldo per non comprare più sotto Natale senza saldi).
Insomma: una volta si diceva: bevo per dimenticare. Ora si comincia a dire: faccio shopping per dimenticare.

 

Sabato 26 novembre 2011

IL PROFILO TROPPO BASSO DEL PROFESSORE

Probabilmente non brillo per intelligenza, ma debbo confessare di non aver capito per nulla l’atteggiamento che il nostro tecno-premier ha tenuto ieri al consesso dei due grandi d’Europa in quel “Vertice Trilaterale” che si è svolto a Strasburgo e che di tante aspettative è stato caricato dalla stampa italiana.
La quale, peraltro, oggi dà molto più risalto alla facciata coreografica sulla nuova dignità che è stata restituita all’Italia, grazie alla conferenza stampa congiunta ed agli apprezzamenti cortesi rivolti al nostro Premier, che alla sostanza degli argomenti discussi.
Io mi aspettavo che Monti, trovandosi invitato a partecipare alla eterna disputa che da mesi ormai divide Merkel e Sarkozy, sfruttasse la presunta nuova credibilità conquistata per spingere la discussione verso l’esito che permetterebbe all’Italia di uscire dai guai.
Semplificando, Sarkozy ha fatto appello ancora una volta alla gelida teutonica affinchè accetti di varare gli eurobonds, garantiti da tutti i paesi dell’eurozona e da utilizzare per finanziare a tassi normali i paesi più in difficoltà. Per dare maggior forza allo strumento ha anche chiesto di cambiare il ruolo della BCE per fornire ad essa la possibilità (o magari l’obbligo, se questa parola non suonasse come lesione dell’indipendenza della banca centrale dalla politica) di acquistarli senza limiti, stampando eventualmente moneta. In cambio si potrebbero inserire norme più stringenti e limitazioni di sovranità dei singoli stati in materia di politica finanziaria e fiscale a vantaggio delle istituzioni europee, che potrebbero così graduare l’assegnazione dei finanziamenti in base alla disciplina fiscale dei partecipanti.
La Merkel ha risposto che la revisione dei trattati per garantire che gli indisciplinati facciano i compiti la vede favorevole, ma che le altre due proposte son sono assolutamente da prendere in considerazione. Concetti già più volte ribaditi e di quali non si schioda.
Monti, chiamato a dire la sua, sapendo che l’unico modo per evitare il fallimento del nostro paese, che i mercati stanno cominciando a scontare con sempre maggior convinzione ed accelerazione, è l’accettazione delle proposte di Sarkozy, avrebbe potuto spendere la sua tecno-credibilità per spiegare alla tedesca che non è poi così conveniente per la Germania spingere l’Italia al default, perché la cosa farebbe saltare le banche di tutta Europa e quelle risorse virtuali (garanzie) che i tedeschi vogliono evitare di impegnare, finirebbero per doverle cacciar fuori realmente per salvare le loro banche e per fronteggiare la terribile depressione che il default scatenerebbe. Avrebbe poi anche potuto far riflettere la Merkel sul fatto che le misure prese al momento giusto costano assai meno delle stesse prese in ritardo. La Grecia insegna. Se si fosse affrontato il salvataggio quando i problemi nacquero, invece di tergiversare come stanno facendo ora con noi italiani, la pratica sarebbe costata molto meno di quanto stia costando il fantomatico “default pilotato”, che peraltro nessuno ancora sa se andrà in porto. Avrebbe poi potuto presentare qualche conticino sugli effetti di questa crisi, dimostrando che la bufera finanziaria e la fuga degli investitori verso i porti sicuri ha fatto diminuire i tassi che paga la Germania per finanziare i suoi bund ed aumentare quelli che pagano tutti gli altri. Due anni fa la Germania pagava il 3,2%, la Francia il 3,5%, l’Italia il 3,9% sui rispettivi titoli di stato. Oggi la Germania paga l’1,9%, la Francia sempre il 3,5%, l’Italia il 7,2%. Le differenze significano un risparmio di qualche decina di miliardi per la Germania e un aggravio di parecchie decine di miliardi a regime per noi. Per cui ora, fino a prova contraria, siamo stati noi ad aiutare i tedeschi. Non avrebbe guastato ricordare che il nostro paese è stato obbligato a fare compiti così pesanti che nel 2012 avrà un consistente avanzo primario e nel 2013 addirittura il pareggio di bilancio, persino incastonato nella Costituzione, per cui il debito non potrà più salire. Ma tutto questo ci costerà una recessione che è ormai iniziata e si sta già aggravando prima che i compiti siano terminati. Invece i tedeschi hanno un disavanzo che nel 2012 è previsto in crescita e nessun pareggio di bilancio all’orizzonte. Sarebbe bene che cominciassero a farlo anche loro qualche compitino, invece di dare lezioni agli altri.
Invece di esporre queste verità, che cosa mai si inventa il nostro educatissimo premier?
Che la Merkel ha perfettamente ragione, sui compiti che devono fare gli altri e che noi italiani faremo, sulla BCE che non deve finanziare gli stati, mentre concede a Sarkozy solo la titubante sponda che “gli eurobond potrebbero essere d’aiuto”, quasi lasciando intendere “… sempre che non diano troppo fastidio ai tedeschi”.
Alcuni giornalisti francesi parlano di un Sarkozy, dopo la zuccherosa conferenza stampa, inferocito per essere stato lasciato solo a chiedere quel che serve certamente alla Francia, ma assai più all’Italia.
Non capisco quale sorta di strategia stia attuando il nostro bocconiano. Può darsi che si tratti di una raffinata applicazione delle più moderne teorie dei giochi, che il raffinato economista ben conosce. Oppure può darsi che il Professore, conoscendo l’arte di passare gli esami quando ci sono due esaminatori, abbia deciso di sviolinare il più severo, anche a costo di indispettire il più indulgente, sapendo che in tal modo magari si riesce a strappare l’indulgenza per il rotto della cuffia.
Quale che sia la sottile strategia, debbo ammettere che non la capisco. Il comportamento di Monti verso la Germania mi è parso non educato, ma deferente, non autorevole, ma servile. Sarà per questo che piace così tanto agli euro-burocrati?
E’ certamente un bene mantenere il basso profilo. Ma quando il profilo si abbassa troppo rischia di presentarci al prossimo in quella strana posizione a 90 gradi tipica delle vignette di Altan con tanto di ombrello.

 

 

Giovedì, 24/11/11

QUESTA VOLTA SCENDE TUTTO

Quel che è successo ieri, se sarà confermato nei prossimi giorni, segna il progredire della crisi dell’eurozona di un ulteriore scalino, finora inedito.
La clamorosa notizia che la Germania non è riuscita a piazzare un terzo dei bund mandati in asta di sottoscrizione, ha scatenato le vendite di bund, per cui sui mercati obbligazionari abbiamo visto per la prima volta salire i rendimenti di tutti i titoli pubblici dell’eurozona. Abbiamo anche visto scendere contemporaneamente sia i prezzi dei bund che i listini di borsa, oltre al valore della moneta unica. E’ stata, insomma, una giornata in cui tutto quel che puzzava di euro veniva venduto, senza più distinzione tra buoni tedeschi e cattivi PIGS.
L’evento è piuttosto importante e, ovviamente, necessita di conferme. Però è il primo sintomo di vera e propria fuga da Eurolandia, provocato dallo stallo in cui la Merkel sta paralizzando ogni decisione in grado di salvare la moneta unica.
E’ un cupio dissolvi, poiché da un lato i paesi periferici vengono strozzati da rendimenti ormai intollerabili (in Italia siamo nuovamente oltre il fatidico 7%, nonostante Monti) proprio a causa del no tedesco a finanziarli con gli eurobond oppure ad allargare il potere della BCE fino a farla diventare prestatore di ultima istanza agli stati in difficoltà, come è la Federal Reserve. L’aumento dei rendimenti vanifica così tutti i sacrifici ed annulla le manovre di risanamento, innestando un circolo vizioso che abbiamo già visto all’opera in Grecia, dove tutti i sacrifici sembrano non servire a nulla e vengono divorati dall’aumento degli interessi che si pagano sui titoli pubblici.
D’altra parte il mercato sta scoprendo che questa manfrina tedesca non potrà durare in eterno, poiché porterà presto alla dissoluzione dell’eurozona. Per cui si scappa dall’Europa, accelerando la resa dei conti e mettendo la Germania con le spalle al muro.
Io penso che prima o poi la Germania sarà costretta ad accettare di mischiare la sua apparente forza con le debolezze altrui, magari se il 9 dicembre riuscirà a strappare qualche forma di commissariamento euro-tedesco a carico degli stati più indisciplinati.
Se questo accadrà, il debito sovrano tedesco verrà a perdere un po’ di rating, poiché andrà a garantire i debiti altrui più di quanto faccia ora, ma in compenso verrà dato un po’ più di tempo ai paesi in crisi per uscire dall’emergenza debiti senza distruggere il loro apparato produttivo. Assisteremmo allora finalmente alla riduzione significativa dello spread.
Se invece la Merkel si ostinerà nel suo no generalizzato, avremo la fine dell’eurozona, con un processo disordinato di default che farà sembrare una scampagnata quel che abbiamo visto nel 2008 col crack Lehman.
Finchè dura l’incertezza gli investitori reagiscono nel solito modo, scappando dal pericolo ed .
aumentando il premio al rischio dovuto al braccio di ferro europeo.
Ma almeno i mercati in questi giorni hanno contribuito a chiarire qual è il nodo del contendere.
Ora tutto passa nelle mani della Merkel, che potrà decidere di contaminarsi un po’ per salvare la casa che brucia, oppure assistere al crollo della casa in cui anche i tedeschi finora abitano e si arricchiscono.
 

 

Venerdì, 18/11/11 - ore 16,46

ARRIVA L’ALTRO SUPER-MARIO!

Il governo Monti ottiene la fiducia anche alla Camera e la stabilizzazione della situazione italiana consente ai rendimenti di scendere in modo significativo. Lo spread italiano rispetto al Bund si porta intorno a quota 470 e stamane per un momento è addirittura riuscito a diminuire al di sotto di quello spagnolo. Poi è sceso anche quello spagnolo , grazie agli acquisti di matrice BCE, che oggi paiono più intensi dei giorni precedenti. Sembra quasi che l’altro super-Mario made in Italy, che sta a Francoforte, stia premiando a modo suo gli sforzi dei suoi connazionali, che sono riusciti a far dimenticare il Berlusconi-style in una sola settimana. Contribuiscono ovviamente anche le tipiche chiusure di posizioni ribassiste del venerdì, e quelle di chi puntava sull’incapacità italiana di rimpiazzare i due litiganti Berlusconi e Tremonti.
Potrebbe perciò aprirsi, Wall Street permettendo, una finestra temporale favorevole per il settore bancario, che si avvantaggerebbe inevitabilmente del calo dei rendimenti, e se ciò dovesse succedere, anche il nostro FTSE-MIB guadagnerebbe forza relativa rispetto agli altri mercati, confermando ciò che si sta vedendo oggi.
Pesano comunque le prospettive di recessione, che in Europa appaiono sempre più consistenti ed oggi sono state riconosciute anche da Draghi, che ha sibillinamente affermato la necessità di agire in fretta anche senza il Fondo salva-stati, che tarda ad essere regolato.
Che sia un annuncio di un vero e proprio Quantitative Easing all’europea, unito a nuovi tagli dei tassi?
Se così fosse renderebbe la BCE un po’ più simile alla Federal Reserve, darebbe una bella scossa all’economia, lancerebbe una ciambella di salvataggio ai PIGS e assesterebbe una mazzata alla speculazione che punta al rialzo degli spread.
Dipende tutto dal coraggio del neo-presidente della BCE. Riuscirà a fronteggiare i mastini tedeschi, difensori dell’ortodossia monetaria?

 

Lunedì, 14/11/11

IMPRESA TITANICA

Oggi i mercati finanziari sono chiamati a valutare il cambio di Premier, dopo le sofferte dimissioni di Berlusconi, ultimo a cadere tra i più discussi capi di governo del mediterraneo.
Dev’essergli costato non poco mantenere la promessa, come si evince dal video-messaggio alla nazione, il suo ultimo eccesso di megalomania, ma alla fine si è presentato, tra ali di folla che lo insultava, a rassegnare, rassegnato, quelle dimissioni che dovevano essere date almeno 3 mesi fa. Avrebbero forse evitato la sospensione della democrazia che inevitabilmente accompagna un governo d’emergenza, le ingenti perdite che molti risparmiatori stanno subendo sui “sicuri” titoli di stato e l’aggravarsi del debito che l’aumento dei tassi ha inevitabilmente provocato.
Ora viene il momento di Mario Monti, che l’arzillo nonno Napolitano ha rapidamente messo al posto del Cavaliere, con una road map che taglierebbe le gambe e farebbe tremare i polsi a qualsiasi trentenne.
Il suo compito è improbo, anche perché Berlusconi, per tenere unito un partito che non c’è più, gli ha promesso una fiducia limitata e a tempo, che stride non poco con l’enormità delle cose che dovranno essere fatte per evitare il fallimento del nostro debito pubblico. Non dimentichiamo che al Senato il Cavaliere ha ancora la possibilità di prendersi numerose rivincite, se lo vorrà, e di tenere in pugno il nuovo governo. Sempre che il suo partito resista alle forti sollecitazioni verso la divisione, che l’uscita dal potere inevitabilmente provocherà.
Bisognerà vedere come il mercato vorrà trattare questa ultima impuntatura berlusconiana, che ha provocato già un ritardo di qualche giorno nella formazione del Governo.
Se la BCE mostrerà di fidarsi, continuando fin da oggi a comprare i nostri BTP sul mercato secondario, e l’asta che oggi prevede l’emissione di non molti BTP quinquennali verrà adeguatamente coperta, proprio grazie all’effetto immagine che la nomina lampo di Monti potrà fornire, è possibile che per qualche giorno i mercati siano indulgenti ed interpretino la mossa del PDL come quella dell’abbaiare di un cane ormai vecchio e senza più dentatura. Consentirebbero così una ulteriore riduzione dello spread e si metterebbero in attesa, per giudicare i primi provvedimenti effettivi del nuovo governo.
E’ questa l’ipotesi più benevola e che sembra più probabile.
Però, attenzione a non festeggiare troppo, poiché bisogna essere coscienti che la strada di Monti è in salita e si inerpica tra le ansie di vendetta di molti esponenti del PDL e le divisioni che già si preannunciano nel PD tra l’ala moderata e quella più vicina alle posizioni sindacali (la CGIL di Camusso ha già bocciato il nuovo Governo) quando occorrerà applicare la ricetta della BCE delineata nella famosa lettera di Berlusconi. Ma la forza di Monti è quella di essere l’ultima opzione politica che i partner europei ed i mercati ci consentiranno. Se i partiti non avranno la piena consapevolezza che stiamo camminando su un filo sospeso sul vuoto e senza rete di protezione, senza la possibilità di neanche un passo falso, e cadranno nel vecchio vizio di strumentalizzare Monti per combattere le loro lotte intestine o per maturare vantaggi per le prossime elezioni, i mercati colpiranno duramente.
Non siamo affatto in una posizione comoda. Molto dovremo pedalare, e tutti questa volta dovranno pedalare. A partire dalla casta che dovrà accettare un vero e consistente taglio ai suoi privilegi.
Questo, a mio parere, dovrebbe essere il primo provvedimento del nuovo governo, per dare un segnale al rassegnato popolo italiano che possiamo rialzarci e che stavolta pagheranno tutti.
Anche i segnali ed i simboli sono importanti, quando si tratta di riacquistare fiducia.

 

Venerdì, 11/11/11 ; ore 16:49

Guai ad Abbassare la Guardia

Il mondo si affida alle mani del Professor Mario Monti come farebbe un malato grave a quelle del solo chirurgo in grado di salvargli la vita.
Non sto esagerando. Quel che abbiamo visto mercoledì sul mercato obbligazionario è il sintomo di una gravissima malattia che ha colpito il nostro paese. Si chiama sfiducia e, per chi deve tirare a avanti con un fardello impressionante di debito da rifinanziare praticamente quasi ogni settimana, è un gravissima malattia che potrebbe portare rapidamente al default se non si interviene chirurgicamente.
Mercoledì nessuno voleva comprare i nostri titoli pubblici, il Tesoro ha fatto molta fatica a piazzare persino i BOT a breve termine e senza l’intervento della BCE chissà a che livello sarebbero arrivati i rendimenti.
Ieri la risolutezza con cui San Napolitano ha messo da parte un po’ di formalismi democratici per designare il futuro premier ancora prima che il precedente abbia dato le dimissioni, ha ridimensionato un po’ lo spread, ed oggi la speranza che Berlusconi, per una volta, si comporti da statista prendendosi la responsabilità di appoggiare senza riserve il suo successore, hanno ulteriormente ridotto il differenziale col Bund intorno ai 460 punti base, mentre il rendimento sul decennale si è riportato di circa mezzo punto al di sotto della soglia da allarme rosso del 7%.
I mercati scommettono sull’avvio rapido del nuovo governo, dimostrando effettivamente che quando affermavo che le dimissioni di Berlusconi valevano almeno 100 punti base di spread, non mi stavo sbagliando.
Ora però la cosa peggiore che si potrebbe fare sarebbe abbassare la guardia.
Continuiamo ad essere nel mirino come prima. Parecchie posizioni ribassiste sul nostro mercato obbligazionario e su quello azionario si stanno chiudendo. Ma chi ci sorveglia è pronto a bastonarci nuovamente se Monti verrà imbrigliato dai veti incrociati dei due maggiori partiti o, addirittura partisse senza l’appoggio convinto di qualcuna delle maggiori forze politiche.
Il fatto che Lega e Di Pietro stiano all’opposizione per i mercati è più un bene che un male.
Quel che conta sono i tre maggiori partiti (PD, PDL e Terzo Polo). A loro spetta l’occasione di essere ricordati per aver contribuito a salvare il nostro paese oppure essere ritenuti responsabili del suo definitivo affossamento.
Perché deve essere chiaro che se Monti fallisce l’esito sarà questo.

 

10 novembre 2011

NELLE MANI DI SUPERMARIO

La terribile giornata di ieri, apertasi nella speranza e conclusasi nel dramma, ha accelerato lo scenario che ho presentato nel commento di ieri e sembra aver chiarito alcuni importanti elementi nella crisi di governo.

Innanzitutto è ormai chiaro a tutti che le scelte future del nostro paese non le faranno i partiti e nemmeno Napolitano, ma i mercati finanziari, di cui ormai l’Italia è completamente ostaggio.

La confusa e dilatoria soluzione presentata da Berlusconi è stata sonoramente bocciata con lo spread sul Bund che in pochi minuti è balzato di quasi 100 punti base ed il rendimento sul decennale che per tutta la giornata si è stabilizzato ben oltre il tasso 7%, che in passato è stata la soglia che ha fatto precipitare la situazione in Grecia e Portogallo.

L’aver superato questa soglia ha fatto scattare, da parte delle principali Casse di Compensazione, l’aumento dei margini di garanzia per operare sui titoli di stato italiani. Questa solerte decisione ha immediatamente evidenziato al mondo l’innalzamento del rischio paese e spinto gli operatori a scaricare altri titoli italiani, in un vortice di vendite e cadute dei prezzi che ormai pare senza rete.

La fretta che fino all’altro ieri non era percepita, è diventata ieri assai palpabile. Napolitano ha impresso un’accelerazione al “Progetto SuperMario” ottenendo che finalmente Tremonti presentasse il fantomatico  maxi-emendamento, che nessuno aveva ancora visto, che si fissasse un calendario particolareggiato per trasformarlo in legge entro sabato e poter ottenere immediatamente dopo le dimissioni del Cavaliere. Per finire ha nominato Monti senatore a vita, per far capire ai mercati le sue intenzioni. Nel week end verrà dato l’incarico a SuperMario che avrà il titanico compito di mettere d’accordo PDL e PD ad appoggiarlo in un governo di larghe intese.

Questo è quel che vuole il mercato e questo è ciò che Napolitano farà. Il mercato chiede anche che il Governo Monti nasca ed avvii risanamento e crescita.

L’ipotesi elezioni anticipate non è tramontata, ma ha assunto un significato funereo. Da quel che ieri si è capito molto bene, o Monti riuscirà a fare un governo con PDL e PD, oltre ovviamente al Terzo Polo (meglio, per i mercati, se non parteciperanno le frange oltranziste: Lega e Di Pietristi), ed allora avremo un po’ di respiro, perché i mercati accetteranno di vedere quel che si riesce a combinare, oppure, se Monti getterà la spugna e si andrà alle elezioni, i mercati abbandoneranno l’Italia al suo destino. ..E non sarà un destino piacevole, perché assomiglierà alla strada percorsa dalla Grecia.

Il pallino in mano ora ce l’ha, tanto per cambiare, Berlusconi. A lui la scelta di consentire una possibilità a Monti oppure trascinare il paese alla tragedia finanziaria rifiutando l’appoggio a SuperMario.

Per fargli capire meglio il problema ieri il mercato ha bastonato anche il titolo Mediaset.

Pare che nella mente del Cavaliere, stremato dai ceffoni subiti in questi giorni, stia aprendosi una breccia l’ipotesi della resa. I suoi giornali danno per certo che Berlusconi accetterà di appoggiare Monti, anche perché in caso contrario metà partito se ne andrebbe nel nuovo gruppo parlamentare dei “malpancisti” (Casini pare riuscito nel suo intento di sbranare il cadavere del PDL).

I mercati per ora non ci credono ancora, ed attendono di vedere l’esito della partita. Ieri SP500 ha avuto una performance sostanzialmente simile al tracollo subito dal nostro indice. Oggi anche in Asia le perdite su molti mercati hanno superato il 3% e la giornata odierna in Europa potrebbe ancora riservare altri cali.

Ma questa volta i politici sanno quel che devono fare ed hanno la chiara percezione delle conseguenze e delle responsabilità delle loro scelte.

L’Italia, in ginocchio in questi ultimi due giorni di una settimana di passione, potrebbe risorgere lunedì.

Il tempo stringe, ma non siamo ancora la Grecia.

 

 03/11/2011

FARE A MENO DELLA GRECIA

Mentre i giornali italiani oggi si affannano a riportare la penosa vicenda dell’agonia del Governo Berlusconi ed evocano per oggi chissà quali rimproveri da parte dei padroni d’Europa Merkel e Sarkozy perché Berlusconi arriva a Cannes, al pre-vertice G20, con in mano soltanto un maxi-emendamento anziché un decreto-legge, la mia visione è abbastanza diversa.
Innanzitutto mi pare che nella sostanza Berlusconi sia riuscito a portare avanti il Bluff con l’Europa. Per quel che è trapelato il maxi-emendamento riporta più o meno quel che il Cavaliere si era impegnato a fare entro il 15 novembre nella famosa lettera. I provvedimenti deliberati ieri sono aria fritta, ma non possiamo dolercene, dato che erano aria fritta anche le le promesse di allora. D’altra parte non penso che i due esaminatori indugeranno su questioni di lana caprina, che tanto piacciono ai nostri giornalisti, sulla differenza sostanziale tra un maxi-emendamento ed un decreto-legge. Per cui mi aspetto che l’incontro finisca con parole di incoraggiamento ad approvare in parlamento il provvedimento deliberato in Consiglio dei Ministri. L’approvazione parlamentare sarà tutt’altra impresa, data la feroce guerra civile che ormai sta imperversando nella maggioranza, che potrebbe squagliarsi al primo voto significativo alla Camera. D’altra parte credo che le mosse di Napolitano, che sta già facendo le consultazioni per sostituire Berlusconi, rendano molto probabile che il vertice di Cannes sia l’ultimo vertice internazionale che vedrà il nostro sciupa-escort nella foto di gruppo.
Il che, per la percezione dell’Italia che regna sui mercati, sarà un’ottima notizia e dovrebbe alleggerire la pressione sul nostro spread, specie se sarà Monti a prendere il timone col governo tecnico.
Credo che oggi i mercati sconteranno piuttosto l’esito dell’incontro tra i padroni d’Europa e Papandreu, di cui i giornali dicono poco, ma che potrebbe avere conseguenze molto pesanti.
Merkel e Sarkozy sono stati durissimi col leader greco, dicendo che i greci sono liberi di scegliere se stare nell’euro oppure uscirne, ma che comunque la salvezza dell’euro viene prima della salvezza della Grecia. Per cui sono pronti a scaricarla. E per chiarire meglio il concetto hanno annunciato il blocco degli aiuti alla Grecia (i famosi 8 miliardi) fin quando non sia svolto il referendum e, naturalmente, sia vinto da quelli che accettano il piano europeo.
La Grecia si trova così tecnicamente vicina la fallimento ed ha soldi in cassa fino ai primi di dicembre, più o meno alla data del referendum, che dovrebbe tenersi il 4.12.
La situazione è quindi assai ingarbugliata e non promette nulla di buono, anche perché la FED ieri ha aggiunto alla lista delle cattive notizie di fonte europea, la secca revisione delle stime di crescita americana, prendendo atto, come sempre in ritardo, del rallentamento estivo e del calo di fiducia. Però non ha ancora deciso misure di sostegno, che il mercato agogna come l’acqua nel deserto. Saranno diventati un po’ tedeschi anche gli americani?
 

 

26/10/2011

GUARDARE IL BARATRO

La giornata odierna sarà certamente drammatica per Eurolandia, chiamata ad uno sforzo straordinario di generosità e di equilibrio per trovare una risposta convincente alla crisi che attanaglia debiti pubblici e le banche europee.
Inizierà sotto i peggiori auspici. Infatti il nostro paese non fornirà quelle risposte che improvvidamente i due padroni d’Europa hanno preteso.
Non ci saranno perché Berlusconi da tempo non è più in grado di fornire progetti che non siano il frutto insipido di infinite mediazioni tra gli interessi delle varie botteghe che compongono ormai il suo governo.
Merkel e Sarkozy non potevano non saperlo. Allora non comprendo il motivo di questa prova di forza che, oltre che umiliare il nostro paese ben al di là dei suoi demeriti, rischia di trasformarsi in una prova di debolezza per l’intera Europa, mostrando al mondo intero e soprattutto ai mercati finanziari che con l’attuale struttura normativa l’Europa non è in grado di imporre a nessun paese membro ciò che questi non vuole o non può dare.
Se poi non si faranno passi avanti neanche sugli altri temi sul tappeto allora la manifestazione di impotenza sarà davanti agli occhi di tutti, con esiti potenzialmente nefasti.
Occorrerà che la riunione dei Capi di Governo chiarisca almeno 3 questioni:
1) A quanto ammonterà il fallimento “pilotato” della Grecia e chi se ne farà carico. Sarà una insolvenza che coinvolgerà tutti i creditori oppure una beneficenza alla Grecia delle sole banche europee? C’è una bella differenza, perché il primo caso farebbe scattare la clausola di “credit event”, obbligando gli emittenti di CDS a pagare… e nessuno sa quanti siano i CDS sulla Grecia in circolazione e soprattutto chi siano gli emittenti e le loro esposizioni. Il rischio di fallimenti a catena, magari di banche o assicurazioni insospettabili, è evidente.
2) Come fare a garantire la “ricapitalizzazione delle banche” necessaria per assorbire il fallimento pilotato della Grecia. Si vorrebbe che la somma (stimata, secondo me per difetto, in circa 110 miliardi) arrivasse dal mercato. Ma ciò significa spingere molto giù le quotazioni delle banche, con conseguenze molto negative sulle borse. E non è nemmeno detto che il mercato sia disposto a tirare fuori tutti quei soldi per banche che potrebbero avere in futuro altre sorprese, magari di provenienza italiana o spagnola. L’alternativa è la solita: soldi pubblici per salvare le banche, perpetuando ancora una volta il gioco fallimentare che porterà i bilanci pubblici a peggiorare, i governi a tagliare spesa e welfare e le economie in recessione. Proprio quel che ha esacerbato gli animi degli “indignati” di tutto il mondo e che le opinioni pubbliche sembrano sempre meno propense ad accettare.
3 ) L’estensione del Fondo ESFS (salva-stati), che la paralisi italiana rende ancora più impellente. Occorrerebbe portarlo ad una capacità di garantire fino a 2.000 miliardi di euro per mettere in sicurezza il debito italiano. Anche qui il problema è dove trovare i soldi.
Sarebbe poi necessario un colpo di reni politico per creare istituzioni di governo comune della finanza pubblica di tutti gli stati partecipanti, in grado di “commissariare” gli stati negligenti e dettare la stesura dei bilanci pubblici. Sarebbe questa la “soluzione finale” che trasformerebbe l’unione monetaria in unione anche politica e ci metterebbe in grado di competere con gli altri grandi debitori mondiali, facendo risaltare che il debito europeo è minore di quello americano e di quello giapponese. Ma questo passo richiede una revisione dei trattati da approvare all’unanimità e ratificare in tutti i paesi membri.
Francamente, all’armata brancaleone dei 27 capi di governo, che fatica a trovare un accordo anche per fare la foto di gruppo, è forse impossibile chiedere anche questo. Forse…
Perchè l’Europa, nella storia recente, è riuscita a dare il meglio di sé proprio quando sembrava spacciata. Come l’Italia.

 

 

18 ottobre 2011:  ore 16,30

GUARDAR NON NUOCE

Una significativa discesa dei listini europei ed americani ha formalizzato ieri le prese di beneficio seguite al passo indietro tedesco sulla soluzione della crisi bancaria europea.
Non direi di farsi impressionare molto da borse che chiudono con perdite di oltre il 2% rispetto al giorno precedente, poiché in questi periodi i mercati con la stessa facilità alternano anche recuperi della stessa dimensione.
E’ l’incertezza delle autorità politiche a provocare continui e volatili cambiamenti di direzione.
Se però andiamo oltre l’ansia che ci procura il nervosismo quotidiano, notiamo che dal 9 agosto scorso, giorno del minimo estivo, in oltre due mesi, il mercato USA, espresso dall’indice SP500, ha fatto meno di 100 punti di strada rialzista. Però per farne 100 al rialzo ne ha fatti quasi 10 volte tanti in termini di oscillazioni nelle due direzioni.
Tutto ciò esprime un efficienza direzionale assolutamente scadente, specie se la confrontiamo con quella del movimento precedente. Infatti prima del 9 agosto, in sole 12 sedute, SP500 di punti ne perse addirittura quasi 250.
La chiarezza del messaggio che il mercato ci inviò allora stride con la confusione che ci trasmette in questi giorni, in cui, tra manipolazioni delle mani forti, interventi sui mercati delle autorità, allarmi degli economisti, promesse dei politici e contestazioni degli indignati, i mercati rimangono strizzati nelle loro aspettative e, per non scontentare nessuno, alternano rimbalzi e cadute che in fondo lasciano tutto com’era prima.
Ad eccezione dei portafogli di chi a queste correnti di incertezza si affida nervosamente giorno per giorno e finisce col vendere quando occorrerebbe comprare e comprare quando occorrerebbe vendere. Ovviamente col senno di poi.
Perché chi non ha la sfera di cristallo, durante le fasi di trading range, la cosa più redditizia che può fare è stare a guardare.

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