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Pierluigi Gerbino

4° class. al Campionato Italiano di Trading Top Trader 2000

 

 

 



 

 

Commento del 9/7/2010

CONTRO LA LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI
Il sottoscritto aderisce allo sciopero ed alle manifestazioni di protesta di tutti i giornali liberi contro la legge sulle intercettazioni in discussione alla Camera.
Il progetto di legge del Governo, se approvato:
colpirà la legalità, impedendo od ostacolando le indagini contro i comportamenti illegali, in particolare quelle contro i reati commessi dai “colletti bianchi” e dai politici;
limiterà fortemente la libertà di stampa e il diritto di cronaca, impedendo di pubblicare notizie sui procedimenti giudiziari prima del processo, quindi per anni.
Questa legge è un duro attacco ai principi fondamentali su cui si basa la nostra democrazia.
Invito tutti a fare quanto possibile affinchè questa legge non venga approvata.

 

Commento del 6.7.2010:

MARKET MOVERS dal 6 al 16 Luglio 2010

Continuano a giungere dati macroeconomici americani abbastanza brutti, che danno ragione allo storno dei mercati azionari ed alla forza di quelli obbligazionari. Curiosamente invece quelli di provenienza europea, nonostante le pesanti manovre restrittive (peraltro non ancora manifestate nei numeri dell’economia), sembrano migliori del previsto.
In USa sta prendendo corpo la convinzione che la doppia recessione sia possibile e le probabilità in tal senso aumentano in modo considerevole.
La settimana corrente non presenta quasi nessun dato di rilievo, e si configura come periodo di transizione e di attesa.

 

Commento Quotidiano del 25/06/2010 8:30
Si avvia mestamente a concludersi una delle più tristi settimane dell’anno. I mercati stanno riconoscendo che la doppia recessione è una eventualità tutt’altro che improbabile ed attendono il G20 di questo week-end mostrando ai politici i pericoli che l’economia e l’intero sistema finanziario stanno correndo.
In Europa aumentano le probabilità di fallimento della Grecia, con i famigerati CDS che ieri hanno messo a segno il record, mentre in USA brucia ancora il crollo dell’immobiliare dopo la fine degli incentivi governativi.
Il ritorno di SP500 verso 1.040 e degli altri mercati verso i minimi di maggio pare quasi compiuto. Lì si giocherà la partita decisiva. L’area compresa tra 1.020 e 1.040 ha consentito rimbalzi significativi per ben 5 volte a partire dall’ottobre scorso ed è un baluardo contro i ribassi, che sarà abbastanza ostico travolgere. E’ ovvio che supporti e resistenze, più vengono testati, più aumentano le probabilità che vengano abbattuti. Ma è anche vero che finora quell’area è stata riconosciuta come punto di acquisto.
Certo, se dovesse cedere sarebbero dolori lancinanti per i mercati azionari. Infatti sotto 1.040 si verrebbe a completare anche un’ampio modello ribassista di testa e spalle, che proietterebbe giù l’indice americano fino a quota 870 circa.
Non resta che sperare nel G20 o nella dea bendata. Occorrerà toccare tutti gli amuleti, che ieri non sono bastati alla nostra nazionale, uscita a testa bassa dai mondiali, tra il rammarico degli italiani e l’esultanza dei padani. Oggi rientrerà in patria in attesa che il Consiglio dei Ministri emani un decreto legge che stabilisca che sul territorio italiano la classifica del girone deve essere letta al contrario, restituendo così il primo posto ad personam ai nostri azzurri. Lippi verrà nominato ministro per consentirgli di esercitare il legittimo impedimento a rispondere alle domande dei giornalisti, come sempre disfattisti ed antiitaliani.
I sondaggi dimostreranno che “gli elettori” hanno apprezzato la performance dei nostri azzurri e Minzolini farà un altro dei suoi famosi editoriali in cui dirà finalmente la sacrosanta verità, cioè che l’arbitro era un magistrato comunista e che il goal di Quagliarella è stato annullato per colpire Berlusconi e sovvertire la sovranità popolare

 

Commento Quotidiano del 18/06/2010 17:00


Ieri sui mercati azionari non è successo nulla di significativo. L’inerzia rialzista accumulata nei giorni precedenti è stata calmierata da qualche dato macroeconomico deludente (in particolare l’indice Fed Philadelphia è crollato ben al di sotto delle attese ed i sussidi di disoccupazione sono aumentati anzichè scendere).
Il risultato è stato un nulla di fatto che si è protratto anche nella giornata odierna. Le scadenze tecniche stavolta hanno ingessato il mercato, che sta oltretutto comprimendo molto anche la sua volatilità intraday, disegnando candele molto corte ed orizzontali.
Questa situazione, oltre che rendere difficili le previsioni sulla direzione dei prossimi giorni, pone le basi per un movimento abbastanza significativo, che avremo quando l’equilibrio si spezzerà, probabilmente la prossima settimana. I livelli da monitorare, oltre i quali potrebbe partire un movimento direzionale sono, su SP500, 1.119 per il rialzo e 1.105 per il ribasso.

 

Commento Quotidiano del 04/06/2010 16:30
Ieri Wall Street ha dato una chiara dimostrazione di timore di fronte alla resistenza di quota 1.104 (indice SP500). E’ riuscita ad attaccarla, portandosi per un attimo a 1.105, ma non a superarla con convinzione, come avevo invece richiesto per poter pensare ad una immediata estensione del rimbalzo.
Pertanto stamane le borse asiatiche si sono mostrate titubanti. In seguito anche quelle europee hanno preso la via del ribasso che si è fatto piuttosto spasmodico man mano che sono circolate voci di conferma sulle difficoltà finanziarie dell’Ungheria e si sono accentuate anche le preoccupazioni su Italia e Spagna, con le quotazioni dei CDS sui rispettivi debiti ai massimi storici. L’uscita dei dati sulla disoccupazione USA delle ore 14,30 ha ulteriormente peggiorato la situazione. Il dato in sé, a prima vista, mostra un rafforzamento della capacità di creare posti di lavoro (+431.000). Però il dato è peggiore delle attese di circa 500.000 posti, fatte dagli analisti. Inoltre una bella fetta riguarda l’assunzione temporanea di ragazzi per il censimento, i quali tra 3 mesi verranno licenziati. Infine la creazione di posti nel settore manifatturiero è di solo 29.000 buste paga, non certo entusiasmante.
Per cui il rimbalzo dei giorni scorsi, basato su attese di valori migliori delle previsioni, è improvvisamento mancato del terreno sotto i piedi, e le perdite si sono intensificate, sui listini europei e sui futures americani.
L’apertura del mercato USA è stata anch’essa piuttosto in ribasso e non ha contribuito a favorire rimbalzi significativi. Le borse europee si avviano perciò a negare il rimbalzo di ieri e Wall Street a tornare nuovamente verso i supporti di questo interminabile ottovolante.
Roba che fa luccicare gli occhi dei traders intraday, ma provoca il batticuore a chi ha un’ottica di investimento superiore alla mezz’ora.

 

02/06/2010


Zero Tituli dopo il Risveglio dell'Orso

L’11 maggio scorso avevo concluso il mio approfondimento sull’andamento dei mercati affermando che stavamo assistendo ad una “Fuga dal mediterraneo e dalla Cina”, ma non ancora ad una fuga generalizzata dai mercati azionari.
L’evoluzione successiva delle borse mondiali mi sta convincendo che siano aumentate drasticamente le probabilità che il pessimismo, che impera nell’Europa mediterranea, si stia diffondendo nel resto del mondo, al punto da far tornare di moda il mercato orso che abbiamo tristemente vissuto nell’autunno 2008.
Infatti queste settimane, che hanno concluso il mese di maggio, ci hanno inviato alcuni segnali molto chiari.
Innanzitutto possiamo affermare che anche in USA, dove i mercati azionari sembravano “tenere molto bene” e resistere alla correzione sull’onda della fiducia che la ripresa stia comunque accelerando, il mercato toro di medio-lungo periodo si è arrestato, dopo aver cavalcato fino al confine che separa il suo recinto da quello in cui dormiva l’orso. In altri termini, abbiamo avuto una conferma che quel livello dell’indice SP500 (area 1.230), che da mesi indicavo come il massimo possibile di estensione del rialzo, compatibile con la permanenza in vita del mercato orso di lungo periodo, non è stato superato. Il tentativo di assestare il colpo mortale all’orso è fallito ed il mercato è retrocesso di circa il 15% dal suo obiettivo, chiudendo il mese ben al di sotto di quota 1.100.
Prendiamo pertanto atto che l’orso era soltanto tramortito e che dopo il suo risveglio di fine aprile ha assestato alcune significative zampate che hanno intimorito assai il toro.
Tutto ciò lo constatiamo dall’analisi del grafico giornaliero dell’indice americano. Il trend rialzista che durava dal marzo 2009 ed aveva prodigiosamente recuperato il 68% del tragico movimento ribassista che ha accompagnato la recessione del 2008 è graficamente terminato con la violazione dell’ultimo minimo ascendente di 1.065 segnato nella drammatica seduta del 6 maggio. Dopo quella drammatica giornata, nella quale SP500 arrivò a perdere quasi il 10% per poi recuperare più di metà perdita prima del termine, il mercato tentò un rimbalzo emotivo, sull’onda dei provvedimenti “salva-euro” presi dai leader europei nel drammatico week-end dell’8-9 maggio, che durò lo spazio di 3 giorni e riuscì soltanto a realizzare un massimo relativo discendente a 1.173. Seguì un’altra sventola dell’orso che in nove sedute spinse il mercato fino a 1.041, realizzando così anche quel secondo minimo discendente che tecnicamente basta a decretare la fine del trend rialzista e l’inversione ribassista del mercato, almeno a livello di movimento di breve periodo.
Un’altra conferma dell’inversione del trend la si ottiene andando a ragionare sulla media mobile a 200 giorni, che molti analisti e molti operatori istituzionali utilizzano per identificare l’impostazione del mercato. Si ritiene che quando i prezzi viaggiano al di sopra di questa media l’impostazione del mercato sia rialzista, mentre, viceversa, quando stazionano sotto, sia direzionato al ribasso. Ebbene, questa media, che è stata superata al rialzo dal mercato il primo giugno 2009, ha sostenuto il trend positivo fino al 6 maggio, quando, durante il “flash crash” (crollo fulmineo) di quella giornata, venne ambiguamente ferita. Ma il mercato tornò in pochi minuti al di sopra e scampò il pericolo di crollo. Siccome per qualche giorno i giornali ci hanno raccontato che il drammatico su e giù venne provocato da un errore, aveva senso concedere il beneficio del dubbio ed attendere conferme. A maggior ragione in quanto il giorno seguente il mercato tornò sul luogo del delitto, ma rimbalzò con precisione sulla media. La stessa cosa la fece il 19 maggio, mantenendo in vita le speranze dei rialzisti. Ma il giorno seguente, senza pietà, senza errori e senza più dubbi, penetrò al di sotto della media e lì rimase, suonando la campanella della fine ufficiale della festa. Da allora il mercato è ribassista ed a nulla è servito per ora il tentativo di recuperare la posizione persa, poiché il rimbalzo della scorsa settimana si è arenato proprio a contatto di questa media, che ora passa da quota 1.104. Se nei primi giorni di giugno il mercato USA non riuscirà a strappare nuovamente al rialzo e portarsi significativamente oltre tale livello, dovremo interpretare il pull back della settimana scorsa come una conferma dell’inversione del trend, anche perché nel frattempo questa media dovrebbe smettere di crescere e cominciare tristemente a ripiegare, accompagnando una correzione che dovrebbe incattivirsi ulteriormente.
Un’ulteriore conferma al ritorno dell’incertezza è il forte strappo rialzista dell’indice VIX, che misura la volatilità implicita delle opzioni sull’indice SP500 e che io chiamo “indice della paura”, perché cresce quando il mercato teme ribassi significativi.
Tale indicatore, dai massimi di oltre 90 punti dell’ottobre 2008, aveva lentamente ripiegato fino quasi ai valori pre-crisi, raggiungendo nell’aprile scorso i 15 punti. Da lì però si sono succeduti alcuni significativi strappi rialzisti, che il 21 maggio l’hanno portato a toccare i 48 punti, livello assai vicino a quello registrato ad inizio marzo 2009 in pieno marasma ribassista. Quel che è ancor più significativo è il succedersi di massimi e minimi ascendenti, che rivelano l’inversione rialzista da parte di quest’indice e confermano anche per questa via l’impostazione negativa del mercato azionario americano.
Che senso ha tutto ciò? Perché i mercati, che sono saliti quando la ripresa non c’era ancora o era flebile, decidono di scendere proprio quando dall’economia USA emergono segnali di rafforzamento, con il PIL del 1° trimestre confermato in crescita al tasso annualizzato del 3%, il mercato del lavoro che da due mesi sta finalmente assorbendo disoccupati, il settore immobiliare che mostra un po’ di vitalità? Insomma, perché i mercati contraddicono sempre l’economia?
Potrei discutere per molte pagine sulle motivazioni fondamentali di quel che sta succedendo, sul fatto che i mercati anticipano gli eventi, per cui le buone notizie economiche delle ultime settimane giustificano i prezzi passati, mentre quelli odierni valutano l’economia dei prossimi mesi e riflettono la preoccupazione dei mercati per il futuro, mentre l’applauso per il presente è già stato fatto nei mesi scorsi.
In questa sede preferisco invece rinviare le considerazioni macroeconomiche ad un successivo approfondimento, limitandomi a guardare quel che sembra dirci il grafico, in omaggio all’analisi tecnica, che ci ha permesso di cogliere significativi risultati nelle nostre previsioni fatte nel recente passato. Avevamo ipotizzato, a gennaio 2008, la fine del toro e l’avvento di un drammatico mercato orso. Così è stato. Avevamo ipotizzato a marzo 2009 che l’orso avrebbe avuto una lunga pausa e permesso un significativo rimbalzo estivo di SP500 fino a quota 1.000 da realizzare entro l’autunno. Così è stato. A gennaio 2010, constatando l’energia del rimbalzo e l’ampio superamento di quota 1000, la presenza di una forte manipolazione rialzista da parte delle banche d’affari americane, abbiamo esteso l’obiettivo fino all’area compresa tra 1.200 e 1.230, affermando chiaramente che quel livello, rappresentando già una forzatura, aveva poche probabilità di essere superato. Anche questo si è verificato, almeno per ora.
Facciamo allora oggi un altro passo in avanti seguendo il modello che ci ha dato tante soddisfazioni dal punto di vista analitico e, credo, anche dal punto di vista operativo, almeno per i lettori che si siano affidati con fiducia a queste analisi, che hanno permesso loro di evitare la devastazione del 2008 e di cogliere il rimbalzo del 2009.
Avverto come di consueto che l’aver azzeccato finora non è garanzia di azzeccarci di nuovo. Ma nemmeno lo esclude.
Dal punto di vista operativo l’inversione di trend pone immediatamente l’urgenza di chiudere le posizioni rialziste da parte di chi ancora non l’avesse fatto.
Anche il trader di posizione, quello che cerca i movimenti di medio-lungo periodo ha avuto nei giorni scorsi un ottimo motivo per uscire. Il trend rialzista del mercato azionario, che ha cavalcato per un anno abbondante, non c’è più.
Faccio notare che al momento quasi tutti i principali mercati azionari hanno dato un segnale di inversione ribassista del trend: USA, Germania, Francia, Italia (da parecchi mesi), Cina, Brasile, Russia… per guardare solo i più importanti. Manca per ora all’appello solo l’India, che si conferma come il mercato più tenace, ma rappresenta anche l’eccezione che conferma la regola.
Mentre fino a qualche giorno fa potevamo affermare che, fino a prova contraria, il trend rialzista sui mercati più forti era ancora presente, magari acciaccato, ma ancora vivo e vegeto, il mese di maggio si è concluso con la prova contraria. Ora possiamo dire che l’orso ha ripreso in mano il mercato, la cieca fiducia ha abbandonato le borse e che la faccia del mercato è ribassista, fino a prova contraria. Questa prova contraria ora dovranno fornirla i rialzisti, riprendendo quella fiducia nel futuro in quantità sufficiente da riuscire ad invertire nuovamente il trend.
Possiamo individuare sul grafico quel livello che attesterebbe la ripresa di forza e lo scampato pericolo: non è altri che il massimo segnato nel precedente rimbalzo, cioè 1.173. Ogni rimbalzo che si fermasse prima di quella quota non farebbe che confermare l’impostazione ribassista del mercato, perché realizzerebbe un massimo relativo discendente e darebbe ai ritardatari una ottima occasione di chiudere ancora abbastanza bene le posizioni.
Riguardo agli obiettivi del ribasso, in un’ottica di medio-lungo periodo, abbiamo due possibili scenari, che dipenderanno da quanto questa seconda crisi finanziaria che si sta verificando sui mercati andrà ad impattare sui bilanci bancari e sull’economia reale.
Il primo scenario, più ottimistico, potrebbe limitare il movimento ribassista ad una semplice, seppur importante, correzione. In tal caso il ribasso potrebbe ancora proseguire, ed è probabile che prosegua almeno fino a 1.010, ma non riuscirà a superare l’area di circa 80 punti compresa tra 950 e 870 dell’indice SP500. Il livello 870, oltre a rappresentare il 61,8% di correzione dell’intero movimento rialzista partito dai minimi del marzo 2009 e fermatosi poco più di un mese fa, rappresenta anche un importante livello di supporto statico, poiché lì il mercato aveva contenuto la prima correzione ribassista dell’estate 2009 ed era ripartito con forza, confermando l’inversione al rialzo di medio periodo.
La credibilità di questo scenario dipende dall’impatto che avranno sull’economia le politiche di “exit strategy” che molti paesi stanno attuando in questo periodo. Dopo l’enorme esplosione dei debiti sovrani avvenuta negli ultimi 2 anni per fronteggiare la terribile recessione del 2009, alcuni paesi (come USA e Cina) stanno volontariamente attuando una strategia di rientro del debito, altri (quelli europei) sono costretti a farlo sotto l’attacco dei mercati finanziari, che stanno temendo l’insostenibilità futura della loro situazione finanziaria. Tutte queste politiche hanno un impatto restrittivo sull’economia mondiale, che stava appena rialzandosi dalla crisi proprio grazie ai sostegni pubblici ed è ancora assai barcollante. Se, nonostante la sospensione delle flebo pubbliche, l’economia ce la farà a mantenere il sentiero di crescita, questo scenario potrà realizzarsi.
Se invece la frenata all’economia reale imposta dal risanamento dei bilanci pubblici farà deragliare la ripresina in atto e farà imboccare per la seconda volta all’economia mondiale, o almeno a quella dei principali paesi occidentali, la triste strada della recessione, allora i mercati dovranno scontare l’errore di eccessiva fiducia compiuto nell’anno del grande rimbalzo e dovranno tornare dolorosamente e purtroppo abbastanza velocemente sui loro passi.
Lo scenario più pessimista prevede perciò che la diga di 870 non riesca a contenere le vendite, e la caduta si ponga come obiettivo almeno l’area dei minimi del marzo 2009 (666 punti), dove si era momentaneamente arrestato l’impulso ribassista primario ed era stata completata l’onda 3, consentendo al mercato di realizzare la maxi-correzione rialzista appena finita (onda 4).
Lo sfondamento di 870 certificherebbe infatti la presenza e la vitalità del movimento ribassista primario e confermerebbe il movimento in atto come onda 5 ribassista conclusiva, che avevo già evocato fin dal marzo 2009.
L’onda 5 ha però purtroppo come obiettivo naturale il superamento del livello raggiunto da onda 3, per cui dobbiamo prendere in considerazione anche la possibilità che i minimi di 666 vengano abbattuti, con successivo atterraggio del mercato su livelli significativamente inferiori. Le proiezioni che possiamo fare ci consentono di indicare intorno a quota 450 l’obiettivo finale del calo nella peggiore delle ipotesi.
E’ chiaramente uno scenario devastante, mi rendo conto.
Però è lo scenario che per ora i grafici ci indicano come quello più probabile. Aggiungo: per ora e fino a prova contraria. Ricordando comunque che a volte la volontà e la tenaci

28/05/2010


Per una volta sono stati i mercati asiatici e poi quelli europei a dettare la linea agli indici americani.

Ieri infatti, incuranti delle incertezze USA del giorno prima, i mercati azionari asiatici hanno chiuso la giornata in positivo, trascinando anche quelli europei ad estendere il recupero per tutta la giornata.

E’ stato così agevolato il ritorno di fiducia anche sui mercati americani, nonostante i due importanti dati macroeconomici pubblicati ieri (revisione del PIL USA e sussidi ai disoccupati) siano risultati entrambi peggiori delle attese. Abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che quel che conta sui mercati è più l’aspetto emotivo che la realtà dei fatti, almeno per i movimenti di breve periodo.
Il recupero è stato molto ampio (+4,54% il nostro FTSE-MIB, il migliore, e più del 3% anche in Francia e Germania).
SP500 ha imitato l’entusiasmo europeo fino al termine, riportandosi con uno scatto finale oltre 1.100 punti, dopo essersi lasciato alle spalle la resistenza di area 1.093, massimi di 3 delle precedenti 4 giornate. Una dimostrazione di forza che potrebbe proseguire anche oggi se gli operatori non si faranno rodere dagli stessi dubbi che stamane hanno fatto capolino sui mercati asiatici, dove si sono viste chiusure positive, ma assai diverse da quelle europee di ieri e lontane dai massimi di giornata.

D’altra parte quando i trend sono pronunciati, spesso le correzioni durano due o tre giorni. Per l’Europa e l’Asia abbiamo avuto già due giornate di rimbalzo in un forte trend ribassista.

Pertanto una ripresa del calo nella giornata odierna non sarebbe affatto un evento sorprendente, ma soltanto la conferma del trend in atto.

Ecco perché occorre decisamente frenare gli entusiasmi e non credere che l’inversione sia avvenuta.

Per averla bisognerà che i rialzisti sappiano resistere al ritorno in campo dei ribassisti, che nei giorni scorsi hanno chiuso le posizioni e su questi livelli potrebbero oggi riaprirle, ma anche alle prese di beneficio di chi martedì ha osato comprare in ottica di “mordi e fuggi”, che oggi probabilmente avrà una tentazione tremenda di fuggire.

 

11/05/2010


FUGA DAL MEDITERRANEO… E DALLA CINA

La primavera del 2010 rischia di passare alla storia come la ripetizione dell’autunno 2008.


Fino a venerdì scorso i mercati, i giornali e l’opnione pubblica hanno rivissuto momenti molto simili a quelli che anticiparono il terremoto che portò al fallimento di Lehmann e la conseguente ecatombe dei listini e dell’economia mondiale, paralizzata nei sei mesi successivi dalla più violenta crisi economica dai tempi della grande depressione del ’29.
E’ cambiato il luogo, l’Europa anziché l’America, ma la dinamica del delitto del 2008 sembrava ripetersi nello stesso modo, con la Grecia al posto della banca d’affari, ed i medesimi drammatici tentativi di salvataggio, con piani che vengono approvati e poi rimessi in discussione, il conteggio dei costi e le titubanze di chi se ne deve far carico, allora Paulson, ora la cancelliera tedesca Merkel, che ha tergiversato fino a venerdì scorso.
Il comportamento della Lady di ferro è stato curioso, poiché ha dovuto recitare di fronte al suo elettorato una tipica commedia all’italiana. Sapeva perfettamente che l’unico modo per salvare l’Euro passava per la via stretta del salvataggio della Grecia a carico in gran parte della sua Germania, ma non poteva ammetterlo perché i suoi concittadini, che sarebbero andati a giudicarla nelle urne pochi giorni dopo, non ne vogliono sapere di pagare per i bugiardi greci.
Siccome la Merkel non ha l’indole dell’attore e neanche il tempo di seguire un corso di recitazione politica dal nostro premier, il risultato è stato per lei il peggiore dei mali: dover pagare molto di più di quel che avrebbe dovuto sborsare se la decisione fosse stata presa 3 o 4 settimane fa, all’inizio della tragedia greca, e perdere comunque le elezioni.
Il crollo dei mercati nella scorsa settimana, con molte borse europee che hanno lasciato sul terreno perdite settimanali a doppia cifra ed il tonfo della moneta unica, precipitata a 1,25 contro il dollaro, ha spinto gli euroburocrati a fare gli straordinari nel week-end ed a preparare un piano salva-euro, con frenetiche consultazioni, alle quali questa volta non si è sottratto nemmeno il nostro premier, che non si occupava più di euro da parecchi mesi. Mentre i negoziati erano in stallo ed il tempo stava per scadere il nostro playboy nazionale ha telefonato alla Merkel e, come recita una nota ufficiale di Palazzo Chigi, “subito dopo il contatto tra i due leader, il ministro Tremonti, su mandato del Presidente Berlusconi, ha condotto la parte finale delle trattative”. Musica, e vai con la canzoncina “meno male che Silvio c’è!”
I mercati alla riapertura hanno così potuto festeggiare.
Curiosamente quello che avrebbe dovuto festeggiare di più, il cambio euro-dollaro, ha perso per strada tutto l’entusiasmo iniziale, per poi chiudere sui minimi, al di sotto di 1,28.
Hanno invece stappato gli spumanti le borse azionarie, che, trascinate dalla riscossa dei titoli bancari, ancora una volta salvati dai governi, hanno attuato un rally che ha fatto loro recuperare in un solo giorno quasi tutto quel che avevano perso nella settimana della tragedia greca.
I giornali di oggi, trionfanti, ci dicono che la nostra Piazzaffari ha messo a segno la seconda miglior performance giornaliera dal 2007. Non ci dicono però nulla su quella che fu la giornata in cui fecero ancora meglio e che cosa successe dopo.
Provvedo io. La giornata di ieri è stata la fotocopia di lunedì 13 ottobre 2008, quando i mercati esultarono perché i grandi della terra, riunitisi nel week-end per fronteggiare la crisi delle banche, decisero un maxi-piano di salvataggio, consentendo ai governi di salvare le proprie banche e di garantire i depositi. Il lunedì le borse rimbalzarono di oltre il 10%.
Quel che è successo ieri potrebbe perciò essere un dejà vu. Per pura memoria (non per portare sfiga), dobbiamo ricordare cosa successe dopo quell’euforico 13 ottobre: le borse scesero per altri 5 mesi, alternando crolli e rimbalzi, fino ai minimi del 9 marzo 2009 che per la nostra borsa furono segnati il 44% sotto il livello di quel 13 ottobre.
E’ bene quindi essere molto cauti nell’interpretazione del mercato. Per molti motivi.
Innanzitutto personalmente sono abbastanza scettico sulla reale validità del piano.
Esso si basa su 5 capisaldi:


1) Un meccanismo di stabilizzazione che prevede prestiti ai paesi in difficoltà, per un ammontare di 750 miliardi di euro. In realtà al momento sono disponibili solo 60 miliardi. 250 sono richiesti al Fondo Monetario. 440 sono reperibili in caso di necessità attraverso prestiti bilaterali. Ciò significa che la massima parte del fondo dovrà essere finanziato da chi, come la Germania, sarà chiamata a stanziare 80 miliardi, quando ha fatto storie per un mese a tirarne fuori 8. Ho la grossa sensazione che tutto ciò sia soltanto fumo per spaventare la speculazione con grosse cifre, sperando di non doverle tirare fuori mai.


2) Un rafforzamento della disciplina fiscale per i paesi membri: vale a dire che i paesi più indisicplinati sono chiamati a stringere la cinghia per ottenere la difesa da parte degli altri. La Grecia è stata obbligata già la scorsa settimana ad approvare misure di austerità pari al 10% del PIL, ora anche Spagna e Portogallo dovranno accelerare le manovre di rientro verso il parametro del 3% del rapporto deficit/pil. Tutto ciò nel medio periodo porterà minore crescita economica in tutta l’eurozona e problemi sociali nei paesi interessati. A meno che questi riescano a “fare i furbi” come la Grecia. In tal caso la tragedia greca diventerebbe il prossimo anno spagnola o portoghese.


3) Regolamentazione delle agenzie di rating e dei derivati, con istituzione di una specie di Tobin Tax. E’ la classica aria fritta che serve per individuare un capro espiatorio ed autoassolversi dalle proprie responsabilità. Tutti sanno che queste misure o sono prese a livello di G20 e vincolano tutti i principali mercati finanziari, oppure sono pura demagogia, perché senza una generalizzazione sono totalmente inapplicabili dai singoli stati e diventano addirittura controproducenti, poiché allontanerebbero gli investitori dall’area Euro.


4) Coordinamento della BCE con le altre banche centrali per fornire liquidità ai mercati e disponibilità della BCE ad intervenire direttamente per comprare titoli di stato dei paesi in difficoltà e di privati a rischio di insolvenza. Questa è a mio parere la misura più efficace, l’unica veramente in grado di mettere paura a chiunque voglia mettersi al ribasso. Era una misura abbastanza inattesa, poiché viola apertamente il trattato di Maastricht e per questo è stata addirittura criticata da Weber, governatore della Bundesbank. Dal punto di vista etico è molto discutibile, poiché permette all’arbitro di giocare sul mercato a favore di una sola squadra (quella dei rialzisti), consentendo alla banca centrale, che può stampare moneta a suo piacimento, di usarla per manipolare i prezzi che il mercato formerebbe se fosse libero di farlo.
Ancora una volta si distrugge il mercato per salvarlo dal ribasso.
Inoltre quando questa possibilità verrà usata, la BCE creerà inflazione stampando moneta, come hanno fatto gli americani con le analoghe misure chiamate “helicopter Bernanke”.
Comunque, aldilà della enorme puzza che emana, questa misura è veramente un’arma nucleare per sostenere i mercati, poiché nessuna azione coordinata di qualsivoglia fondo hedge sarebbe in grado di sostenere operazioni contro chi può stampare liberamente tutti i soldi necessari per assorbire qualsiasi ammontare di vendite.
 

5) Non c’è quindi da stupirsi se a beneficiare di più del piano di salvataggio sono stati proprio i bonds dei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) che hanno usufruito di un drastico calo dello spread rispetto al Bund e di un crollo dei CDS, e i mercati azionari, dove i titoli bancari, penalizzati la scorsa settimana dalle potenziali perdite sull’esposizione verso i PIIGS, hanno finalmente vissuto una giornata da leoni con alcuni di loro rimbalzati quasi del 20% in un solo giorno.
Si spiega anche la delusione sull’euro, che non si è ripreso, nonostante dovesse essere il maggior beneficiario del maxi-piano. Sul mercato dei cambi pesa il dubbio circa la possibilità reale di coordinare le politiche fiscali e la minor crescita futura che il rigore imposto dalla Germania a tutti gli altri paesi necessariamente provocherà in tutta Europa.


Sintetizzerei quindi la situazione dicendo che il piano ha fatto smettere di piovere, ma non ha diradato le molte nubi che continuano ad addensarsi sulla credibilità europea. Anzi, ne ha portate altre, come il vulcano islandese, poiché i mercati avranno altri argomenti (quelli del Piano) su cui fare ogni giorno l’esame di fiducia all’Europa e per l’Euro continuerà ad essere molto difficile tornare a volare.
Oltre le considerazioni sull’Europa monetaria, che per una volta è stata l’ombelico del mondo ed è riuscita a condizionare l’andamento di tutti gli altri mercati finanziari, le scorse settimane hanno portato qualche altro dato.
Innanzitutto l’incapacità dell’indice SP500 di superare l’area 1.200 – 1.230, che da parecchio tempo avevo indicato come vera e propria muraglia che separava il mercato dal Toro di lungo periodo. Il dato incontrovertibile è quello che l’orso non pare ancora debellato e sembra in grado di fare ancora molto male.
Per completezza dobbiamo però anche affermare che graficamente il trend di medio-lungo periodo per il momento è ancora impostato al rialzo, anche se nella settimana della tragedia greca qualche acciacco l’ha subito. Infatti il minimo fatto segnare giovedì scorso, il giorno del grande errore (si è poi appurato che errore non era), che ha fatto passare un brutto quarto d’ora a Wall Street, è stato molto profondo, ma comunque superiore al minimo segnato dalla precedente correzione ad inizio febbraio. Inoltre l’indice americano si è appoggiato alla media mobile a 200 periodi, scendendo al di sotto soltanto durante il panico del fatidico giovedì, ma è rimbalzato e lunedì si è riportato ben al di sopra. Per cui possiamo sicuramente affermare che il trend si è decisamente indebolito, ma non che l’inversione ribassista sia avvenuta.
Il forte impulso ribassista ed il rimbalzo che ne è seguito questa settimana ci forniscono dei paletti molto importanti per i mesi futuri. Il cedimento dell’area compresa tra 1.045 e 1.065 decreterebbe a tutti gli effetti quell’inversione che per ora è strata evitata, mentre il rimbalzo in corso è chiamato al difficile compito di riportare l’indice oltre i massimi annuali di 1.220, pena la formazione di un massimo discendente, per la prima volta da marzo 2009.
Una ulteriore conseguenza, molto rilevante, del marasma vissuto dalle borse, è stato il ritorno sulla scena, con grande sfoggio di effetti speciali, della volatilità, che solitamente accompagna e segnala la presenza di malessere sui mercati. Il VIX, l’indice che misura la volatilità implicita incorporata nei prezzi delle opzioni sull’indice SP500, quello che io chiamo l’indice della paura presente sui mercati, dopo essere discesa quasi costantemente e progressivamente, salvo brevissimi sussulti, dai massimi di oltre 80 punti di ottobre e novembre del 2008 fino ai valori di circa 15 che erano la norma fino al 2007, nei giorni scorsi si è nuovamente ed impulsivamente riportato oltre 40, superando tutti i massimi realizzati nelle precedenti momentanee correzioni. E’ un chiaro segnale di turbolenza, che non dovrebbe essere snobbato con la certezza che tutto si rimetterà presto a posto.
Un altro dato che i mercati azionari presentano alla nostra riflessione è la fine del viaggio di gruppo. Se è vero che, tra i principali mercati finanziari, la borsa tedesca e quella giapponese si trovano nella medesima situazione di Wall Street, non altrettanto si può dire per le borse mediterranee. Grecia (ovviamente), Portogallo, Spagna, Italia, e persino la Francia hanno già invertito il trend di mercato, che ora è ribassista. Lo stesso destino pare attanagliare anche la Cina. L’uniformità di comportamento che tradizionalmente accompagna il destino delle borse azionarie sembra un ricordo del passato. Ora i mercati stanno selezionando i vari paesi, senza fare di ogni erba un fascio. Per ora non possiamo ancora parlare di fuga dall’azionario, ma piuttosto di fuga dal Mediterraneo.
Se si tratta di paura ingiustificata oppure di un anticipo di quel che si vedrà dappertutto, lo verificheremo nei prossimi mesi. Si preannuncia un’estate molto calda.

 

 

 

31 marzo 2010

IL COMPLEANNO DEL TORO. FESTEGGIANO TUTTI, MA NON PER MOLTO

I mercati azionari, guidati da Wall Street, dopo aver fatto correre a febbraio qualche brivido nelle schiene degli investitori, hanno deciso che una correzione dai massimi di 1.150 di SP500 fino a quota 1.044 avrebbe anche potuto bastare. Si è trattato in fondo del classico 10% di ribasso, la misura tipica delle correzioni di breve periodo, che spesso i solidi trend effettuano per scaricare gli eccessi e gli operatori timorosi, e nel contempo per fornire l’occasione ai ritardatari di acchiappare un treno perso in precedenza.
In questo caso poi, il movimento è stato perfettamente controllato, poiché le mani forti del mercato sono riuscite a riprendere in mano il controllo ed a generare l’inversione rialzista, che ha terminato la correzione, ben prima che si raggiungessero i livelli di forte supporto, quasi a testimoniare la volontà di non correre eccessivi rischi.
Avevo infatti sottolineato a febbraio che fino a quando sarebbero rimasti inviolati i livelli di area 1.020 non avremmo potuto parlare di inversione di trend, ma soltanto di correzione.
L’inversione rialzista attuata a 1.044 ha perciò messo un primo punto fermo: il minimo realizzato è stato ancora ascendente, per cui il trend rialzista di lungo periodo è per ora salvo.
Nelle settimane successive al 5 febbraio il mercato ci ha poi voluto inviare un secondo messaggio: è stato raggiunto anche un massimo ascendente ed è così stato ripristinato completamente il circolo virtuoso del trend rialzista.
L’intenzione di far nuovamente prevalere l’ottimismo si è manifestata dapprima andando a superare quota 1.104, che rappresentava una chiara resistenza. Poi si è realizzato un modello di continuazione rialzista denominato testa e spalle rovesciato, completato il giorno 1 marzo. Questo modello proiettava come obiettivo rialzista il livello di 1.173, ben al di sopra del precedente massimo di 1.150 di metà febbraio.
Anche questo livello è stato raggiunto e superato la scorsa settimana, quando l’indice delle 500 maggiori società USA si è inerpicato fino a quota 1.180.
L’arrivo all’obiettivo del testa e spalle ci obbliga a registrare la successione ascendente anche sui massimi, con conseguente ritorno in piena salute del trend ascendente di medio - lungo periodo.
Una salute ben testimoniata anche dai valori di deciso ipercomprato raggiunti sui principali oscillatori. L’indicatore RSI è salito fino ad oltre quota 75, un valore che dopo la devastazione del mercato orso 2007-2009 abbiamo visto soltanto nell’agosto scorso, guarda caso durante un movimento assai simile all’attuale, che andò ad ammazzare la correzione estiva di un mese e sancì definitivamente l’inversione rialzista di medio - lungo periodo di SP500.
Il lettore si attende ovviamente che io ora indichi i motivi di questo successo.
Ci posso provare, anche se la sensazione più forte che ho è che non ci siano motivazioni veramente convincenti a spiegare questo ulteriore giro di valzer, che avrà l’effetto minimo di comprare un altro po’ di tempo prima della resa dei conti, se non si vuole ancora prendere in considerazione l’ipotesi che si stia addirittura seminando un ciclo rialzista pluriennale, in grado di ripetere quell’insensato mercato toro che abbiamo visto nel periodo 2003-2007, quando venne vinta ogni legge di gravità e, grazie ad un insieme di bolle speculative, si riuscì a tornare per pochi effimeri giorni sopra i massimi del 2000.
Probabilmente il mercato è stato rassicurato da dati macroeconomici che, sebbene non entusiasmanti, continuano a presentare segni di ripresa a macchia di leopardo. E’ vero che il mercato immobiliare sembra nuovamente nel limbo della stagnazione. E’ vero che il mercato del lavoro non è ancora riuscito ad invertire la tendenza alla continua perdita di occupazione. Potrebbe farcela questa settimana, quando il Venerdì Santo verranno diffusi i dati di marzo, che per ora sono previsti col segno positivo per la prima volta da parecchi mesi. D’altra parte il flusso dell’emorragia è enormemente diminuito, nelle imprese si rivede qualche investimento in tecnologia e soprattutto la fiducia dei manager, rappresentata dagli indici ISM, si mantiene al di sopra della linea di demarcazione tra le attese di crescita e quelle di recessione.
Una certa fiducia ai mercati azionari la danno anche le trimestrali societarie, che anche per l’ultimo trimestre 2009 hanno in maggioranza battuto le stime degli analisti, confermando ancora una volta l’inutilità di questi ultimi nei punti di svolta. Chi si stupisce del fatto che gli analisti negli ultimi due trimestri siano stati clamorosamente battuti dai dati presentati dalle società deve considerare che le stime che essi fanno sono necessariamente ancorate al passato, finendo spesso per essere una proiezione del trend passato dei principali dati di bilancio. Perciò nei punti di svolta del ciclo economico non ci acchiappano mai. Negli ultimi trimestri del 2007 e nei primi del 2008 continuavano a prevedere utili in crescita a doppia cifra, mentre l’economia aveva già svoltato verso la recessione. I dati a consuntivo stupirono in negativo e trascinarono giù i mercati anche prima del crollo di Lehman. Ora, a causa della recessione degli anni scorsi continuano a prevedere risultati piuttosto modesti, che vengono regolarmente battuti dalle trimestrali. Ciò crea ovviamente l’effetto sorpresa positiva che trascina al rialzo i mercati, ma lascia di stucco coloro che si affidano alla sfera di cristallo degli analisti.
A mio parere però il fattore più importante pare essere l’aiutino che continua pervenire dalla Federal Reserve, che, sebbene veda un’economia in progressivo rafforzamento, ha confermato la politica monetaria accomodante, rinviando quella exit strategy a base di rialzi dei tassi che i mercati temono, pur sapendola inevitabile. Il temporeggiamento della FED è musica per i carry trader, che possono continuare ad indebitarsi a tassi irrisori per pompare liquidità nelle borse e lucrare sui differenziali di rendimento forniti dagli indici azionari in salita e dai bond a lunga scadenza in crescita pure loro. E’ un gioco speculativo perverso fin che si vuole, ma che fa tanto comodo a tutti quelli che non riescono a vedere oltre il proprio naso e consente ad un sacco di soggetti di convivere con i grossi guai dei loro bilanci. Infatti le grandi banche possono continuare a collezionare utili, che servono a compensare le future minusvalenze e distribuire bonus. I governi (se non si chiamano Grecia) possono piazzare i loro titoli del debito senza pagare interessi stratosferici e rinviare al futuro i necessari inevitabili sacrifici per risanare i bilanci.
Insomma: tutti stanno giocando al “meglio un uovo oggi che la gallina domani”, perché allevare la gallina costa troppi sacrifici e perché siamo ormai tutti troppo abituati a ragionare esclusivamente sul breve termine.
Piccola digressione: è molto interessante rivedersi il film di questa crisi.
Primo tempo: le banche hanno creato un sacco di falsa ricchezza mentre le autorità si bendavano gli occhi per non vedere. Quando la Bolla è scoppiata tutti si sono messi a piangere per la terribile ed imprevedibile crisi. I governi allora hanno messo prontamente mano al portafogli per salvare le banche ed evitare il crollo del sistema. In tal modo i debiti pubblici degli stati più virtuosi viaggiano tutti verso il 100% del rispettivo PIL. Quello dei più indisciplinati verso il 150-200%.
Secondo tempo: occorre finanziare il debito degli stati. Come fare? Emettendo bond. Ma chi li compra? Semplice: le banche Centrali abbassano per lungo tempo i tassi a zero, così le banche, appena salvate, prendono a prestito a zero ed investono sui bond governativi, lucrando la differenza, facendo utili e distribuendo bonus. Per cui: i governi hanno salvato le banche. Le banche salvano i governi. …E tutti festeggiano, come avessero trovato la gallina dalle uova d’oro.
Sarò il solito pessimista, ma c’è qualcosa che mi sfugge…. Anche perché il film non è ancora finito e le scene finali devono ancora venire. Mi chiedo: preso atto che i soldi li facciamo con le forbici, qualcuno prima o poi il conto dovrà pur pagarlo? Forse ho poca fantasia ma temo che saranno le giovani generazioni ed i loro figli. Che, detto tra noi, avranno anche da risolversi il problema del mutamento climatico, della fine del petrolio, della scarsità d’acqua, e, dulcis in fundo, del peso crescente dei molti pensionati sulle spalle dei pochi lavoratori. Poi ci chiediamo perché nessuno fa più figli… Fine della digressione.
Indicate sommariamente le cause del rialzo della borsa americana mi preme far notare che l’impulso positivo che proviene dalle borse USA non sembra questa volta aver trovato nei mercati azionari delle altre aree il terreno fertile come altre volte.
Anzi, noto una significativa difficoltà da parte di molti altri mercati ad imitare la baldanza rialzista della borsa USA.
Cominciando dall’Europa, notiamo che né l’indice complessivo Eurostox50, né alcuno dei principali mercati (Francia, Germania e Italia) ha raggiunto i precedenti massimi con l’indice principale di riferimento.
In Asia solo India e Giappone hanno sostanzialmente raggiunto i precedenti massimi, senza però superarli, mentre la Cina è in forte ritardo. La stessa cosa vale per gli altri due Bric, la Russia e il Brasile.
Insomma: guardando in giro per il mondo sembra proprio che i più ottimisti sui mercati azionari abitino in USA. Dov’è finita la capacità degli emergenti di esaltare le performance positive dell’America e dell’Europa di rimanere agganciati agli impulsi provenienti dall’altra parte dell’Atlantico?
Anche questa potremmo definirla come una divergenza di comportamento globale, che rende molto ambiguo il momento che attraversano i mercati azionari. Sembra quasi che stavolta la cautela prevalga un po’ dappertutto.
Un’altra divergenza di comportamento la riscontriamo esaminando l’andamento del mercato obbligazionario e quello del mercato azionario.
Come da parecchi mesi a questa parte, entrambi i mercati tendono a salire o comunque a permanere assai vicini ai massimi di periodo.
Una situazione simile, che oltretutto si sta verificando da parecchio tempo, rivela una diversa visione della realtà da parte degli operatori di questi due mercati.
Se l’obbligazionario sale significa che gli operatori che acquistano bond ritengono piuttosto lontane sia l’inflazione che la exit strategy, e quindi anche una ripresa economica significativa.
Non dimentichiamo che solo i tassi in discesa o l’inflazione calante possono giustificare prezzi crescenti sui mercati obbligazionari. E queste due circostanze sono possibili soltanto se la ripresa sarà asfittica.
Chi compra azioni ritiene invece che gli utili aziendali siano in significativo e duraturo miglioramento, il che è reso possibile solo da una ripresa che si alimenti in modo significativo.
E’ evidente che non possono avere ragione entrambi, per cui i prossimi mesi risolveranno la contraddizione, penalizzando i detentori di bond con la risalita dei tassi, oppure punendo chi ha comprato azioni troppo allegramente e puntato su una ripresa che però avrà il fiato corto.
Personalmente ritengo più probabile la seconda ipotesi, ma sarà il mercato, come sempre, a stabilirlo. L’unica certezza è questa: qualcuno sta sbagliando previsione.
La soluzione dell’enigma non dovrebbe tardare troppo. Sono ormai vicini quei livelli del mercato azionario che avevo indicato nei miei precedenti interventi come l’ultima spiaggia per l’orso.
Oltre l’area 1.200-1.230 dell’indice SP500 il toro avrà definitivamente incornato l’orso, che finirà al cimitero e lascerà spazio al rialzo per ancora parecchi mesi.
Ma fino a quel livello non possiamo vendere la pelliccia dell’orso, perché, anche se in letargo, non è ancora morto. Anzi, potrebbe risvegliarsi proprio da quelle parti e riportare in basso i mercati… e con l’ascensore!
La battaglia finale si sta preparando. Dovrebbe essere una primavera densa di emozioni.

 

 

26/03/2010 8:30

Commento quotidiano


Wall Street ieri ha mostrato di aver esurito gran parte della forte spinta rialzista che ha posseduto nell’ultimo mese. Infatti, dopo aver superato di una manciata di punti l’obiettivo di 1.175 nella parte iniziale di seduta, l’indice SP500 ha innestato la retromarcia per andare a chiudere la seduta al di sotto dei minimi del giorno prima. Sul grafico giornaliero viene così disegnata una figura grafica (bearish engulfing) che ha una valenza ribassista, e, venendo su un massimo, potrebbe fornire un impulso all’inversione di marcia correttiva.
Ciò che non mi convince è vedere i mercati asiatici che nella notte hanno snobbato l’evento, fornendo segnali rialzisti, dopo che nei giorni precedenti faticavano a seguire le indicazioni positive di Wall Street.
Vedremo oggi se i mercati europei decideranno di sposare la cautela americana o il ritorno di fiducia asiatico. E potremo anche verificare se i mercati americani vorranno proseguire la scivolata di ieri o il vento dell’ottimismo falsificherà anche il segnale ribassista fornito ieri.

 

 

19/03/2010 8:30

Commento quotidiano

Ancora una volta, ieri, l’indice SP500 ha raddrizzato nel finale una giornata che all’inizio pareva essere di correzione, confermandosì così decisamente come il più robusto tra tutti gli indici azionari.
Infatti spicca in questi giorni la tenace voglia di salire del mercato americano, che fa da contraltare alle incertezze presenti negli altri mercati azionari dei principali paesi.
In Europa ad esempio nessuno dei principali indici, e tantomeno il nostro, sono ancora riusciti a raggiungere i precenti massimi di gennaio, mentre SP500 li ha ampiamente superati.
Anche in Asia, Cina ed India faticano a recuperare i loro massimi precedenti, mentre un po’ tutti gli emergenti sembrano mostrare minor capacità di un tempo nell’amplificare i movimenti positivi dettati dall’America.
Comunque sia, il movimento in atto, per tutto l’azionario mondiale, permane impostato al rialzo, senza particolari nubi all’orizzonte.
Oggi è la giornata delle streghe. La chiusura di posizioni sui mercati dei derivati e l’impostazione di nuove strategie potrebbe causare un po’ di volatilità.
Non è detto però che generi segnali di inversione, anche se gli indicatori di eccesso permangono piuttosto tirati e sui grafici a scansione temporale minore (orari) si intravedono decise divergenze ribassiste.
Sono piccoli segnali premonitori, non ancora scosse sismiche.




11/03/2010

Commento quotidiano

Ieri, nel giorno in cui nel nostro paese è entrata in vigore la legge che, tra le tante cose che si dovrebbero impedire ai membri del Governo, sceglie la partecipazione ai processi che li riguardano, i mercati proseguono la loro azione di avvicinamento ai massimi di inizio anno. Attuano così a modo loro il legittimo impedimento a scendere, che le mani forti del mercato hanno approvato da due settimane.
SP500 ieri è arrivato ad un soffio da 1.150 e forse oggi potrebbe decidere di attaccare l’ostacolo.
I mercati europei, che devono recuperare una scivolata di febbraio un po’ più accentuata per colpa della crisi greca, sono ancora più distanti. Al Dax manca ancora poco più del 2%, mentre al nostro FTSE-MIB manca quasi il 7%.
Non ho comunque dubbi che, se dagli USA verrà lo sfondamento dei massimi, il Dax provvederà a stretto giro di posta. Ne ho invece parecchi che la stessa cosa avvenga da noi, a meno che SP500 non riesca ad andare assai oltre questo primo obiettivo.
Verificheremo a tempo debito. Per ora occorre starsene tranquilli sul trend.
L’unico scongiuro che si deve fare è quello che il superamento non tardi troppo, per non instillare nella mente di troppa gente la prospettiva del doppio massimo.




5 marzo 2010

Commento quotidiano

Ieri SP500 ha trascorso la sua terza giornata consecutiva oscillando con pochissima volatilità intorno a quota 1.120. Si percepisce da parte del mercato un senso di attesa di qualcosa che possa dare una iniezione di fiducia sull’economia reale, dopo che la crisi greca sembra al momento, se non proprio accantonata, almeno ridimensionata dal piano “lacrime e sangue” che il governo greco ha promesso per placare la speculazione e dal successo nell’emissione di bond greci che è avvenuta ieri.
Anche l’euro si rafforza un po’. Probabilmente il gruppo di fondi hedge americano che pare aver concordato una strategia speculativa per abbatterlo, ha alzato un attimo il piede dall’acceleratore dopo che le autorità di controllo americane hanno aperto una indagine per verificare se è avvenuto il “concerto”. Infatti, come è ovvio, non è affatto vietato speculare, altrimenti dovremmo chiudere tutti i mercati finanziari, ma lo è se ciò avviene mediante manovre concertate di dimensioni tali da manipolare il mercato. Siccome in Usa non sono così sprovveduti come la cricca del G8, che si fa allegramente intercettare con le mani nel sacco, è difficile che si arrivi a qualche accertamento, anche perché manipolare un mercato da 3.000 miliardi di dollari è piuttosto difficile. Comunque la sola notizia dell’apertura della pratica può bastare a rallentare un po’ l’attacco per non dare nell’occhio.
Il mercato attende notizie sull’economia per muoversi. Credo che queste notizie potrebbero arrivare oggi, quando, alle 14,30, sarà pubblicato quello che ultimamente è considerato “la madre di tutti i dati”, cioè la creazione di posti di lavoro a febbraio.
Le attese degli economisti sono per una ulteriore riduzione del ritmo di contrazione degli occupati non agricoli. Ormai la previsione parla di poche migliaia di buste paga perse in febbraio. La febbre è vista scendere, ma il mercato del lavoro non è ancora guarito, dopo molti mesi di continuo ridimensionamento dell’occupazione.
Il mercato per muoversi spera in qualcosa di più della semplice riduzione della negatività. Un dato per la prima volta col segno + darebbe una sferzata di fiducia ai mercati e permetterebbe ai soliti ottimisti di rianimarsi.
Evidentemente però, un dato deludente potrebbe spingere parecchi a prendere profitto immaginando un proseguimento della correzione.
Insomma: raramente i mercati sono “appesi al dato” come oggi.
 

 

19 febbraio 2010


TOH, CHI SI RIVEDE…: LA PERCEZIONE DEL RISCHIO

Nel mio ultimo approfondimento di analisi del 13.1 avevo puntualizzato due idee: la prima era che i grafici al momento non davano alcun segnale di particolare tensione e, dopo aver superato il 50% di recupero del grande crollo 2007-2009, sembravano voler intraprendere l’impresa di estendere la risalita fino al 61,8%, a quota 1.200-1.230 dell’indice SP500.
La seconda convinzione era che il movimento in atto non avesse alcuna motivazione di tipo economico, ma dovesse essere giustificato soltanto in termini speculativi, col rischio di una profonda e repentina presa d’atto ribassista della realtà.
Nei giorni seguenti il mercato è proseguito al rialzo, ma con sempre minore convinzione, raggiungendo il 19.1 il suo massimo a quota 1.150,45. Il giorno seguente si è puntualmente realizzata la seconda idea, quella della secca correzione, con il mercato che in soli tre giorni ha restituito i guadagni di due mesi. Dopo un rallentamento della caduta c’è stato poi un tentativo di rimbalzo nei primi due giorni di febbraio, sull’onda della prima stima del PIL USA del 4° trimestre, risultata prorompente e migliore delle attese. La prima settimana di febbraio è però proseguita con un nuovo impulso ribassista, che ha portato l’indice a toccare quota 1.044,50 prima di dar vita la settimana successiva ad un faticoso recupero di quota 1.075.
Le motivazioni di quanto successo sono riportate puntualmente sui giornali. E’ un mestiere improbo quello del giornalista economico, chiamato ogni giorno a cercare motivazioni economiche per giustificare movimenti che spesso di sensato non hanno proprio nulla. Ci avevano giustificato l’ingordo rialzo degli ultimi mesi del 2009 e della prima parte dell’anno corrente disegnandoci un mondo risanato ed in ripresa, col sistema bancario finalmente a posto e in grado di fare nuovamente utili, la Cina che riprendeva a macinare crescita, Obama che poteva permettersi persino di fare la voce grossa con le banche, minacciando tasse a chi aveva aiutato fino a qualche mese prima, consapevole di essere ormai fuori dal tunnel.
Improvvisamente hanno dovuto rispolverare i vocaboli di un anno prima per descrivere “crolli delle borse”, “220 miliardi di euro bruciati in due giorni”, “la moneta nella tempesta dei mercati”, con la sola novità che questa volta la moneta in questione non è il dollaro ma l’euro. Ed allora ritorna la paura dei fallimenti, questa volta addirittura di interi stati, la ripresa non è più così evidente come pochi giorni prima, si scopre il pericolo del gigantesco debito pubblico degli stati, quel debito che nei mesi scorsi veniva osannato come l’ancora di salvezza del sistema finanziario mondiale.
E’ ovvio che il povero risparmiatore che legge “Il sole 24 ore” o al sabato “Milano Finanza” non ci capisca più nulla, e chi magari sia andato in viaggio per una settimana e non abbia letto i giornali, al suo ritorno abbia il dubbio di essersi assentato per mesi.
Ci dicono che i mercati sono emotivi, ed è sacrosanto. Dovrebbero però anche dirci che l’informazione economica non vale una cicca, perché soffia continuamente sul fuoco dell’emotività, senza la capacità di andare contro la moda del momento, anzi, alimentandola con la continua ricerca della spiegazione logica di quel che sta succedendo, anche quando dietro i comportamenti dei mercati non c’è alcuna logica, che non sia la semplice e banale speculazione delle mani forti che attirano la massa avviando un movimento, la illudono raccontando ai giornalisti le più ardite giustificazioni e la scaricano quando hanno guadagnato abbastanza, distribuendo agli ultimi arrivati il classico cerino acceso.
Cerchiamo allora, al di là delle parole d’ordine degli ultimi giorni, di semplificare e fare un po’ d’ordine, senza rinunciare a cercare un po’ di senso in quanto accaduto, anche se la tentazione di limitarmi all’analisi del grafico è fortissima, poiché il grafico sintetizza in un unico dato, il prezzo, tutte le informazioni ed i ragionamenti del mercato e rappresenta a mio parere lo strumento privilegiato per seguire il mercato, senza affidarsi ai ragionamenti spesso ambigui, talvolta ideologici e quasi sempre interessati degli “analisti economici”.
Se è vero che il prolungato rialzo partito da marzo 2009 si è esteso sui mercati azionari ben al di là di quanto ci si poteva pur ottimisticamente attendere (nel marzo scorso avevo inizialmente ipotizzato per SP500 “quota 1000”, correggendo l’obiettivo a luglio a 1.120), abbandonando ogni cautela e percezione dei rischi, possiamo dire che in questi giorni alcuni importanti rischi sono tornati a far capolino.
Il primo rischio ha riguardato la crescita economica, che non appare sfavillante come le statistiche ufficiali tendono a mostrare. La prima stima della crescita USA nell’ultimo trimestre 2009 è stata misurata il 29 gennaio scorso ad un ritmo annualizzato da paese emergente (+5,7%), ben al di sopra del già ottimo 4,5% atteso. Tuttavia se si va oltre il dato grezzo per scendere nei dettagli, si constata che il grosso della crescita (3,39% su 5,7) è stata merito esclusivo dell’incremento delle scorte, mentre la spesa finale per consumi ha mostrato un contributo di 1,44%, minore del 3° trimestre, e la spesa per investimenti fissi ha dato segni di risveglio, tornando ad un contributo positivo, ma assai flebile (+0,43%).
L’incremento delle scorte rivela un certo ottimismo degli imprenditori, che tornano a riempire i magazzini e scommettoino effettivamente nell’arrivo della ripresa, ma anche un aumento dei consumi inferiore alle attese. Se si confronta il ritmo di incremento di consumi ed investimenti al termine di quest’ultima crisi (ammesso che si sia effettivamente alla fine) con quel che era successo all’uscita delle precedenti recessioni, si smorzano gli entusiasmi, poiché allora la ripresa dei consumi fu molto più secca e convinta di oggi. La grande diffidenza del consumatore e la incapacità attuale di riprendere i ritmi di spesa antecedenti alla crisi ci porta ad escludere ormai una inversione a “V” del ciclo economico, ma più probabilmente una assai più lenta “U”, con possibilità di ricadute recessive a fine 2010 e inizio 2011, che un certo numero di economisti ora ritiene addirittura probabili.
Oltretutto la tanto attesa svolta nel mercato del lavoro, con in ritorno alle assunzioni è stata mortificata dal dato di gennaio sulle assunzioni non agricole, ancora negativo. Non solo. E’ stato rivisto in peggio anche il dato di dicembre, con un raddoppio della perdita di assunti ed è stata comunicata la revisione definitiva del periodo marzo 2008-marzo 2009. Abbiamo così scoperto che dall’inizio della recessione la reale perdita di posti di lavoro americani, che pensavamo fosse di 7,2 milioni, è stata in realtà di 8,4 milioni. E che il tasso di disoccupazione, in miglioramento dal 10% al 9,7%, lo è a causa della rassegnazione di molti disoccupati che, rinunciando a cercare lavoro, escono dal numero ufficiale delle forze di lavoro ed abbassano così il rapporto.
Non c’è quindi da stupirsi se i mercati hanno preso atto che la situazione non è poi così rosea.

Casomai ci sarebbe da chiedersi come sia stato possibile nei mesi scorsi tanto ottimismo basato sul nulla.
Il secondo rischio balzato d’improvviso agli occhi del mercato è quello sull’indebitamento. Per mesi sia gli spread comparati che le quotazioni dei CDS sulle emissioni di obbligazioni societarie e dei singoli stati sono costantemente scesi, scontando un generalizzato aumento di fiducia nei debitori ed un abbassamento deciso della percezione del rischio emittente. Come se la ripresa fosse da sola in grado di sistemare ogni magagna ed il mercato disponibile a finanziare tutti. L’enorme liquidità messa a disposizione delle banche centrali a costo zero è stata utilizzata in speculazioni su qualsiasi genere di bond, senza andare troppo per il sottile.
Ora però si comincia a percepire che l’immissione di liquidità non può proseguire all’infinito, anzi si avvicina il momento in cui questa massa di denaro gratis dovrà essere ritirata. La banca centrale cinese ha dato il buon esempio e, come era stata la prima e la più generosa ad allargare i cordoni della borsa per impedire la recessione, ora ha iniziato la manovra restrittiva per frenare la bolla speculativa che molti vedono sul mercato immobiliare cinese.
Contemporaneamente si è percepito che anche l’area euro, che negli ultimi anni è sempre stata considerata la patria del rigore e della stabilità, sta dando segni evidenti di sofferenza, con alcuni paesi partecipanti alla moneta unica (soprattutto la Grecia, ma anche il Portogallo e Spagna) tutt’altro che virtuosi. Le necessità di sostenere le economie in grave recessione hanno fatto esplodere il debito pubblico di questi paesi, che ora presentano rapporti deficit/PIL a doppia cifra quando il famoso Patto di Stabilità impone di contenere il saldo di bilancio entro un deficit del 3% del PIL. Se si aggiunge il piccolo particolare che la Grecia ha pure truccato i conti ed ha una situazione di grave conflitto sociale interno, si capisce perché la speculazione internazionale si sia accanita contro questo paese, portandolo sull’orlo della bancarotta. Sta di fatto però che le necessità di sostegno alla Grecia hanno messo a nudo tutte le magagne di Eurolandia, che molti in passato avevano già evidenziato: l’essere una ampia unione monetaria con una moneta unica controllata centralmente da una efficiente e severa Banca Centrale non è sufficiente a dare stabilità se non si realizza anche una convergenza economica e politica tra i vari paesi. Le istituzioni a garanzia di questa convergenza non sono state create, per cui la politica monetaria è nelle mani della BCE, ma le politiche economiche e di bilancio sono di esclusiva competenza dei singoli stati, che agiscono ovviamente secondo logiche politiche nazionali, che spesso contrastano con gli interessi dell’area.
Oltretutto l’unica garanzia di virtù è rappresentata dai Patti di Stabilità concordati dalla Commissione Europea con i singoli Stati e da un limitato potere sanzionatorio nei confronti di chi sgarra.
Quando si scopre che qualche alunno non è stato molto preciso nel fare i compiti, se non ci sono poteri di sanzione efficaci, ci rimette tutta la classe, anche perché un alunno non può fare i compiti del compagno. Il trattato vieta espressamente che uno stato garantisca per i debiti di un altro stato. Se anche questo fosse possibile non sarebbe facile spiegare agli elettori francesi o tedeschi il motivo per cui loro devono farsi carico delle voragini nei bilanci dei Greci (oggi, magari domani verrà la volta del Portogallo e poi della Spagna). In Germania cominciano a circolare i sondaggi d’opinione se abbia ancora senso per i tedeschi stare nell’euro oppure se sia meglio tornare al marco.
Allo stato delle cose i leader europei non possono andare molto al di là delle dichiarazioni di principio che la Grecia verrà sostenuta ad ogni costo, che l’Europa ha piena fiducia nella capacità dei greci di venire fuori dalla crisi, che chi specula contro l’euro non potrà vincere.
Tutte affermazioni che per ora alla speculazione anti euro hanno fatto il solletico. Anzi, rischiano di evidenziare un senso di impotenza tipico di chi può solo abbaiare, ma non mordere, alimentando le speranze di chi vede la possibilità che l’euro stesso possa andare a gambe all’aria. Un partito che da sempre negli USA ha avuto molti aderenti.
Ci troviamo perciò in una situazione molto delicata.
Le economie occidentali debbono dimostrare di riuscire a riprendersi senza più pretendere alcun aiuto dagli stati, che hanno finito le cartucce. L’enorme impegno di denaro pubblico è bastato a frenare la terribile recessione, ma non ancora a stimolare una forte ripresa. Però ha minato la credibilità finanziaria di tutti (anche i big Germania, Francia, USA e Gran Bretagna si avviano per il 2014 verso un rapporto debito/pil intorno al 100%, chi più chi meno) ed a qualcuno già meno solido ha fatto superare il limite della sostenibilità (non cito l’Italia per scaramanzia). Per cui ora le economie debbono fare da sole e trovare in se stesse la fiducia per risalire. Non sarà affatto facile.
I mercati riflettono ora su queste difficoltà.
Faccio notare che gli indici azionari non stanno ancora pensando al peggio. Anzi, hanno interpretato tutti questi fattori di rischio come una occasione per limitare l’esposizione, ed hanno perciò attuato quella che per ora possiamo soltanto chiamare “correzione di breve periodo”.
Fino a quando SP500 riuscirà a permanere al di sopra di 1.020 non si potrà parlare di inversione di tendenza. Certo, l’euforia della seconda parte del 2009 pare scomparsa, e a mio parere questo è un bene. Ma il pendolo dell’umore del mercato non oscilla ancora così forte da entrare nel territorio del “si salvi chi può”.
Anzi, se almeno qualcuno dei rischi che ho indicato si ridimensionerà, è possibile che si riprovi a tornare ai massimi di inizio anno.
Graficamente vedo come spartiacque tra il semplice rimbalzo e l’inversione rialzista di breve periodo il recupero di SP500 al di sopra del livello 1.104. Se nei prossimi giorni l’impresa riuscirà, si potrà pensare di tornare verso 1.150 e magari oltre.
Se il recupero verrà respinto indietro dovremmo andare a testare quel livello di 1.020 che rappresenta il confine tra la correzione di breve periodo e l’inversione ribassista di medio lungo periodo. A mio parere questa è l’ipotesi più probabile.
Superato al ribasso 1.020, inizierebbe il penoso viaggio di ritorno verso i minimi del marzo 2009.
Ma a 1.020 ci dobbiamo ancora arrivare. Diamo tempo al tempo.


16 febbraio 2010


IL GRANDE DISEGNO

Prima dell’avvio della campagna elettorale per le elezioni regionali il Parlamento ha fatto in tempo ad avviare l’approvazione della ventesima legge “ad personam” partorita dagli avvocati del cavalier B, quella cosiddetta sul “Processo Breve” e subito dopo della ventunesima, approvata alla Camera a marce forzate in pochi giorni: quella sul “legittimo impedimento”.
La legge sul processo breve verrà trasformata il legge dello Stato dopo le elezioni amministrative di marzo. Tutti gli esperti presumono che verrà quasi subito inviata alla Corte Costituzionale (quella composta da comunisti) per una probabile bocciatura, ma intanto avrà svolto egregiamente il suo dovere attraverso le sue norme transitorie, che consentiranno di mandare al macero i due fastidiosi processi che impediscono al nostro mister B. di governare, i cosiddetti processi Mills e Mediaset. La rete di protezione preparata da Ghedini e Alfano (l’avvocato ad personam ed il ministro ad personam, che assomigliano al gatto e la volte di Collodi) è stata pertanto completata, nell'attesa, con la rapida e blindata approvazione della norma ponte sul “legittimo impedimento”, che prevede che il premier sia sempre così occupato in attività istituzionali da non poter mai presenziare ai processi, che pertanto si dovranno bloccare. Questa norma gli consentirà di continuare ad intrattenere ospiti di vario genere alle feste di Palazzo Grazioli, di far visite private e di contenuto segreto all'amico Putin, di presenziare agli spettacoli del Bagaglino, di partecipare alle udienze civili per la separazione dalla moglie, dove occorre curare la spartizione del patrimonio, ma non di partecipare ai processi penali che lo vedono imputato. Il lavoro istituzionale, per il bene di quel popolo che lo ha proclamato premier, viene prima di tutto.
Tutto ciò in attesa della definitiva approvazione del processo breve, la vera e propria “soluzione finale”, sdoganata ultimamente anche dal silenzio di Fini. Scommetto che anche il Capo dello Stato lo firmerà senza obiettare, memore delle ingiurie che gli toccarono quando la Corte bocciò il Lodo Alfano.
Verranno così spazzati via tutti i processi a carico del Premier, che in questi mesi si sono rivelati assai più fastidiosi della famosa statuetta del Duomo, perché quella gli ha portato un po’ di dolore fisico, accompagnato però da un clamoroso recupero nei sondaggi e dalla fondazione del partito dell’amore, pietra miliare del processo di beatificazione che verrà aperto quando B., tra non meno di 100 anni, andrà al riposo eterno nel Mausoleo di Villa Certosa.
I processi invece sono fastidiosi e basta. Se terminassero con una condanna avremmo il primo premier delinquente di tutto l’occidente. Un primato che sicuramente inorgoglirebbe privatamente il nostro B. e gli permetterebbe di attribuirsi anche l’appellativo di “martire della giustizia”. Ma che causerebbe certamente l’imbarazzo degli altri leader occidentali, dall’amico Nicolas all’amica Angela, per non parlare dell’amico Barak, che cercheranno di evitarne la vicinanza nelle foto di gruppo o nei pranzi ufficiali.
Gli rimarrebbe soltanto la stima e la solidarietà dell’amico Vladimir e dell’amico colonnello, che notoriamente con la giustizia non vanno tanto per il sottile.
Per ottenere la prescrizione giudiziaria si è così messa in piedi una spaventosa macchina da guerra che, insieme ai due processi nel mirino, spianerà altri 100.000 dibattimenti tuttora in corso. Danni collaterali… che il popolo sopporterà in cambio del sommo bene di proteggere il suo leader dai plotoni di esecuzione dei Tribunali.
Non solo. Se non verrà bocciata dalla Corte Costituzionale prima che la riforma della Costituzione abolisca la Corte medesima, questa legge, che impone l’affossamento dei processi dopo un certo numero di anni, finirà per sancire l’impossibilità di punire i reati più nocivi e difficili da accertare, mentre gli unici processi che termineranno regolarmente saranno quelli sui reati dei poveracci, che si svolgono in una o poche sedute. I reati dei “colletti bianchi” richiederanno troppo tempo e finiranno in prescrizione, diventando automaticamente impunibili. Anche perché nel frattempo è in discussione in Parlamento la norma che impedisce le intercettazioni telefoniche e toglie agli inquirenti un’arma di indagine ormai essenziale per arrivare a scoprire molti reati moderni.
Prima lo Scudo Fiscale di Tremonti, che ha ripulito quasi 100 miliardi di euro di evasione fiscale ed esportazione illegale di capitali all’estero, rinunciando ad accertare ed incassare quasi 40 miliardi di imposte evase in cambio di 4 miliardi e mezzo di briciole (pochi, maledetti, ma subito!) che servono per tappare qualche buco al disastrato bilancio pubblico, ma incentivano le future evasioni.
Ora lo Scudo Legale, che rinuncia ad accertare i reati di 100.000 processi per “risolverne” 2, e crea le premesse per l’impunità futura di innumerevoli reati gravi.
Anche perché, sbadatamente, il governo si è dimenticato di prendere gli unici provvedimenti che servirebbero ad accelerare i processi senza sopprimerli: una semplificazione dei codici di procedura penale e civile (basterebbe copiare pedestremente uno qualunque dei codici esistenti negli altri paesi europei, traducendoli senza cambiare neppure una virgola), un potenziamento degli organici dove più serve e l’acquisto di qualche computer. E’ più semplice sopprimere 100.000 processi.
Quel che sta succedendo nel nostro paese viene guardato con sempre maggiore disprezzo dagli altri paesi civili e spinge la stampa libera europea a disegnare dell’Italia l’immagine della Repubblica delle Banane e del nostro premier quella dell’allegro compagno di merende dei peggiori dittatori.
Mi chiedo da tempo come sia possibile che gli italiani subiscano tutto questo. In virtù di quale strana magia il personaggio è riuscito a rattrappire il cervello di gran parte degli italiani?
Perché gli viene consentito quel che da nessun’altra parte civilizzata sarebbe possibile?
Mi sono scervellato per parecchi giorni dietro questo dubbio infernale. Una spiegazione ci deve pur essere...
Poi ho capito. Finalmente ho compreso che quello che appare come offuscamento della ragione è in realtà lungimiranza.
Quello di Mister B. e dei sui consiglieri ad personam non è un semplice e maldestro tentativo di piegare le leggi ai propri interessi di bottega, ma è un disegno di grande respiro, un progetto per portare l’Italia a raggiungere il posto che merita nell’arena mondiale, un tentativo di mettere a frutto ed organizzare su vasta scala quella che tutto il mondo riconosce essere la grande qualità degli italiani: l’arte di arrangiarsi.
All’estero ci hanno da sempre accusati di essere un popolo di “furbi” che pensa solo ad aggirare le leggi? Si dice che in Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”?
Ed allora organizziamola e legalizziamola quest’arte di arrangiarsi, fornendole la dignità che merita e facendola diventare uno strumento di crescita economica e di benessere.
Non è forse uno dei temi più cari del liberismo quello della riduzione del peso oppressivo dello Stato nell’economia per lasciar spazio alle energie creative della società civile?
In Italia invece lo Stato ha assunto un ruolo attivo nell’economia via via crescente e la burocrazia è diventata asfissiante, anche se a dire il vero gli italiani hanno provveduto da soli a ridurre il peso oppressivo dello Stato e dei suoi controlli praticando con successo l’evasione fiscale, contributiva e normativa. Siamo ai vertici dell’evasione fiscale nell’ambito dei paesi UE, dopo la Grecia, mentre secondo un organismo di ricerca delle Nazioni Unite l’Italia occupa il secondo posto al mondo dopo gli USA per volume d’affari dell’economia criminale, con la bellezza di 112 miliardi di dollari annui gestiti dalle nostre mafie.
Un notevole contributo economico che però il PIL non rileva poiché tali attività sono illecite.
Le statistiche ufficiali nascondono pertanto la grandezza economica del nostro paese, che ci vorrebbe così poco per far emergere, come ha giustamente intuito il nostro premier.
Occorre però mettere un freno alle Procure che testardamente e con assai poco senso degli affari si ostinano ad indagare ed inquisire chi si libera con troppa disinvoltura dell’oppressione delle leggi.
Ecco quindi la necessità del salto di qualità nella creatività governativa, superando con l’innovazione legislativa gli ostacoli della giurisprudenza tradizionale.
Un primo esempio operativo di questa nuova filosofia è stata l’Agenzia della Protezione Civile, la famosa Bertolaso spa, che è riuscita a far miracoli di rapidità ed efficienza nella soluzione delle emergenze, grazie ad una particolare cintura protettiva contro l’invadenza dei giudici. Infatti il particolare regime giuridico disegnato per l’Agenzia le permette di superare ogni vincolo e controllo di legge nell’affidamento di appalti e garantisce esenzione da fastidiosi rendiconti.
Peccato che proprio quando il sistema stava per essere perfezionato con un decreto che istituiva l’impunità per tutti gli eventuali illeciti eventualmente compiuti negli ultimi due anni e la privatizzazione dell’ente, che avrebbe consentito ulteriore rapidità operativa e meno seccature, siano scattati gli arresti e le incriminazioni per Bertolaso ed i suoi collaboratori.
Un segno questo, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di giustizia ad orologeria e quanto siano ancora forti i nemici della rapidità e dell’efficienza.
E’ perciò non solo necessario, ma diventa urgente, per il benessere della nostra cara Italia e di tutti i suoi tanti disastrati dalle varie emergenze, bloccare definitivamente le intercettazioni telefoniche e riformare la giustizia una volta per tutte, al fine di ricondurre l’azione penale sotto il controllo di opportunità da parte del governo, che non può essere ostacolato dalle bizze di qualche giudice malato di protagonismo.
Se il governo riuscirà a portare avanti la sua meritoria opera di legislazione “antimacchia” finalmente l’Italia riuscirà ad attivare le migliori e più intraprendenti energie del nostro paese e potrà attirare capitali dall’estero. Diventeremo la lavanderia del mondo, il paese in cui le iniziative più fresche e avventurose, provenienti magari dalla Russia o dai paesi arabi potranno convergere, certe di ottenere quell’adeguato scudo legale e fiscale in grado di dare dignità, efficienza e magari anche onore a tutte quelle attività che negli altri paesi occidentali si ostinano a considerare illegali.
Partendo da questi obiettivi voglio credere che si possa fare anche di più nell’ambito di questa legislatura. Fornisco allora qualche modesto suggerimento ai consiglieri del premier, che sono dotati di fervida fantasia ma con la tendenza ad utilizzarla prevalentemente per escogitare soluzioni su misura del loro datore di lavoro.
Il “modello processo breve” potrà essere utilizzato per risolvere, oltre a quello della giustizia, che tanto interessa, giustamente, al nostro premier, anche altre annose e fastidiose criticità che angustiano l’economia e la società italiana.
In ambito ospedaliero propongo di istituire il “ricovero breve”, per diminuire i costi della Sanità: le degenze non potranno durare di più di 8 giorni (12 se si tratta di intervento chirurgico). Decorso tale termine il paziente verrà dichiarato guarito e dimesso “ope legis”, senza eccezioni. Di qualche aiuto potrebbe essere anche l’”operazione breve”. Gli interventi chirurgici non dovrebbero superare le 2 ore, al termine delle quali il paziente dovrebbe essere comunque ricucito.
Nella scuola il Ministro Gelmini potrà trarre ispirazione da questi principi per istituire il “Diploma Breve”: gli studenti non potranno impiegare più di sei anni per conseguire il diploma di scuola superiore. Al termine del sesto anno il diploma dovrà essere comunque conferito per legge.
Anche il Ministro dei Trasporti avrebbe materiale per intervenire. Magari istituendo il “Traffico breve”, una revisione del Codice della Strada per cui le attese ai semafori non possano superare i 5 minuti. Oltre tale limite si potrà passare anche col rosso.
Addirittura il ministro Scajola potrebbe proporre una norma che incentiverebbe i consumi, il che in periodo di crisi sarebbe sicuramente apprezzato dagli italiani perspicaci: la “Cassiera breve”. Le attese alla cassa del supermercato non si dovrebbero protrarre oltre i 10 minuti. Passato il termine il cliente sarebbe autorizzato ad uscire senza pagare. Analogo provvedimento potrebbe essere esteso ai ristoranti: la “pizza breve” che permetterebbe di non pagare il conto qualora il pizzaiolo ci mettesse più di 15 minuti a preparare la pizza.
Questi sono solo alcuni esempi di come si potrà esercitare un’efficace azione di governo, una volta che sia aperta la strada. Basta lasciar correre la fantasia per trovare mille possibili e fruttuose applicazioni del modello di brevità per agevolare la parte più intraprendente del nostro popolo, ed accrescere così il livello di benessere e di libertà del nostro paese, trasformandolo rapidamente in quel che il nostro Premier ha sempre sognato: la principale “democrazia breve” dell’occidente.

 

5 febbraio 2010

Il GPS questa volta non è un navigatore satellitare, ma il trio di paesi europei che, per colpa del loro debito alle stelle e soprattutto delle loro scarse capacità di risanarlo, ha spaventato i mercati ed affossato l’euro, che in un solo giorno è passato da 1,39 a 1,37 contro il dollaro. I mercati azionari hanno perso quasi tutti intorno al 3%, mentre l’obbligazionario governativo dei paesi più forti ha beneficiato del panico con il più classico dei fenomeni di Fly to Quality.

Chi pensava che tutto fosse risolto e ripulito dalla ripresa comincia a grattarsi il capo preoccupato, come preoccupato deve essere Tremonti, poiché il nostro paese è la tessera adiacente nel domino dei mercati, e, se il panico dovesse diffondersi, il satellitare potrebbe trasformarsi in Porci (PIGS) con l’aggiunta dell’Italia.
E’ evidente che al momento si tratta di un attacco speculativo. Però anche le prime scene di panico del 2007, all’inizio dello scoppio del crack dei mutui subprime venivano bollate come “manovra speculativa”.
Intanto il crollo di ieri ha tagliato fuori chi è entrato in borsa negli ultimi tre mesi e non è riuscito ad essere disciplinato e tagliare le perdite. Ora è costretto a sperare.
SP500 ha dimostrato che il rimbalzo di inizio settimana è stato un semplice pullback dopo lo sfondamento di quota 1.100 ed ora si avvia verso l’obiettivo ribassista dell’impulso, che è l’area compresa tra 1.020 e 1.030. Questa zona costituisce un forte supporto perché ben due volte, il 2.10 e il 2.11, ha fatto rimbalzare l’indice. Costituisce anche l’ultima spiaggia per non dichiarare defunto il trend rialzista di recupero partito nell’ormai lontano marzo 2009 e per non dover richiamare alla memoria il clima del terribile mercato orso del 2008.

 

 

18 gennaio 2010

COMMENTI E ANALISI

IL 2010 DELLE BORSE

Il 2009 è terminato in gloria per tutti i mercati finanziari ed il 2010 e cominciato come è finito il 2009. Così è stato per i mercati obbligazionari, che continuano a scontare tassi assai contenuti e non intravedono a breve nessuna variazione nella politica monetaria molto accomodante delle banche centrali.
Altrettanto per i prezzi delle materie prime, che col loro continuo recupero sembrano assecondare le prospettive di ripresa economica, grazie anche agli accaparramenti da parte dei cinesi e alla speculazione rialzista da parte del trading sponsorizzato dalle banche d’affari americane ed inglesi.
E’ stato però soprattutto il mercato azionario a stupire per la durata e l’estensione del recupero attuato dalle quotazioni. In ogni parte del modo le borse azionarie hanno messo a segno un recupero insperato. SP500 ha ripreso il 50% delle perdite subite dai massimi dell’ottobre 2007, lo stesso ha fatto l’indice tedesco, mentre il nostro FTSE-MIB si è limitato a recuperare poco più di un terzo, che equivale comunque ad un mirabolante +88% dai minimi del marzo scorso.
Nessuno avrebbe immaginato tanto.
Può continuare così? Possiamo immaginare che l’imponente rimbalzo del 2009 possa essere bissato anche nel 2010?
Non dimentichiamo che se venisse ripetuta la performance degli ultimi 10 mesi (+60% per SP500) molti tra i principali mercati verrebbero proiettati oltre i loro massimi storici. SP500, se salisse di un ulteriore 60% arriverebbe addirittura in area 1.800, oltre 200 punti al di sopra del suo massimo assoluto.
Possibile?
Gli amanti delle statistiche non hanno dubbi e la risposta è: certamente. Magari non si ripeterò la magica performance del 2009, ma un’ulteriore crescita è già scritta nei numeri. Infatti esiste per la borsa americana una stranissima correlazione tra l’andamento del primo giorno, della prima settimana, del primo mese dell’anno e la performance dell’intero anno. In una percentuale molto alta delle ultime 40 annate borsistiche, circa l’80%, quando il primo giorno dell’anno si chiude positivamente, la prima settimana si chiude anch’essa positivamente, come pure il mese di gennaio. La stessa relazione vale anche in caso di ribasso. E soprattutto anche l’intero anno chiude con lo stesso segno del suo mese iniziale.
Se la cabala funzionerà anche quest’anno possiamo già affermare che il 2010 proseguirà al rialzo, dato che il primo giorno è stato positivo, come anche la prima settimana. Non resta che attendere la fine rialzista del mese per vedere gli amanti delle statistiche stappare anticipatamente lo spumante per l‘intero 2010.
Al fine di evitare a costoro problemi con l’etilometro occorre però ricordare che lo scorso anno la cabala magica ha fatto cilecca, poiché a fronte della prima settimana e del mese di gennaio negativi, l’anno 2009 si è chiuso largamente in positivo.
Se vogliamo abbandonare le considerazioni magico-statistiche per cercare le probabilità di continuazione durevole del rialzo nei numeri dell’economia, il compito si fa molto più difficile.

Infatti i mercati stanno in questo momento scontando nei prezzi azionari una ripresa a V che sinceramente non si vede. Gli stessi guru macroeconomici, sempre molto propensi ad assecondare gli entusiasmi rialzisti dei mercati, accompagnano la certezza della ripresa con l’avvertenza che essa dovrebbe essere lenta, faticosa e ricca di insidie.
Per spiegare l’entusiasmo dei mercati, che, letteralmente, non riescono a scendere, dobbiamo cercare motivazioni di tipo speculativo. Da qualche mese i dati che esprimono la fiducia (in inglese il “sentiment”) degli operatori volgono al bello. La ripresa viene ormai data per certa quasi da tutti. Su questa fiducia i mercati crescono, perché da un lato i più lesti hanno visto una grossa possibilità di rimbalzo e l’hanno sfruttata. Allo stesso tempo le principali banche d’affari hanno soffiato sul fuoco del trading, assecondando con le loro analisi gli interessi dei governi e delle autorità monetarie al ripristino di un clima di fiducia. Non solo. Si sono spinte ad intraprendere sempre di più e con mezzi sempre più manipolativi (l’high frequency trading di Goldman Sachs) operazioni in proprio per trarre profitti (e ricchi bonus per i managers) proprio dal rimbalzo del mercato. Più questo si protrae, più migliorano i bilanci delle banche e si riescono a compensare le minusvalenze dei titoli tossici. Però, è ovvio, più dura l’inerzia dei mercati senza che dall’economia vengano segnali altrettanto forti, più aumenta lo scollamento tra borse e realtà (chiamiamo bolla speculativa questo scollamento) e soprattutto più aumentano i rischi che una presa d’atto della realtà trascini violentemente al ribasso i mercati.
Il rischio è forte, anche perché, oltre ai dati economici veramente positivi, mancano all’appello alcuni altri tasselli. Il primo è rappresentato dalle cosiddette “mani forti”, cioè gli investitori istituzionali ed i grandi patrimoni che, bruciati dal grande calo del 2008, non sono ancora entrati pesantemente sul mercato. Questi operatori generalmente preferiscono entrare sulla base di indicazioni fondamentali e non si accontentano dei trend di breve periodo. Inoltre preferiscono comprare sulle correzioni e non sulla forza. Ma di correzioni significative in questi mesi non se ne sono viste. Pertanto è verosimile che questi operatori dalla visione lunga non siano ancora molto esposti sull’azionario, e preferiscano rifugiarsi prevalentemente nel mercato obbligazionario, che infatti sta tenendo molto bene il campo. Ci sono ragioni per ritenere che anche i Fondi Hedge, che hanno subito e stanno subendo parecchi riscatti, non siano molto attivi. Infine, la massa dei risparmiatori è generalmente disorientata e tendenzialmente bloccata dalle perdite del 2008, che sono ancora lungi dall’essere recuperate, ed è restia a mettere altri soldi sull’azionario, anche se comincia ad avere qualche dubbio.
Tutto ciò mi porta a pensare che questo mercato sia nelle mani degli operatori di breve e di chi opera in ottica di puro trading, che oltretutto ha trovato validissimi sostegni al suo operato da parte delle banche centrali. L’aver portato i tassi di interesse a zero (o quasi) era, se vogliamo, un’operazione dovuta per salvare il sistema finanziario e bloccare la recessione. Però lo schema prevedeva che le banche prestassero al sistema produttivo la liquidità erogata gratis dalle banche centrali. Ciò è avvenuto soltanto in minima parte, sia perché la richiesta di credito è latitante, sia perché hanno aumentato le pretese in termini di affidabilità per concedere prestiti. Tutto ciò è anche comprensibile, poiché le banche sono state accusate di erogare allegramente mutui immobiliari che si sono trasformati in attività tossiche e non vogliono ripetere l’esperienza.
Pertanto il grosso della liquidità disponibile viene parcheggiato sui depositi presso le banche centrali o utilizzato per fare trading. Il gigantesco carry trade che le banche centrali stanno alimentando con le loro politiche accomodanti sta gonfiando i prezzi nelle borse, anziché il volume di prestiti all’economia, che infatti continua ad essere strozzata dal credit crunch.
Siamo entrati in un circolo vizioso che non può durare all’infinito, poiché questo comportamento alimenta l’inflazione degli strumenti finanziari e la depressione dell’economia reale, l’aumento dei bonus e quello dei disoccupati. Le Borse sono sempre meno uno strumento di misurazione della realtà economica e sempre più simili ai casinò di Las Vegas.

Il meccanismo non può funzionare all’infinito. Ma può farlo fino a quando si riusciranno ad alimentare aspettative positive ed a nascondere la realtà, come le banche nascondono le perdite da titoli tossici o almeno a sottovalutarla, come un piccolo fastidioso contrattempo.
L’ultimo esempio l’abbiamo avuto venerdì 8 gennaio, con l’uscita dei dati USA sulla creazione di posti di lavoro in dicembre. L’attesa degli economisti era per un dato finalmente col segno più o almeno intorno allo zero, che testimoniasse la fine dell’emorragia (eccole, le aspettative positive). Invece si sono espulsi altri 85.000 lavoratori (la fastidiosa realtà), con il tasso di disoccupazione invariato al 10% (segno che molti disoccupati stanno abbandonando le speranze e smettono di cercare lavoro). Il dato, oltre a confermare che il Papa non ha tutti i torti quando invita a diffidare delle previsioni degli economisti, avrebbe dovuto spingere i mercati a riflettere se la loro corsa non si stesse spingendo un po’ troppo in avanti. Invece niente di tutto questo. Un attimo di incertezza e nuova chiusura positiva, con la fissazione di nuovi record a quota 1.145 dell’indice SP500.
Prosegue così il volo di Icaro sulle ali dell’ottimismo. Un volo che non può permettersi pause, perché ogni perdita di quota potrebbe portare allo schianto.
L’ultimo battito d’ali è stata l’uscita al rialzo dalla fase di congestione laterale che si è sviluppata tra ottobre e Natale. Si è trattato più che altro di una pausa. La ripresa del rialzo, avvenuta nell’ultima settimana del 2009 e confermata nella prima settimana di quest’anno, proietta ora l’indice SP500 e gli altri mercati a lui collegati verso un ulteriore apprezzamento, che su SP500 possiamo ipotizzare abbia come obiettivi grafici innanzitutto 1.155.
Il dato più significativo, dal punto di vista grafico, è stato il superamento di 1.121, che rappresenta il 50% di ritracciamento del precedente ribasso. L’impresa compiuta dagli indici ci obbliga a ipotizzare un nuovo percorso rialzista che ha come obiettivo naturale il punto estremo del rimbalzo tollerabile dall’impostazione ancora ribassista del trend di lungo periodo: area 1.230.
Questo livello rappresenta il 61,8% di ritracciamento del precedente movimento ribassista: l’ultimo ostacolo prima di dichiarare definitivamente morto il mercato orso.
La teoria dei ritracciamenti prevede che le correzioni degne di tal nome devono rimangiarsi almeno il 23,5% del precedente movimento. Se il movimento principale è molto forte, trovano esaurimento entro il 38,2%. Nella maggior parte dei casi però arrivano ad esaurirsi intorno al 50%. Pertanto se la correzione non recupera oltre metà del movimento principale non si può affatto parlare di inversione. Lo si deve invece fare se viene oltrepassata la soglia del 50%. In tal caso la “semplice correzione” cambia vestito e prende il nome di “inversione”. Infatti nella maggior parte dei casi il movimento che riesce a correggere oltre il 50%, riesce a completare il recupero, e spesso a ricoprire tutto il precedente movimento, andando magari anche oltre.
Non sempre, però. Talvolta il superamento della soglia del 50% trova un ostacolo insormontabile al livello del 61,8% di ritracciamento, che viene giustamente considerato l’ultima spiaggia per il mantenimento in vita del precedente trend.
Si comprende pertanto l’importanza di quota 1.230 (che rappresenta appunto il 61,8% di ritracciamento).
Ritengo a questo punto che esso rappresenti una calamita in grado di attirare l’indice, che ha davanti a sé, sulla strada per arrivare a 1.230, un solo forte ostacolo in grado di fermarlo anticipatamente: quota 1.200, che rappresenta, oltre ad un livello psicologico importante, anche quel supporto che sembrò in grado di arrestare la caduta del mercato nell’estate del 2008, e che venne travolto dal panico seguente al crack Lehman. Ora costituisce un’importante resistenza, che se venisse superata, testimonierebbe che il mercato ha dimenticato Lehman e tutto quel che ne consegue.
Direi quindi che possiamo situare nella fascia compresa tra 1.200 e 1.230 l’ultima trincea dell’orso e lo spartiacque tra il paradiso e l’inferno (finanziario, si intende!).
Lì, se non prima, dovrebbe partire la tanto attesa correzione, che dovrebbe riportare i mercati alla realtà, che è molto meno brillante di quanto appaia usando le lenti dell’ottimismo di maniera.
Se succederà, dovremo chiederci perché mai i mercati abbiano vissuto questa lunga luna di miele con le illusioni ed abbiano coltivato per così tanto tempo una visione contraffatta della realtà. E se tutto ciò non sia magari servito a qualcuno a depredare ulteriormente i poveri risparmiatori attratti dalla sirena della ripresa.
Se invece dovesse verificarsi l’abbattimento anche di tale soglia, dovremo dichiarare la morte dell’orso e la risurrezione del toro. Un toro che abiterà all’interno di una gigantesca bolla speculativa, ma che, con le dovute correzioni, che saranno vissute in modo ben diverso dai precedenti ribassi, sarà forse in grado di ricondurci ai massimi storici. Ed allora qualcuno dovrà spiegarci perché mai abbiamo vissuto quella sorta di stupida psicosi collettiva che fu la devastazione del 2008.

 

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